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I NUOVI ITALIANI

Generazione Mahmood: figli di genitori stranieri e italiani più che mai

16 febbraio 2019, 06:01

Generazione Mahmood: figli di genitori stranieri e italiani più che mai

Li abbiamo sentiti chiamare «ragazzi ponte», «equilibristi fra due mondi», «bambini 2G», fino alla recentissima «generazione Mahmood». Abbiamo raccolto le loro storie, storie di nuovi (e nuove) italiani (e italiane).

Figli di genitori immigrati arrivati bambini o nati e cresciuti nel nostro Paese sono riusciti a ritagliarsi il proprio posto. Un talento sportivo, una studentessa universitaria, un'infermiera, un chirurgo e un conducente d'autobus che ci raccontano la bellezza e l'arricchimento di chi vanta radici e ali non sempre e per forza in conflitto tra loro.

Abbiamo ascoltato le loro voci per cogliere la complessità di vite in bilico tra più culture e più identità. Alcuni di loro sono arrivati con mamma e papà, altri da soli. Tutti si sono impegnati e integrati, radicati qui ma anche altrove, uniti dalla voglia di mescolarsi senza per forza sentirsi diversi. Vite riuscite, sogni realizzati, tradizioni miste o parmigianissime che ci ricordano quanto la diversità a volte stia (solo) negli occhi di chi guarda.

ILEANA SEMINI

«Per me non esistono generazioni nuove o vecchie: io mi sento e sono italiana a tutti gli effetti». Va dritta al sodo Ileana Semini, il volto dell'Università che accoglie al ParmaUniverCity Info-point del Ponte romano. Mamma e papà albanesi («da sempre legati al Belpaese, loro meta anche quand'erano giovani»), la 25enne è approdata qui quando aveva un anno. «I miei ricordi, la mia infanzia e adolescenza sono tutti legati all'Italia, anzi in Albania non ci sono mai stata. Onestamente mi affascina, ma come qualunque altro luogo».

Ileana ha frequentato gli studi senza mai riscontrare alcuna difficoltà ad integrarsi: «Ho scelto un liceo scientifico e poi conseguito una laurea triennale in Scienze politiche a Bologna, ora sto completando i miei studi all'Università di Parma e mi trovo benissimo nel contesto accademico».

Una carriera in divenire nell'ambito delle Relazioni internazionali ed europee, la studentessa racconta di non esser mai stata vittima del pregiudizio: «Qualcosa che non mi ha mai toccata, fortunatamente. Sono stata cresciuta ed educata da genitori che non hanno mai fatto questioni di confini o latitudini, lo stesso vale per i contesti che ho frequentato. La diversità è una ricchezza e onestamente non ho mai subito lo spaesamento che prova chi arriva da lontano. A volte da piccolina in casa mia si parlava l'albanese che io capisco, ma non parlo e tantomeno scrivo». Anzi, il suo accento più che il sapore esotico ricorda vagamente quello romano. Per lei l'Italia non è mai stato un treno in corsa sul quale saltare e di cui non perdere nulla, «è semplicemente casa».

Il suo sogno nel cassetto? «Quello che sto già costruendo: sono orientata a concludere i miei studi e intraprendere una carriera lavorativa in Italia, tuttavia sono sempre stata incuriosita e affascinata dall'estero. Il mio obiettivo? imparare a conoscere nuovi mondi e nuovi contesti per arricchire sempre di più il mio percorso e la mia crescita».

La diffusione del razzismo? «Credo che il pregiudizio sia diffuso in Italia, come altrove, ma per una scarsa conoscenza dell'altro. Si tende a generalizzare e porre degli stereotipi senza poi andare a comprendere l'altro e per poter realizzare che non ha nulla di diverso».

EYOMIDE FOLORUNSO

«Mi sento italiana? E perché no, sono arrivata a Fidenza a otto anni, qui sono cresciuta, mi sto realizzando e vivo come qualsiasi altra ragazza. Se devo dirla tutta però mi sento “italo nigeriana”, il giusto mix tra due culture che dentro di me convivono l'una affianco l'altra».

Il sorriso luminoso di sempre, Ayomide Folorunso risponde dopo una giornata convulsa tra allenamenti e studio. La stella dell'atletica, figlia del Cus Parma Lanzi Trasporti, che corre per le Fiamme Oro, si racconta a cuore aperto. Studentessa modello con il «pallino» per il cronometro, Ayo - come viene soprannominata - si è iscritta alla facoltà di Medicina del nostro ateneo, fatica senza tregua sui libri, con la tenacia e l'orgoglio di voler essere campionessa non solo in pista.

Pur essendo nell'olimpo dei grandi, non è difficile incontrarla mentre si allena al pala Lottici. «Il pregiudizio? Diciamo che quando sono arrivata alla scuola elementare di Fidenza i miei compagni di classe sapevano poco o nulla dell'Africa, ancor meno della Nigeria. Una volta mi sono sentita chiedere se abitavo nelle capanne – sorride e scrolla le spalle –. E' bastato spiegare che anche là esistono città e metropoli e tutto è filato liscio. Credo che più che pregiudizio si tratti di ignoranza e basta colmare le lacune per superare le barriere». «Sono convinta che il mondo dello sport sappia creare un'autentica integrazione: impari a misurarti con te stesso, il tuo team e chi ti sta a fianco e non esistono logiche razziali», prosegue la campionessa. Ecco perché il suo obiettivo («a parte correre più veloce di tutti con e senza ostacoli», scherza) è quello di ispirare anche tanti «nuovi ragazzi a praticare discipline sportive». «Io ne ho fatto una professione - prosegue - ma è innanzitutto passione e divertimento».

Un altro sogno nel cassetto? «Diventare pediatra e potermi prendere cura dei bambini». Oltre a un rapporto speciale con la sorella, Ayo adora i genitori e anche mantenere le tradizioni di famiglia: «Amo i dolci parmigiani, ma anche quelli nigeriani che mia madre non fa mai mancare per Natale». Parlando invece del Paese di provenienza confessa: «Non sono ancora tornata in Nigeria, ma conto di farlo: ho tanti parenti e amici là e spesso sento nostalgia di quella parte della mia storia. Sono convinta che in me ci sia abbastanza spazio per radici e ali: Africa e Italia non sono in competizione».

ABONGWA HARISCINE KENG

«Non mi sento parmigiano e nemmeno camerunense, semplicemente cosmopolita». Non un velo di amarezza nella voce, ma la disinvoltura di chi davvero non crede nei confini: ecco cosa ci racconta Abongwa Hariscine Keng, specialista di Chirurgia generale all'ospedale Maggiore. È arrivato in Italia adolescente, grazie a una borsa di studio della parrocchia e «non mi sono mai sentito spaesato: sapevo che volevo studiare e sapevo che prima di prendere in mano un bisturi avrei impiegato tempo e fatica. Ma la spinta ad aiutare chi soffre è stato il motore per cercare di dare il massimo, sempre».

Ha il sapore del riscatto questa storia che sgorga insieme ai ricordi: «Sono arrivato poco più che ragazzino, con un sogno in tasca e il mondo ancora da scoprire. Onestamente è stata dura lasciare in Camerun tutta la famiglia, ma in Italia, a Parma, mi sono subito sentito accolto, sia quando ho iniziato le scuole, sia all'Università, sia all'ospedale».

Alle generazioni 2.0 non crede, così come non intende credere ai pregiudizi: «Qualcuno, probabilmente, si sarà stupito di vedere un camice bianco dalla pelle color ebano, ma non mi è mai pesato. Credo che mantenere una mente aperta e curiosa di scoprire le diversità, scevra dall'ignoranza, sia l'unico strumento davvero efficace per superare le divisioni».

Abongwa non nega che siano stati anni duri, specialmente per chi ha scelto non solo la carriera della Medicina ma anche una specializzazione estremamente complessa, «ma qualunque aspirante medico affronta le stesse prove, questo a prescindere da quale luogo arrivi», ammette con molta umiltà e pragmatismo.

Un non parmigiano che, ironia della sorte, vanta la figlioletta con «la “r” moscia – qui la risata è irrefrenabile – e una gran voglia di scoprire il mondo, del resto il Dna non mente». Riferendosi al Camerun, il paese di provenienza, Abongwa pronuncia parole intrise di dolcezza. «Lo porto sempre nel cuore, non a caso il mio sogno nel cassetto è costruire un ospedale in Camerun, dove la prima causa di morte della popolazione è l'Hiv che colpisce soprattutto i bambini in età neonatale». Un sogno per cui ha già gettato le basi e trovato il sostegno della sua Parma. «Spero di concretizzarlo appena possibile», conclude, dimostrandosi determinato a fare del bene là dove ce n'è più bisogno.

CLAUDINE IRAHOZA

Nella sua casa si sono sempre parlate quattro lingue: francese, inglese, italiano e kurundi. Nel suo cuore custodisce il seme di due terre: il seme di Parma e quello del Burundi. Arrivata poco più che ragazzina in Italia, Claudine Irahoza si sente tanto parmigiana quanto africana «o forse cittadina del mondo».

«Amo entrambi questi Paesi e penso che mi appartengano in egual misura – afferma in tono divertito –. Basti pensare che adoro tanto le lasagne quanto il riso con carne accompagnato da un contorno di banane». La prima tappa italiana di Claudine è stata Perugia, dov'è rimasta tre anni per realizzare il suo sogno: «Frequentare la scuola, diventare infermiera e prendermi cura di chi soffre». Dopo tanti sacrifici e una buona dose di tenacia, alla fine è riuscita a trasformare in realtà quello che era un desiderio. Oggi la si incontra nelle corsie dell'ospedale Maggiore, pronta a «mettersi a servizio di chi è in difficoltà» sempre col sorriso sulle labbra e una gran voglia di fare.

«Ho intrapreso il viaggio verso l'Italia da sola, ero molto piccola, ma non mi sono mai sentita in bilico tra due mondi. Direi più che altro che ho costruito il mio personalissimo ponte». Un ponte che ha unito il «meglio di due culture che non cozzano l'una contro l'altra». Ecco perché non crede alle etichette sulle generazioni: «qui sono cresciuta come persona, sono stati gli anni centrali della mia vita, ecco perché mi sento parmigiana oltre ad esserlo. Ho frequentato la scuola di specializzazione e ho vinto il concorso. Nonostante il colore della pelle non ho mai subito pregiudizi o razzismo. Anzi, il mio gruppo di amici era variegato. Venivamo veramente da tutto il mondo e sentirci tutti italiani, perché così ci sentivamo, ieri come oggi, ci ha permesso di rimanere uniti e arricchirci».

«Mi fa un po' sorridere pensare alle etichette, come la generazione Mahmood esplosa grazie a Sanremo, perché le trovo superflue». Ultima chicca che la riguarda: nel tempo, in casa sua si è unita anche un'altra lingua. «Forse la più difficile per me. Si tratta del dialetto parmigiano - ammette -. Il papà di mia figlia è nato a Parma e i suoi nonni paterni le parlavano in dialetto fin quando era bambina. Oggi ha vent'anni, perciò non solo capisce il dialetto, ma lo parla». Il legame col Burundi «c'è e rimarrà sempre, ma casa mia è questa. Preferirei che si parlasse di gioventù invece che di paesi». Già, la meglio gioventù.

GURVARINDER SINGH

«Sono arrivato qui bambino, a Parma sono diventato uomo». In questa frase è racchiusa tutta l'italianità di Gurvarinder Singh, 39 anni, autista di Tep.

I primi anni di vita li ha vissuti in Punjab, regione conosciuta come il «granaio dell'India», poi è approdato nel Belpaese a casa di un cugino. «Spaventato? Sicuramente aver lasciato tutta la famiglia là mi è pesato. Ma sono sempre stato attratto dal resto del mondo».

Non la definisce questione di riscatto «più semplicemente un'opportunità che mi ha spalancato molte porte».

Il 39enne, con un diploma arrivato studiando senza sosta, ha lavorato subito in un'azienda agricola. Non ha mai avuto problemi con la lingua, tantomeno con chi gli stava affianco. «Devo dire che non ho mai sperimentato il pregiudizio sulla mia pelle, anzi: in moltissimi erano affascinati dal fatto che venissi da una terra che sembrava lontana anni luce».

Dal duro lavoro nei campi all'Happy bus di Parma: «Mi è sempre piaciuto macinare chilometri - strizza l'occhio - e credo sia stata una delle esperienze più belle e arricchenti. Penso che lavorando coi bambini s'impari sempre. Un giorno ad esempio un piccolo è salito sul pullman piangendo perché il padre straniero non voleva che partecipasse alle feste italiane. Mi sono sentito fortunato, a me non è mai accaduto. Non solo: oggi che sono padre capisco l'importanza dell'apertura mentale che io stesso per primo ho sperimentato. Voglio che anche mio figlio cresca italiano al 100%, ma soprattutto sereno». Il figlioletto del 39enne ha un anno «e mi riempie d'orgoglio» dice.

Dopo tre anni di collaborazione con l'azienda dei trasporti pubblici finalmente la svolta: «Ho partecipato al concorso e sono riuscito a entrare come autista della Tep» spiega il «sikh parmigiano». Oggi lo si incontra sulla linee urbane ed extraurbane e mostra tutta la sua soddisfazione per un'integrazione «senza intoppi». Ma a casa Singh le (belle) contaminazioni sono tante: «La mia compagna viene dalla Slovacchia, ci siamo conosciuti qui e abbiamo costruito subito il nostro nido» e l'accenno alla gastronomia è quasi inevitabile: «Fa dei cappelletti buonissimi, ma si è specializzata anche nella cucina indiana. Insomma non mi manca nulla».

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