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L'INTERVISTA

Capitano coraggioso: Bruno Alves si racconta

21 febbraio 2019, 05:01

Capitano coraggioso: Bruno Alves si racconta

PAOLO GROSSI

Bastava averlo visto muoversi in campo, ma scambiando quattro chiacchiere con Bruno Alves, il 36enne difensore portoghese arrivato la scorsa estate al Parma, si capisce perché è stato scelto per fare il capitano. L'intervista la si fa in inglese. «L'italiano lo capisco bene, ma se devo parlare mi sento ancora più sicuro con l'inglese. In campo e nello spogliatoio però sto facendo passi avanti con la vostra lingua».

Allora intanto complimenti per l'impressionante allenamento in riva al mare che abbiamo apprezzato nel video che hai postato. Ma ti sei poi tuffato nell'Oceano come c'è scritto? In febbraio?

Certamente, e lo faccio da sempre, non importa la stagione. Lì è casa mia, Povoa de Varzim, dove sono cresciuto. Fin da bambino andavo in spiaggia ad allenarmi con mio padre, che era calciatore, come pure mio nonno. E continuo, appena ho tempo, ad andare là ad allenarmi e a parlare con lui. E a fare il bagno.

Intanto anche il Parma sta un po' affondando... Come giudichi questo momento? E' venuto meno l'effetto-sorpresa?

La cosa principale che è che noi dobbiamo continuare a credere fortemente in quello che stiamo facendo. Seguire il tecnico, gara dopo gara, e niente deve cambiare nelle nostre convinzioni, anche se a volte giochiamo male e perdiamo. Non dobbiamo lasciare che qualche risultato sfavorevole cambi il nostro atteggiamento verso il lavoro e le nostre idee. Siamo gli stessi giocatori, tecnici e dirigenti che sono arrivati così in alto in poco tempo, e resteremo noi stessi, con la stessa mentalità. E' naturale avere alti e bassi in una stagione lunga e difficile come quella di A, ma dobbiamo avere la personalità e il carattere per superare gli ostacoli. Noi non volevamo essere una sorpresa. Abbiamo lavorato duramente per essere una squadra forte e coesa, non per essere una sorpresa. E' il lavoro settimanale che ti rende grande, è lì che maturano le vittorie. Non bisogna mai voltarsi indietro e rilassarsi. Non non dobbiamo cambiare una virgola a causa degli ultimi risultati. Anzi forse in una cosa sì: lavorare ancora più duramente,

Sei stato capitano del Porto e della Nazionale, ma ti sei un po' stupito quando ti hanno chiesto di farlo anche a Parma nonostante fossi appena arrivato?

E' la squadra che riconosce in te la personalità giusta per fare il capitano, conta più quello dell'anzianità di maglia. Per me è bello che dove vado, ed era successo anche ai Glasgow Rangers, compagni e allenatori vedano in me la persona giusta.

Avendo giocato solo un anno in un Paese di lingua inglese, com'è che lo parli così bene?

Ho cominciato da ragazzo con i cd delle rock band che ascoltavamo assieme ai miei amici. C'erano i testi e noi ascoltando e leggendo miglioravamo l'inglese, che poi ho approfondito al momento di andare a giocare all'estero. Poter comunicare è fondamentale.

In effetti hai giocato oltre che in patria, in Grecia, Russia, Turchia, Scozia e Italia. Com'è stato il susseguirsi di tante diverse culture?

L'importante è essere sempre aperti alla conoscenza. Non pensare mai di aver finito di imparare. Aver voglia di conoscere cose nuove. Il calcio è uguale ovunque ma anche diverso. Per me è stato importante apprendere dalle varie culture ma anche dai diversi modi di intendere il calcio, in campo e fuori. Così si diventa più completi.

Sei descritto dai compagni come un maniaco della nutrizione.

A un certo punto della mia vita ho iniziato a capire che si può mangiare in modo sano oppure no, e che se non si vuole o non si può mangiare sano bisogna almeno sapere che si sta mangiando male. Ho capito che il giusto modo di nutrirsi aiuta il fisico e dunque la carriera. E adesso voglio trasmettere a miei tre figli la cultura della sana nutrizione.

C'è una bella scuola di allenatori portoghesi, da Mourinho a Fernando Santos a Carlos Queiroz e buon ultimo Sergio Conceicao. Il prossimo sarà Bruno Alves?

Non ci penso adesso, ho in testa ancora quel che devo fare come calciatore per il Parma. Sono uno che vive giorno dopo giorno. Quel che ho in testa adesso è solo come poter essere, l'anno prossimo, un giocatore migliore di quel che sono adesso. Quando smetterò penserò a cosa fare: il calcio mi ha dato tantissimo, ma è un frullatore che ti lascia poco tempo per pensare. Me lo prenderò e deciderò se fare l'allenatore.

E a proposito di allenatori: quali sono stati importanti per te?

Devo dire grazie a tanti, a partire dall'ultimo, mister Roberto (D'Aversa ndr) che mi ha accolto qui a 36 anni e mi ha fatto diventare un difensore più forte. E non ha migliorato solo me, ma l'intera squadra, portandola a livelli altissimi. Poi devo dire grazie a Fernando Santos, che a 21 anni mi ha voluto all'Aek Atene e poi in Nazionale. E anche a Spalletti, che mi ha chiamato allo Zenit, dandomi responsabilità. Lo stimo molto come tecnico e come persona.

Quanto sei stato davvero vicino alla Juve in gennaio?

In effetti ci sono andato vicino, ma adesso per me la faccenda è passata e penso solo a fare bene qui a Parma, dove ho firmato il contratto per un'altra stagione. Piuttosto mi resta il senso di gratificazione per aver visto apprezzato quel che ho fatto in questi sei mesi a Parma. E credo che questa sia una bella storia per tutti: a 36 anni essere vicini alla Juve non è facile, ma se ci si impegna a fondo, se si crede in sé stessi, nel calcio tutto è possibile.

Hai gioito di più per il gol su punizione che hai fatto al Chievo o per il pareggio di Gervinho in casa della Juve?

Mio padre mi ha sempre detto che per un difensore la cosa più importante è non prendere gol. E io la penso così. Se segno son contento, ma lo sono di più se segnano i miei attaccanti. Per loro è più importante che per me.

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