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Intervista

Il questore: «La nostra strategia per la sicurezza di Parma»

12 febbraio 2019, 06:02

Il questore: «La nostra strategia per la sicurezza di Parma»

ROBERTO LONGONI

Qualcosa è cambiato. Prima ancora che nelle statistiche, lo si legge sulle strade. Viale Vittoria, ad esempio: meno pusher a presidiare gli incroci strategici; meno e meno sfacciati, pronti a defilarsi con maggior slancio alla vista di una pattuglia. Perché non è più «solo» una pattuglia quella che si fa incontro con i lampeggianti accesi, ma un avamposto dell'intera questura. Nella lingua di chi vive infischiandosene della legge, significa che le possibilità di «rogne» si moltiplicano. E poi ci sono le statistiche: dal primo settembre 2018 al primo febbraio 2019 sono aumentati del 40 per cento (in confronto allo stesso periodo dell'anno precedente) gli allontanamenti di immigrati irregolari che si sono messi in cattiva luce, spesso spacciando. La percentuale comprende gli ordini del questore, gli accompagnamenti coatti alla frontiera o anche ai Centri di permanenza per il rimpatrio. Misure più temute di arresti e detenzioni di breve durata. Quasi raddoppiati i rimpatri coatti (da 15 a 25), quasi quintuplicati gli accompagnamenti ai Cpr, (da 9 a 43). «Cerchiamo di attivare tutte le potenzialità della questura. Sono tante ed efficaci» spiega Gaetano Bonaccorso, 57 anni, al vertice di borgo della Posta dal settembre del 2018.

Tra queste ci sono anche gli strumenti «burocratici»?

«Proprio così. Le volanti lavorano in strada in modo orientato, avendo a disposizione più informazioni possibili. Inoltre, le pattuglie sanno bene di avere alle loro spalle non solo il loro, ma tutti gli uffici della questura. Si dà il massimo peso alla raccolta di dati: ognuno può essere prezioso. E anche le azioni burocratiche possono contenere in sé strumenti utili alla prevenzione».

Gli accompagnamenti sono onerosi, anche in termini di uomini. Come li eseguite?

«Abbiamo organizzato squadre ad hoc all'interno della questura per affrontare anche questi compiti».

E poi c'è l'aspetto repressivo.

«Lo teniamo in altissima considerazione. Basti pensare che gli arresti della Squadra volante sono passati dai 3 del gennaio 2018 agli 11 del mese appena trascorso. E ogni arresto può fornire un punto di partenza per nuove indagini».

Tutti coinvolti...

«Esatto. Si cerca di stringere sempre più la collaborazione all'interno della questura. Intanto, puntiamo a una sinergia sempre più efficiente anche con le altre forze di polizia».

Superando invidie e contrapposizioni?

«Be' (ride, ndr), i rapporti dipendono soprattutto dagli uomini: i contatti con le altre forze sono costanti e sempre più positivi. Ognuno ha la propria storia, la propria divisa, ma nella nostra realtà gli antagonismi hanno un costo troppo elevato: collaborare è necessario. Non ci vuole molto a capire che lo scambio di elementi permette di lavorare meglio a tutti. Faccio un esempio: se io ho i dati di un soggetto che oggi è qua e domani è là, passare le informazioni agli altri è quanto di più necessario».

A proposito di controllo del territorio, siamo alle prese con le solite ristrettezze?

«Cerchiamo di impegnare al meglio le nostre energie: in gennaio siamo riusciti a organizzare 317 pattuglie, con l'aiuto del Reparto prevenzione crimine e delle Unità cinofile. Nel gennaio 2018 erano state 271. A volte, le volanti per turno sono tre... Poi, speriamo di avere a breve 15 nuove unità. Un numero importante».

Il rapporto con i parmigiani?

«Sono molto collaborativi: una caratteristica di questi territori. Qui la gente è abituata ad alzare la voce per i propri bisogni, ed è un bene: significa che c'è la volontà di affrontare insieme i problemi. Abbiamo fatto incontri con i Consigli di quartiere, con le associazioni come la Famija pramzana, con i comitati come Oltretutto Oltretorrente...».

I cittadini come sentinelle?

«Sono parte attiva e preziosa del controllo del territorio. Dobbiamo affrontare una criminalità sempre più “liquida”: bisogna ascoltare tutti, per capire che cosa stia cambiando. E come. Non si può pensare che esista un problema: ce n'è una serie, tutti bisognosi di attenzione. E non esistono solo quelli che appaiono. Per questo dico ai miei collaboratori di non fermarsi mai a una sola prospettiva. Così come sarebbe sbagliato affrontare il problema della droga senza lavorare sul fronte della domanda. Non dobbiamo diventare una polizia dell'emergenza, ma cercare di capire nella loro complessità quali siano i fenomeni criminali che aggrediscono il territorio. E così rendere il territorio ostile a quei fenomeni criminali».

Si limitano ad alzare la voce, i cittadini?

«Tutt'altro. Abbiamo ricevuto una bellissima lettera di una parmigiana per Natale. E mi viene in mente l'ultimo episodio, l'altro giorno al nostro gazebo contro la violenza di genere in via Venezia: una signora è uscita dal supermercato per donarci un fiore...»

Esce spesso con le pattuglie?

«Mi è sempre piaciuto e mi piace ancora. Del resto, è importante avere un contatto diretto con la realtà nella quale si lavora. Anche se si deve fare un passo indietro, quando bisogna analizzare la situazione nel suo insieme».

Di lei si dice che sia un motivatore, uno che all'«io» preferisce il «noi». Ma lo sa che i suoi collaboratori la descrivono anche un po' come un rompiscatole?

«Certo. E ci tengo molto a esserlo (ride, ndr). So che per migliorare serve il sacrificio. C'è chi mi ha anche ringraziato per questo. Non è il massimo ottenere il riconoscimento di qualcuno a cui si è chiesto un sacrificio?»

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