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CONDANNA

Decine di società, milioni di crediti fittizi e due mesi di latitanza: mazzata per i fratelli Zinno

20 febbraio 2019, 06:02

Decine di società, milioni di crediti fittizi e due mesi di latitanza: mazzata per i fratelli Zinno

GEORGIA AZZALI

Due mesi di illusione. Poi la latitanza nel cantone più riservato al mondo era finita con un blitz della polizia svizzera, che per settimane aveva lavorato con la Finanza di Parma. Alla fine di settembre i fratelli Ciro e Massimo Zinno, gli ideatori - secondo l'accusa - di una gigantesca frode fiscale da 14 milioni di euro, erano passati dalle rive del lago di Lugano al carcere. E, ieri, per i due imprenditori di origine campana, ma con un grosso giro d'affari anche nel Parmense, è arrivata la prima condanna, in linea con le richieste del pm Paola Dal Monte: 5 anni, 8 mesi e 10 giorni per Ciro; 5 anni, 6 mesi e 20 giorni per Massimo. Una mazzata, considerando che gli Zinno avevano scelto il giudizio abbreviato (il rito che prevede lo sconto di un terzo della pena). Non solo. In questo processo i due fratelli dovevano rispondere solo di una parte di reati, stralciati per il giudizio immediato, mentre per la lunga lista delle altre imputazioni - compresa l'associazione a delinquere - la richiesta di rinvio a giudizio deve ancora arrivare.

Nelle maglie dell'inchiesta sono finite in totale 59 persone. Emissione di fatture per operazioni inesistenti, dichiarazione fraudolenta, dichiarazione infedele, ma soprattutto indebita compensazione: una marea i reati tributari contestati. Lo scorso luglio - quando era stata firmata l'ordinanza di custodia cautelare nei confronti degli Zinno - la Finanza aveva sequestrato 4 milioni di euro, tra beni mobili e immobili. Fra gli indagati anche il commercialista parmigiano Giuseppe Capasso, accusato di bancarotta documentale e occultamento di documenti contabili, e il notaio Pasqualino Visconti, che fino al gennaio del 2017 aveva uno studio a Noceto.

Il sistema Zinno? Una macchina che girava a tutto gas, grazie a decine di prestanome, quasi tutti d'origine sudamericana, e a professionisti che avrebbero saputo dare i giusti consigli per aggirare il fisco. Dal 2012 al 2016 i fratelli Zinno avevano acquisito moltissime società - tra cui anche la Nuovo Millennio con sede legale nella nostra città, la Zeta Service e la Ecms (tutte e due con rappresentante legale di Parma) - poi affidate a delle teste di legno. Nelle prime dichiarazioni fiscali, però, venivano esposti falsi crediti Iva dovuti a costi, anche di centinaia di migliaia di euro, non documentati o in diversi casi basati su false fatture. Quei crediti fittizi erano poi ceduti ad altre società, specializzate nel fornire mano d'opera nei settori della meccanica e dell'edilizia e «gestite di fatto dai fratelli Zinno», aveva messo in evidenza il gip nell'ordinanza. Ma queste imprese, assolutamente operative, utilizzavano quei crediti tarocchi per evitare di pagare l'Erario o comunque per limitare al massimo i versamenti. È il meccanismo dell'indebita compensazione, un sistema che consente di risparmiare in modo fraudolento sulle tasse, ma anche di offrire manodopera a prezzi decisamente più convenienti sbaragliando la concorrenza.

Un meccanismo affinato negli anni. Gli Zinno avevano messo le mani su 91 società, con 822 dipendenti (solo nel 2014), ma contributi e ritenute sarebbero stati pagati proprio grazie alle compensazioni con i crediti fittizi. Altre volte, poi, i due fratelli avevano messo in liquidazione le società che non erano più funzionali ai loro obiettivi, o le avevano sostituite.

Per ora i due fratelli restano in carcere. In attesa dell'appello. Anche se prima potrebbe partire il secondo processo con tutta l'altra lunga serie di accuse.

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