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Tribunale

Sdoganò un prototipo di Formula Sae, assolto il presidente del Cepim

18 gennaio 2019, 06:00

Sdoganò un prototipo di Formula Sae, assolto il presidente del Cepim

ROBERTO LONGONI

Fu una gara nella gara. Tutti i prototipi universitari pronti a prendere il via di lì a poche ore sull'autodromo di Varano, e la vettura turca ancora su un autotreno al Cepim. Era il loro debutto in Formula Sae, e i giovani ingegneri venuti pieni di belle speranze da Istanbul rischiavano di fare da spettatori. Avevano lavorato mesi per quell'appuntamento solo per vederlo svanire, tristemente appiedati dalla burocrazia, da uno stato di cose creato da uno spedizioniere non proprio ligio ai patti e dal calendario. Era sabato, e perché si alzasse la sbarra di fronte al tir sembrava che bisognasse attendere il lunedì mattina. Giusto in tempo per rientrare a casa.

Disperati, gli ingegneri chiesero aiuto agli organizzatori, che a loro volta chiamarono il presidente dell'Interporto. E Johan Sebastiano Marzani, che avrebbe potuto trincerarsi dietro i regolamenti o anche solo godersi il fine settimana in santa pace, si mise una mano sul cuore e firmò il documento che sbloccava la situazione. «Ha capito il dramma che stavano vivendo quei giovani che avrebbero potuto essere suoi figli e si è impegnato per aiutarli» ricorda Gian Paolo Dallara. Il prototipo arrivò al Paletti sul filo di lana per la registrazione. Per i turchi fu già una vittoria. Travolti dall'entusiasmo, non si curarono dei sigilli e scaricarono la loro vettura. Fa niente che alla parte agonistica dell'appuntamento non sarebbero riusciti ad accedere: un traguardo l'avevano almeno tagliato.

Storia a lieto fine? Non ancora, perché stava scattando il via di un'altra gara: sul «circuito» della giustizia. E questa volta i tempi sarebbero stati molto più lunghi. Ne sanno qualcosa Marzani e due torinesi figure chiave dell'organizzazione della Formula Sae: tutti e tre sono finiti sotto processo per violazione di sigilli e usurpazione di funzioni pubbliche. In realtà, trattandosi di un'importazione temporanea, legata ai tempi della corsa, non sarebbe nemmeno stato necessario sdoganare il prototipo.

I sigilli erano comparsi in scena perché anziché in un carico esclusivo, come promesso all'Istanbul Technical University, la vettura era stata trasportata con altra merce che non c'entrava nulla con la gara. In parte scaricata in Serbia, in parte ancora a bordo. Alla frontiera di Trieste, non era stato possibile adempiere alle operazioni di dogana. Così, il camion - che tra l'altro aveva accumulato un bel po' di ritardo - aveva proceduto per Fontevivo. Dove le cose hanno preso la piega che si è detto.

Alla situazione, già aggrovigliata di suo, andava aggiunto un dettaglio linguistico. Non di poco conto. Infatti, per far uscire il carico, il presidente del Cepim firmò sotto la dicitura «customer officer», senza sapere (a causa dell'inglese zoppicante) che significava «ufficiale di dogana». Questioni emerse al rientro, al passaggio del tir dalla frontiera di Trieste.

Ieri, la chiusura della vicenda. Marzani, dopo aver seguito di persona ogni udienza del processo con l'aria di chi sta vivendo un incubo, ha sentito già dalla stessa voce del pm Massimiliano Sicilia chiedere l'assoluzione per lui e per gli altri due imputati. Richiesta ribadita dal suo difensore Sergio Ghiretti e dall'avvocato Emanuele Marcovina Michienzi, legale dei due torinesi. La sentenza ha messo d'accordo tutti: il giudice Laura Ghidotti ha assolto i tre con formula piena.

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