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Gatti: «Gioco d'azzardo: lo Stato lo demonizza, però intanto incassa»

13 febbraio 2019, 06:00

Gatti: «Gioco d'azzardo: lo Stato lo demonizza, però intanto incassa»

CHIARA POZZATI

Il gioco d'azzardo? «Un business per lo Stato italiano che sfiora gli 11 miliardi di euro. Fintanto che è stata all'opposizione il Movimento 5 stelle non ha fatto altro che demonizzare questo comparto e oggi, oltre a spremerlo come hanno fatto tutti gli altri, Simone Valente, sottosegretario e uomo di fiducia di Di Maio, ha addirittura assicurato di aver debellato la ludopatia, un tema guarda caso scomparso da quotidiani e tv. Ci aspettavamo da questo governo che arginasse il far west normativo, invece come al solito sull'argomento si spengono i riflettori».

A parlare è Francesco Gatti, amministratore delegato di Bakoo Spa, società collecchiese leader in Italia nella progettazione e realizzazione di slot machine e giochi con premio in denaro (recentemente sbarcata sia sul mercato spagnolo, sia su quello online). Sembra paradossale, ma l'appello alle istituzioni arriva proprio dai protagonisti del mercato delle «macchinette».

«Occorre chiarire – spiega Gatti – che il sistema gioco, in Italia, è una fra le più importanti voci di entrata del bilancio, la stessa che ha garantito oltre la metà dei fondi necessari alla manovra finanziaria e al reddito di cittadinanza. Parlo di sistema di gioco legale, regolamentato, che comprende slot e vlt da bar e sale scommesse, gioco on line, gratta e vinci, quello delle estrazioni istantanee. Nonostante quello che l'opinione pubblica spesso sostiene, dati alla mano, l'evasione nel nostro comparto è minima. I controlli della guardia di finanza sono minuziosi e continui e le poche macchine sconnesse che arrivano da Romania o altri Paesi dell'Est europeo circolano in un mercato nero sempre più ridotto».

Ma entriamo nel dettagli: «La voce di maggior rilievo per lo Stato è sicuramente rappresentata dagli introiti relativi alle macchinette. Le tasse sono aumentate vertiginosamente passando dal 13 a oltre il 20% sull'introdotto (pari ad oltre il 79% di imposizione fiscale sui ricavi) in appena due anni. Lo Stato preleverà dalle slot dei bar circa 5,3 miliardi come previsionale 2019. La situazione è ormai insostenibile per un comparto che continua a essere visto unicamente come un serbatoio economico».

È pur vero che la dipendenza da gioco rimane una piaga del nostro tempo che miete migliaia di vittime «e io stesso non intendo sottovalutarla o negarne l'esistenza, ma spesso e volentieri è un tema che porta con sé una massiccia dose di disinformazione e luoghi comuni».

Un altro dato: l'Italia, tra i membri dell'Unione europea, è il Paese che, a livello fiscale, incassa di più dal gioco d'azzardo. Un primato sconfortante che emerge dallo studio realizzato dall'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), un organismo indipendente che ha il compito di svolgere analisi sulle attività economiche dei governi nazionali e di valutare il rispetto delle regole di bilancio.

«Ecco perché chiudo con una provocazione – conclude Francesco Gatti –: forse è lo Stato il soggetto patologico, colui che realmente non può fare a meno di questo prodotto. Colui che ne assume i benefici ma che fino ad oggi non si è posto con intelligenza al centro del fenomeno per esporne chiaramente i vantaggi e preferisce lasciare fumosamente intendere che un giorno, forse lontano, smetterà».

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