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Fotografia

«Resilient», l'Africa di Gualazzini

28 dicembre 2018, 06:00

«Resilient», l'Africa di Gualazzini

ROBERTO LONGONI

Stracci che diventano vesti, che uniti ad altri stracci fanno tende posticce, che messe a loro volta insieme compongono termitai di umanità dolente e brulicante. Stracci, fango e plastica, plastica ovunque, e macerie a seminare il deserto in espansione, quasi a stabilire una simbiosi tra le ferite della terra e quelle dell'uomo. E se il mal d'Africa non fosse più quello associato ai tramonti in tecnicolor, ma quello del tramonto del pianeta? Non più mal(inconia), ma patologia d'Africa: tra guerre e attentati endemici, Aids che dilaga silente ed Ebola pronto a riesplodere puntale a nuovi indirizzi, carestie e stupri di massa. Non più continente in via di sviluppo, ma laboratorio dell'apocalisse: all'avanguardia, ma nel peggior modo possibile.

A raccontare il fronte di questa immane emergenza è un inviato dell'obiettivo, Marco Gualazzini da San Secondo. Un passato («del quale sono orgogliosissimo» sottolinea) da collaboratore della «Gazzetta di Parma», prima di scattare per il mondo e nel mondo, per agenzie e magazine quali l'Espresso o siti come gliocchidellaguerra.it. La partenza fu leggera, con un servizio sull'inaugurazione di una tv locale in Laos. Poi venne l'Africa. E dal colore si passò al dolore. E dal dolore anche alla sua ombra luminosa, la resilienza, un po' per caso («fu un'ong norvegese a chiedermi un servizio dedicato alla capacità dei somali di fronteggiare le difficoltà del loro martoriato Paese») e un po' per necessità, perché non tutto fosse considerato perduto.

«Resilient» è il titolo del libro fotografico appena pubblicato da Gualazzini con Contrasto. Sarà presentato, in coincidenza con l'inaugurazione della relativa mostra, il 31 gennaio nella Fondazione Spazio Forma di Milano. Rappresenta il diario di bordo di una trentina di reportage africani (presto ne seguirà un altro: sulla crisi di Ebola in una delle aree più remote del Congo, contesa tra una cinquantina di milizie). Un viaggio per immagini e testi: oltre alle introduzioni di Giampaolo Cagnin e Domenico Quirico e la postfazione di Gianluigi Colin, spiccano le didascalie. Parole che indicano il percorso da seguire una volta entrati nell'immagine, perché è questo che avviene: si viene risucchiati all'interno delle scene. Se ne percepiscono odori, voci e suoni. Così vuole il ritratto dell'emozione.

E di emozione sono intrise tutte le 190 pagine del libro, in cui l'ombra sembra prevalere sulla luce, prima che la vita ad ogni costo abbia l'ultima parola. La partecipazione che ispira gli scatti di Gualazzini è evidente, e pazienza che a volte gli faccia sibilare accanto qualche pallottola o gli costi arresti ed espulsioni. «Sono un fotografo lento: torno nei luoghi, cerco le persone per sapere che fine abbiano fatto» dice di sé. Scattare per lui è andare oltre il mirino della reflex. Che si tratti di testimoniare il dolore di una vedova o di una madre o di una ragazza stuprata da Boko Haram o di ritrarre l'angoscia di tre giovani del Kordofan sulle cui teste passa un bombardiere sudanese pronto a sganciare. La maglietta del Barcellona indossata da uno di loro ricorda che sono di questo mondo, anche se del «campionato» che prevede solo retrocessioni.

«Eppure - ricorda il fotografo - la resilienza l'ho trovata». Anche in Somalia, dove gli attentati possono mietere 500 vittime in un colpo. Sulla spiaggia del Lido di Mogadiscio hanno riaperto i gazebo e sono tornate perfino le ragazze. Non importa se Gualazzini le ha ritratte coperte dal burqa: sono tornate, alla faccia dei colpi di mortai che riecheggiano più o meno lontano. E nel Posh Treats, il country club della capitale somala con ristorante e discoteca, ancora si respira il fumo dei narghilè. Un kamikaze di Al-Shabaab ci si fece esplodere il 15 giugno del 2017, uccidendo 20 persone. Due mesi dopo ha riaperto. Orfeo dei giorni nostri, Gualazzini torna con queste scintille di speranza dall'inferno nel sottosuolo dell'umanità.

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