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IL PERSONAGGIO

Tavella, da rugbysta a monaco zen

04 febbraio 2019, 06:00

Tavella, da rugbysta a monaco zen

PAOLO MULAZZI

Passare da uno sport di squadra per eccellenza come il rugby a uno individuale come le gare di motociclismo per poi diventare monaco zen? Si può. Se ci si chiama Roberto Tavella. A cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 ha giocato terza linea nell'Amatori, con 58 presenze e 1 meta, e nella Rugby Parma, con 6 presenze.

Ma la moto è sempre stata la sua passione. E dopo avere smesso con la palla ovale ha iniziato sulle due ruote alla veneranda età di 33 anni. «Mi è sempre piaciuta la velocità. Da ragazzo avrei voluto correre in auto, ma dato che ero mingherlino e un po’ timido mio padre mi ha mandato a giocare a rugby; mi sono appassionato e sono felice di averlo praticato. Quando ho smesso sono andato a Varano e lì è salita la febbre per le moto».

Proprio a Varano ha vinto la sua unica gara in nove anni di attività nel campionato italiano velocità. «Su una Ducati, sotto la pioggia. Era la prima volta che guidavo una moto ufficiale perché il pilota si era infortunato. Mi hanno chiamato al suo posto perché nelle gare precedenti ero arrivato secondo e terzo con una Ducati privata».

Insieme ad altri piloti ha anche stabilito il record mondiale di velocità alla 24 ore di Nardò nel 1994. Tavella cercava la velocità ma anche qualcos’altro. Partendo dal motto coniato per definire il correre in moto: «L’avevo chiamato “la cultura del disastro”: la tranquilla e totale accettazione che tutto può andar male in un attimo». La moto va curata. La sua manutenzione è quasi un’arte («Tenere pulita la moto, in tutti i suoi componenti, può evitarti qualche guaio fisico») tanto che è stato scritto anche un libro, in cui la moto veniva associata allo zen.

Mettere insieme le gare con la meditazione sembra un ossimoro. Tavella lo ha fatto grazie allo yoga: «Appena smesso col rugby ho iniziato a praticare yoga da autodidatta e mi sono accorto che entrare così dentro al mio corpo mi dava una gioia profonda. Quindi ho comperato un libro di zen. La mia idea era quella di migliorare la mia prestazione in moto, per liberarmi dai pensieri. Non puoi diventare Valentino Rossi se non lo sei, ma puoi dare il tuo 100%».

Da qui è partito un percorso con la tappa fondamentale quella del 18 agosto 2000 quando ha ricevuto l’ordinazione monastica. Adesso il suo nome è Taiho con l’accento sulla o e l’acca leggermente aspirata: «significa sommità di pace».

Il maestro Taiho, che a fine aprile andrà per tre mesi in ritiro in Giappone, ha un suo centro in Borgo Regale, dove pratica meditazione seguito da alcuni adepti.

E’ storia la battuta di Gianluca Obbi, professione imbianchino e suo compagno sia nell'Amatori sia nella Rugby Parma, quando Tavella gli ha detto che stava due o tre ore seduto davanti a un muro: «E có vòt?! Mi gh’son tutt’al dì davanti a un mur col pnell…».

Nello zen, il maestro è fondamentale, così come nello sport: «Nel rugby ho avuto in Paolo Quintavalla un maestro di vita, oltre che di rugby; l’altro maestro importante è stato Taiten Guareschi».

Se gli si chiede che cos’è lo zen, lo definisce «una realizzazione nella vita di tutti i giorni, qualsiasi cosa si faccia. Il respiro è fondamentale, parte dalla pancia. Stai sempre in rapporto col tuo respiro e sarai felice. Si va totalmente nel corpo per far sì che la mente funzioni bene, poiché la mente è incarnata».

Il «vecchio saggio» ci dice che «oggi tutti immaginano la realtà e il mondo, anziché viverli. Bisogna avere un rapporto radicale, nel senso delle radici, che sono piantate in terra, anziché idealista, cioè con la testa verso l’alto, ovvero un rapporto serio, semplice con i fatti fondamentali: bisogna mangiare, coprirsi, mettersi d’accordo con l’altro, uomo, donna o straniero che sia. Felicità è se siamo felici tutti. Se è ricca soltanto la mia comunità vuol dire che ne sto impoverendo un’altra. Stiamo perdendo di vista il connubio con la natura, il rispetto».

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