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IL DISCO

Pink Floyd, i 50 anni di Ummagumma

di Michele Ceparano -

05 gennaio 2019, 08:15

Pink Floyd, i 50 anni di Ummagumma

l 2019 che è appena iniziato sarà l'anno dei Pink Floyd. Ogni anno, giorno e ora possono essere, in effetti, “dei Pink Floyd”, visto l'apporto dato dalla band inglese alla storia e alla leggenda della musica. Ma in questo 2019 “The Wall”, uno degli album più importanti di tutti i tempi, festeggerà i suoi primi quarant'anni. Questa rubrica lo celebrerà a tempo debito.

Per entrare in argomento, però, è sembrata cosa buona e giusta iniziare l'anno con un altro lavoro dei Pink Floyd: “Ummagumma” (in slang atto sessuale, ma anche il verso di strane creature che, secondo una leggenda, avrebbero infestato una palude vicino a Cambridge). Un disco definito difficile, ma allo stesso tempo ambizioso e affascinante che taglierà quest'anno il traguardo dei cinquanta. Il titolo è entrato a pieno titolo nella storia del rock tanto che nel 1982 Alan Parsons, che legherà il suo nome alla band negli anni Settanta come ingegnere del suono, lo farà in qualche modo riecheggiare nell'album “Eye in the sky”, appunto con la strumentale “Mammagamma”.

E' un lavoro “double face”, sulla cui copertina, appoggiato al muro c'è un omaggio alla colonna sonora del musical "Gigi". Il lato A contiene quattro brani dal vivo, registrati tra Birmingham e Manchester, destinati a divenire dei classici assoluti della discografia del gruppo inglese: “Astronomy Domine”, da “The piper at the gates of dawn”, “Careful with that axe, Eugene”, lato B del singolo “Point me at the sky” del 1968, “Set the controls for the hearth of the sun” e “A saucerful of secrets”, dal secondo album che porta il titolo di quest'ultimo pezzo.

Nella seconda parte i quattro membri del gruppo si dividono “i compiti”. Nel lato A, la musicale “Sysiphus”, in quattro parti, è scritta da Richard Wright. Segue “Grantchester meadows” di Roger Waters,  uno dei brani dei Pink Floyd a cui è più affezionato l'autore di questo articolo. Una dolcissima e malinconica ballata acustica in piena quiete pastorale (la località di cui si parla è in Inghilterra, vicino a Cambridge), ispirata dai versi di Rupert Brooke, poeta-soldato inglese morto nella Prima guerra mondiale. Per la cronaca, questo brano è citato anche  in “Serotonina” l'ultimo romanzo di Michel Houellebecq.

Ironico e sperimentale (ascoltare per credere), a partire dal titolo (“Several species of small furry animals gathered together in a cave and grooving with a pict”) in cui si trova davvero di tutto, il pezzo successivo: dalle numerose specie di animali pelosi ai pitti, orgogliosa tribù scozzese che diede parecchio filo da torcere alle legioni romane. “Un pezzo di poesia concreta” lo definì l'autore Waters, come racconta Alessandro Besselva Averame nel suo “Pink Floyd The lunatic" (edizioni Arcana), un libro che merita di essere letto. “The narrow way” è invece scritta da David Gilmour, con risultati, specialmente per quanto riguarda il testo, che vennero piuttosto criticati. Con “The grand vizier's garden party”, di Nick Mason,  si conclude “Ummagumma”, un tentativo di mischiare sperimentalismo e poesia, due “passioni” a cui i Pink Floyd non rinunceranno.