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IL DISCO

King Crimson, cinquant'anni fa il capolavoro

di Michele Ceparano -

09 febbraio 2019, 01:05

King Crimson, cinquant'anni fa il capolavoro

Quest'anno, seppur a ottobre, verranno festeggiati i primi cinquant'anni di un album di quelli, come si usa dire, dopo il quale nulla fu più lo stesso. Ebbene, a tagliare il prestigioso traguardo dei 50 è “In the court of the Crimson King” dei King Crimson. Una fine di decennio pazzesca per quanto riguarda gli anni Sessanta. L'anno prima, nel '68, i Jethro Tull debuttavano con “This was”, tanto per citare un lavoro appena precedente. Nel '69 il mondo avrà in regalo, oltre al leggendario lavoro dei King Crimson, dischi come Led Zeppelin I e II, “Tommy” degli Who, “Aoxomoxoa” dei Grateful Dead. E poi ancora “Abbey Road” dei Beatles, “Stand up” dei Jethro Tull, “Yes” dell'omonima band, “Ummagumma” dei Pink Floyd. Basta così. Per il momento, perché questa rubrica quest'anno si è già occupata di alcuni di questi capolavori e continuerà a farlo.
Debuttare con un capolavoro comunque non è facile. Non riuscì neppure ai Pink Floyd o ai Genesis. Il Re Crèmisi, la traduzione di King Crimson - il cui disegno è all'interno della copertina di Barry Godber, a far da contraltare all'uomo-schizoide della copertina vera e propria -, la cui pubblicazione è datata 10 ottobre 1969, è fatto coincidere da alcuni come la vera origine del progressive rock. Che poi, sarebbe un prog con tante altre influenze. Argomenti per musicologi.
Tralasciando queste “dispute”, il concept  sulle paure dell'uomo contemporaneo del gruppo capitanato da Robert Fripp è comunque tra le pietre miliari di uno stile musicale che vedrà svilupparsi almeno fino alla metà degli anni settanta capolavori come, anche qui basterà citarne due”, “Tarkus” degli Emerson, Lake and Palmer o, per lunghi tratti ispirato ad “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, autore che li influenzerà anche in seguito, “Nursery Cryme” dei Genesis.
L'album dei King Crimson non vuole, però, essere solo bello: alterna infatti melodie ad ardite sperimentazioni. A partire dal brano d'apertura, “21st Century Schizoid man”, che contiene anche riferimenti alla guerra del Vietnam. Il  testo è di Pete Sinfield e la voce niente meno che di Greg Lake, che l'anno dopo darà vita con Keith Emerson e Carl Palmer al leggendario trio. Un mondo che va alla deriva è anche il motivo conduttore di “I talk to the wind”, che fa il paio con l'atmosfera ugualmente senza speranza di “Epitaph”, brano diviso in due capitoli. Insomma, come con i Pink Floyd e o i Van der Graaf Generator. anche con i King Crimson non c'è da stare allegri. Dall'allegria però sono arrivati ben pochi capolavori. Dopo la sognante, almeno per i primi due minuti, “Moonchild” che narra di una magica fanciulla è la volta del gran finale. L'ultimo pezzo, “The court of the Crimson King”, che dà il titolo all'album, è una ballata, anche questa ovviamente senza speranza, tra la magia e la realtà. Divisa in due parti (“The return of the fire witch” e “The dance of the puppets”), porta sulla scena immagini e personaggi che rievocano un fiabesco medioevo tipico del prog che verrà come, per citarne alcune, il torneo, il pellegrino, la regina nera, la strega, il giocoliere e il buffone. Suggestioni che solo alla corte del Re Crèmisi si possono trovare.