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PENSIONI

Quota 100, «assalto» ai patronati

20 febbraio 2019, 06:03

Quota 100, «assalto» ai patronati

PIERLUIGI DALLAPINA

Per i giovani la pensione è un miraggio, mentre per chi ha già alle spalle una lunga carriera lavorativa quel miraggio può diventare presto realtà grazie alla formula prevista da «quota 100». Il decreto legge pubblicato a fine gennaio prevede infatti la possibilità di pensionamento per coloro che hanno almeno 62 anni d'età e 38 anni di contributi. La prima «finestra» per uscire dal mondo lavorativo è ad aprile ed è per questo che in tantissimi si stanno rivolgendo ai patronati par capire come approfittarne e per fare qualche calcolo.

2600 GLI AVENTI DIRITTO

«Posso andare in pensione con quota 100?», «se sì, quanto percepirò in meno?» sono le due domande che i funzionari dei patronati si sentono rivolgere dalla totalità degli aspiranti pensionati. Stando ai numeri resi noti dall'Inps, a Parma e provincia sono circa 2600 gli aventi diritto a quota 100, anche se molto probabilmente saranno molti di più quelli che si rivolgeranno ai vari patronati per capire se sarà conveniente optare per il pensionamento anticipato.

L'«ASSALTO» AI PATRONATI

«Il numero delle persone che si sono rivolte a noi, da quando si è iniziato a parlare di quota 100, è aumentato del 50%. In pratica, ogni settimana i nostri uffici della città e della provincia accolgono circa 1500 persone e di queste circa un terzo si rivolge a noi per questioni previdenziali», premette Luca Ferrari, direttore del patronato Inca Cgil, prima di aiutare a comprendere meglio la portata di quota 100. «Nelle fabbriche del territorio questa opzione non è considerata molto interessante, perché ci sono persone che hanno iniziato a lavorare da giovani e quindi raggiungono prima i 42 anni di contributi che non i 62 anni di età. In pratica, chi ha iniziato a lavorare prima dei 20 anni non è interessato a quota 100», prosegue Ferrari.

MOLTI I DIPENDENTI PUBBLICI

«Questo provvedimento ha riscosso interesse soprattutto fra i dipendenti pubblici e alla fine possiamo definirlo come un anticipo al pensionamento rivolto a chi se lo può permettere, perché non premia né i lavoratori precoci né chi svolge lavori gravosi», sostiene il direttore del patronato Inca. Con l'introduzione di quota 100 – che però deve ancora essere convertita in legge – il lavoro è aumentato anche al patronato Inas Cisl, come spiega il responsabile Matteo Dall'Aglio. «Nelle nostre sedi abbiamo già svolto più di 150 consulenze in questo primo periodo e abbiamo già l'agenda piena di appuntamenti da qua a fine marzo», spiega, facendo però notare che il grosso del lavoro per i patronati scatterà effettivamente nel momento in cui il decreto sarà convertito in legge. «Tanti lavoratori aspettano la conversione in legge di quota 100 per decidere con maggiori informazioni se lasciare o meno il proprio impiego prima del tempo», spiega, anche se nelle nuove disposizioni esiste una criticità che frena molti lavoratori.

IL DIVIETO DI LAVORARE

«Sono tante le persone che hanno detto di non essere interessate a quota 100 nel momento in cui scoprono che non potrebbero più lavorare dopo il pensionamento», assicura Dall'Aglio. Tornando però al quesito chiave, vale a dire quanto si «perde» andando in pensione anticipatamente, Lorella Alinovi, responsabile del patronato Ital Uil, spiega che ovviamente non esiste una percentuale valida per tutti e che, posto in questi termini, il problema non ha senso.

«Si parla sempre di penalizzazioni per chi andrà in pensione con quota 100, ma non è tecnicamente corretto. Penalizzato è colui a cui tolgo qualcosa a cui ha diritto poiché lo ha maturato lavorando, ma se una persona decide volontariamente di andare prima in pensione, è ovvio che percepirà qualcosa in meno rispetto a chi ha scelto di continuare a lavorare più a lungo, versando quindi più contributi».

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