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Teatro Regio

«Un ballo» tra luci e ombre. Le nostre pagelle

14 gennaio 2019, 06:00

«Un ballo» tra luci e ombre. Le nostre pagelle

GIAN PAOLO MINARDI

Le immagini proiettate mentre scorreva la musica del Preludio, proponendo in sequenza la varie fasi del complesso recupero delle scene progettate da Giuseppe Carmignani per il «Ballo» del centenario, davano subito evidenza al significato di questa proposta, il gusto e la curiosità di “vedere” come si presentava un tempo il racconto dell’opera: come descrizione, evocazione, e nulla più, senza la sovrapposizione di altre chiavi di lettura che nella pratica attuale costituiscono uno stimolo nuovo, un aggancio a nuove problematiche.

Un’operazione di memoria, quindi, suggestiva, istruttiva, forse nostalgica, ma altrettanto significativa per dire che indietro non si torna e che i problemi di ridar vita ad un’opera, ad ogni esecuzione, nascono e si rinnovano dalle virtualità racchiuse nella partitura: complesse quanto mai nel caso di «Un ballo in maschera», proprio per il modo con cui Verdi inventa una strategia drammaturgica che si scosta da quella convenzionale, nel rapporto nuovo che si viene a stabilire tra l’ambientazione e il dramma vero e proprio, tra una cornice galante, frivola, toccata pure da spunti comici e l’abisso di una devastazione amorosa inesorabile. Da ciò, dunque, la «difficoltà» del «Ballo» dovuta a quel suo trascolorare continuo, dall’apparenza più futile alla passione più segretamente incontenibile, senza che tutto ciò rechi lacerazioni troppo scoperte ad un tessuto musicale che va plasmandosi con una misura perfetta, che si snoda con quella naturale flessibilità in cui pare di riconoscere l’originaria pulsazione vitale; in questo senso, come più volte è stato rimarcato, opera «mozartiana». Una mobilità del discorso di cui è parso consapevole, fin dal tono riflessivo con cui ha aperto il discorso, Sebastiano Rolli, il quale si è mosso con sensibilità sul terreno sinfonico fino a che ha dovuto far fronte alle contingenze di un palcoscenico tutt’altro che agevole, vuoi per l’improvvisa sostituzione della protagonista ma più complessivamente per i limiti dei singoli interpreti nel rispondere alle istanze specifiche dei personaggi. A partire da quelle di Riccardo, il personaggio, diceva l’ineffabile Gabriele Baldini, più felice di vivere e più disperato di morire, ciò che chiede tutta quella mobilità di affetti, tra inflessioni liriche e slanci appassionati e pure quella brillantezza di modi imposti dal ruolo pubblico , tratti che non abbiamo trovato in Saimi Pirgu, con una vocalità, a volte frenata da una rigidezza spigolosa che non sembrava rendere tutto l’intimo strazio ed insieme l’ambigua leggerezza di questo personaggio.

Più interessante la prova di Irina Churilova, un’Amelia appassionata quanto discontinua nella linea musicale, tra aperture illuminate da un bellissimo colore e ripiegamenti talora disorientati. Lontano alla naturalezza di fraseggio e di accenti con cui Verdi contrassegna la condotta vocale di Renato appariva Leon Kim mentre Silvia Beltrami incarnava positivamente l’apparizione di Ulrica, pur senza inoltrarsi nelle regioni più cupe. Apprezzabile per disinvoltura Laura Giordano nel ruolo di Oscar, il personaggio cui la lettura registica di Marina Bianchi ha ovviamente offerto un’evidenza scontata, nell’intento di ravvivare un passo narrativo correlato al suggestivo fondale di Carmignani, non sottraendosi a luoghi comuni e a qualche banalità: quel palo per l’impiccagione piantato al centro del misterioso, poetico “orrido campo”! Buona prova quella di Massimiliano Catellani e Emanuele Cordaro nei ruoli di Samuel e Tom.

Come sempre punto di forza il coro di Martino Faggiani.

I NOSTRI VOTI

Saimir Pirgu

RICCARDO

6,5

Al tenore la voce non manca, sa muoversi bene sul palcoscenico, ma il ruolo non è proprio nelle sue corde. Se i toni baldanzosi e più lievi gli si attagliano meglio, non altrettanto si può dire delle scene più liriche e appassionate, come del duetto amoroso con Amelia.

Leon Kim

RENATO

6

Il baritono è apparso subito piuttosto rigido: anche se la voce c’è, manca un po’ di scioltezza in più nell’interpretazione, qualche morbidezza nel fraseggio, qualche ripiegamento più intimo e lo studio per un maggiore approfondimento psicologico del personaggio.

Irina Churilova

AMELIA

6,5

Ha sostituito all’ultimo momento l’indisposta Virginia Tola, venendo catapultata sul palcoscenico senza un numero adeguato di prove. È quindi da comprendere se ha dato una prova discontinua: bello il timbro, a volte bene in parte, talvolta risultava però in difficoltà, anche dal punto di vista attoriale.

Laura Giordano

OSCAR

8

Oscar è il personaggio più settecentesco della produzione verdiana, un comprimario che però ha un ruolo importante, partecipando alle vicende ma mantenendo, allo stesso tempo, un certo distacco. Il soprano siciliano lo interpreta con agilità e con il piglio beffardo che si addice a questo ruolo.

Sebastiano Rolli

SUL PODIO DELL'ORCHESTRA

7,5

Non sempre il suono dell’orchestra è limato e il palcoscenico è a volte difficile da gestire, ma la lettura di Rolli (che dirige come sua abitudine a memoria, senza partitura, per tenere meglio il contatto visivo con cantanti e buca) appare attenta e consapevole.

Marina Bianchi

REGIA E ALLESTIMENTO

8

Di questo allestimento è encomiabile soprattutto l’operazione di recupero delle scenografie del 1913 di Carmignani: l’aspetto visuale conquista, anche grazie al sapiente lavoro nella creazione dei costumi (di Lorena Marin) che valorizzano i fondali. La regia di Marina Bianchi non cerca di stupire ma è funzionale al dramma.

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