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Tardini

L'ultrà granata arrestato? E' un praticante avvocato

16 febbraio 2019, 06:03

L'ultrà granata arrestato? E' un praticante avvocato

LAURA FRUGONI

Quel derby con i cugini di quasi due anni fa è rimasto bene in mente, e non tanto per il rigore fallito di Calaiò e nemmeno per il gol risolutivo del «cecchino» Baraye.

Pioveva di brutto, il 7 maggio 2017, e il pre-partita era stato da panico nelle vie del centro storico, per via di un folto drappello di ultras granata che fuori dalla stazione era riuscito a sganciarsi dai custodi in divisa per dare la caccia ai nemici di sempre. «Fumogeni contro il Regio, spranghe in borgo Felino», snocciolavano i nostri titoli del giorno dopo. Perfino una fotografa se l'era vista brutta.

Tutto questo - successo fuori dallo stadio - si sapeva. Oggi salta fuori un'altra storia per niente edificante, qualcosa che successe all'interno del Tardini ed è costato l'arresto, ieri mattina, di un tifoso della Reggiana: Alessandro Occhinegro, 31 anni, tarantino, è accusato di violenza e minaccia aggravata.

Basta una scorsa al suo curriculum su Facebook a lasciare di stucco. Tutt'altro che il ritratto dell'ultrà riottoso: laurea in legge, Occhinegro è un praticante avvocato che ha collaborato con diversi studi legali, gioca a calcio (attaccante nella squadra «Duralex» delle toghe reggiane: la notizia è girata, tutti increduli), volontario di un'associazione in prima linea contro l'inquinamento, quando viveva a Bologna collaborava con la onlus Avvocati di strada.

Dunque cos'avrebbe combinato Occhinegro quella domenica allo stadio e soprattutto come sono arrivati a lui i poliziotti della Digos della nostra questura che ieri mattina sono andati ad arrestarlo - ora è ai domiciliari - in esecuzione di un'ordinanza emessa dal gip su richiesta della procura?

Il «soggetto 31» - così era chiamato in gergo dagli investigatori per distinguerlo da altri compari a cui davano la caccia - era ben imbacuccato mentre faceva il diavolo a quattro al Tardini durante la partita. Dopo essersi intrufolato nel settore ospiti, aveva cercato insieme ad altri di abbattere la barriera a spallate, chiaro l'intento: entrare in campo e interrompere il match. La barriera non veniva giù e allora aveva cominciato a colpirla con un tombino di ferro («sradicato» nel seminterrato del settore ospiti). S'era messo in moto il dispositivo di sicurezza della società, davanti alla barriera schierati gli steward per cercare di placare gli scalmanati. Ma il «soggetto 31» era di tutt'altra idea: riagguantato il tombino, l'aveva lanciato con forza oltre la recinzione verso gli steward, riusciti a scansarsi appena in tempo. Fin qui i fatti. Come sono arrivati a incollare al «soggetto 31» la faccia del praticante avvocato?

L'indagine è stata certosina: scrutati i filmati delle telecamere di sorveglianza, monitorati a lungo i soggetti più attivi nell'universo della tifoseria organizzata reggiana. Il cerchio l'hanno chiuso intorno a Occhinegro - dopo averne verificato l'appartenenza alla tifoseria granata e le frequentazioni allo stadio - basandosi su una serie di elementi cruciali: la comparazione fisionomica eseguita dalla polizia scientifica e i riscontri sulle foto del suo profilo Facebook. Sia Occhinegro che il «soggetto 31» portavano gli stessi Ray Ban Wayfarer, identico anello sull'anulare sinistro. Il 7 maggio alle 12,56 il 31enne scrisse su Fb: «delirio al derby». Per gli investigatori un altro tassello cruciale che avvalora il teorema: immerso in quel delirio c'era anche lui.

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