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Intervista

Raphael Gualazzi: «A Parma torno sempre volentieri»

20 gennaio 2019, 06:00

Raphael Gualazzi: «A Parma torno sempre volentieri»

PIERANGELO PETTENATI

Raphael Gualazzi sarà tra i grandi protagonisti, sabato 27 gennaio al Teatro Verdi di Busseto, della serata «Barezzi Road», dove riceverà il Premio Barezzi, che in passato è stato consegnato a importanti protagonisti della musica internazionale come Vinicio Capossela, Enrico Rava, Philip Glass e Caterina Caselli. Nella stessa serata, il premio sarà consegnato anche al M° Alessandro Nidi, musicista parmigiano che ha contribuito al lancio del festival.

Nel 2010, in una delle prime edizioni del festival, Raphael Gualazzi ha iniziato il percorso che, passando per il Sanremo successivo, l'ha portato alla ribalta nazionale:

«Ho un bellissimo ricordo del festival. Già da anni suonavo in festival jazz nazionali e internazionali, ma in quella fase di avvicinamento a Sanremo, fui invitato da Giovanni Sparano al teatro di Fidenza e fu un bellissimo concerto. Poi ci sono state altre occasioni d'incontro e di scambio su alcune idee musicali. È sempre un piacere ritornare al Barezzi anche come ascoltatore, perché è diventato una garanzia di qualità. Ultimamente mi sono goduto il bellissimo concerto di Paolo Conte al Regio. Mi piace anche passeggiare per Parma, godere delle sue bellezze e allo stesso tempo poter condividere il progetto musicale con la città e i suoi dintorni».

A proposito di musica e di Parma, sabato interpreterà un'aria verdiana: che veste avrà?

«Farò il Coro delle Zingarelle, dalla Traviata. Ne farò un divertissement musicale, con incursioni “spanish tinge” alla Jelly Roll Morton, momenti rapsodici e di apertura introspettiva. Ho fatto il bricoleur, come avrebbe fatto il grande Renato Sellani, cucendo insieme varie parti. Ma soprattutto sarà divertente, perché il divertimento è sempre il fil rouge del mio percorso musicale».

Quanto è ancora attuale la musica di Verdi?

«La musica di Verdi è un'eredità meravigliosa. È stata e continua ad essere ispirazione per tanti musicisti e compositori jazz; Louis Armstrong, ad esempio, è stato fortemente influenzato da un suo collega a me vicino per origini come Rossini. Allo stesso modo penso che Verdi abbia influenzato tutto il linguaggio jazzistico e soprattutto quel jazz legato alla tradizione classica che io amo tanto».

Nell'ultimo periodo ha suonato parecchio, ma l'ultimo album è del 2016. Ci sarà qualche novità nel 2019?

«Sì, entro la fine dell'anno avremo novità tangibili. Ho ancora qualche impegno live in Italia e all'estero ma sono al lavoro sui brani nuovi, in via di definizione. Ovviamente non posso dare altri dettagli…»

E' arrivato al successo seguendo un percorso assolutamente personale, con punti di riferimento riconoscibili ma con uno stile che è solo suo e difficilmente etichettabile; qual è il segreto?

«A questa domanda non saprei rispondere… Posso solo dire che la mia è una continua ricerca. Cerco sempre di scrivere canzoni, di arrangiarle e interpretarle ogni volta in maniera diversa; non voglio mai annoiarmi, né in fase di registrazione né quando le suono sul palco con la mia band, perché se io non mi annoio e mi diverto, i musicisti non si annoiano e si divertono. E il pubblico, sia quello sotto il palco che quello che ascolta il disco a casa, si divertirà a sua volta. Noi non salviamo vite, siamo intrattenitori ma attraverso la semplicità dell'intrattenimento alcune volte possiamo trasmettere belle sensazioni. La musica non deve essere troppo educativa, anzi, non lo deve essere affatto. È la musica ad educarci nel momento stesso in cui la scriviamo e la interpretiamo. Io non ho mai cercato etichette per la mia musica, ma ho sempre usato come comune denominatore il divertimento e la semplicità».

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