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«Gilet gialli» nell'Andrea Cheniér a Fidenza

18 dicembre 2018, 06:00

«Gilet gialli» nell'Andrea Cheniér a Fidenza

ILARIA NOTARI

L'attualità ha fatto irruzione nell'opera e a Fidenza è arrivata la protesta dei gilet gialli. Nessuna auto incendiata o vetrina spaccata. I manifestanti sono apparsi nel primo quadro dell'Andrea Chénier, capolavoro verista di Umberto Giordano, in scena domenica sera al Teatro Magnani, lasciando il pubblico di stucco tanto che non è mancato qualche mormorio in sala.

Ne è uscito lo Chénier che non ti aspetti dal piccolo teatro di provincia, ma con un'idea che funziona, pertinente all'ambientazione dell'opera al tempo della Rivoluzione francese e rispettosa dei suoi contenuti. A Riccardo Canessa che firmava la regia e Artemio Cabassi scene e costumi, il merito di aver evitato il pericolo di un allestimento polveroso e imparruccato attualizzando con garbo la vicenda settecentesca.

Fisso, ma funzionale alle necessità dello sviluppo drammaturgico, l'impianto scenico con due scalinate ai lati ed un corridoio centrale, uno scrittoio nel mezzo. I quattro quadri sono ambientati in una seduta di tribunale, come se tutti i personaggi avessero qualcosa da confessare. Canessa elimina ogni orpello e crea una situazione asciutta, pirandelliana. Ne esce così più nitida la parte verista della vicenda. Il coro, che partecipa come pubblico al processo, richiama le rivoluzioni più importanti della storia della Francia da quella di Robespierre al ‘68 fino ai gilet gialli.

Questi ultimi appaiono solo nel primo quadro con l'intento chiaro di fare una citazione all'attualità ma di tenersi alla larga dal messaggio politico. Le luci acide e drammatiche danno profondità alla vicenda. Sulle tinte del bianco e nero con macchie di colore e punte di pura eleganza i costumi di Cabassi.

Chénier è tutto del tenore a cui vanno le pagine più d'effetto. Qui il tenore, Diego Cavazzin, c'era tutto con la sua voce italiana, la vocalità generosa che ha delineato uno Chénier con il giusto timbro richiesto dalla parte specie nelle impennate sonore e impetuose verso l'acuto in cui il personaggio è chiamato a rivendicare l'orgoglio di poeta rivoluzionario o nelle inflessioni più drammatiche che richiedono ampio sviluppo dei centri e dei gravi. Applausi per Cavazzin nelle le celebri pagine Un dì all'azzurro spazio e Come un bel dì di maggio. Al suo fianco Renata Campanella, al debutto nei panni di Maddalena, apprezzata per la luminosità e sicurezza nel registro acuto e per l'interpretazione del racconto La mamma morta. Per il ruolo di Gérard ci si è affidati ad un baritono di esperienza quale Marzio Giossi che ha ricevuto richieste di bis dopo il monologo Nemico della patria.

La Filarmonica delle Terre Verdiane ha fatto una delle sue prove migliori sotto la bacchetta di Marco Dallara trovando unità di suono, tempi e colori perfetti nell'accompagnare la maturazione del dramma e nella definizione della tinta appassionata. Nella folta schiera dei comprimari, Antonio Mandrillo (L'Incredibile/L'Abate) Erica Cortese (La mulatta). Graziano Dallavalle (Roucher/Fouquier Tinville) Romano Franceschetto (Fleville/Mathieu), Adriana Cicogna (La Contessa/ Madelon) e Giulio Alessandro Bocchi (Schmidt/Maestro di Casa/Dumas). Bene il Coro dell'Opera di Parma preparato da Massimo Fiocchi Malaspina in un'opera non di repertorio, senza grandi pagine ma con interventi ricchi di effetti e serrati specie nella scena del processo.

Al termine un paio di buh si sono levati dalla platea all'uscita del regista ma lungi applausi hanno chiamato più volte alla ribalta lui stesso e tutti i protagonisti.

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