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STUPRO

Falsità e silenzi sulla violenza al collettivo di via Testi: cinque condanne

21 febbraio 2019, 06:03

Falsità e silenzi sulla violenza al collettivo di via Testi: cinque condanne

GEORGIA AZZALI

I balbettii in aula. Le versioni traballanti. E soprattutto i «non ricordo». Si era sentita «violentata» anche da quelle risposte evanescenti, Sara (il nome è di fantasia, ndr), la ragazza stuprata nel 2010 nell'allora sede del collettivo Rete antifascista. E, ieri, chi avrebbe potuto parlare di quella serata, e invece aveva scelto il silenzio o la menzogna, è stato condannato: 1 anno e 8 mesi per falsa testimonianza a cinque giovani, tra cui una ragazza. Il giudizio abbreviato ha consentito a tutti di poter beneficiare dello sconto di un terzo, ma la pena (seppure sospesa) ha superato anche la richiesta del pm. Il gup Alessandro Conti ha anche stabilito la non menzione per quattro dei cinque imputati e ha detto no alla richiesta di risarcimento di Sara, che si era costituita parte civile.

Un altro capitolo di quella storia di violenza. Dolore. E omertà. Perché questo processo nasce da quello principale, che il 15 luglio del 2017 ha portato alla condanna di tre ragazzi, accusati di violenza sessuale: 4 anni e 8 mesi per i parmigiani Francesco Concari e Francesco Cavalca e 4 anni per Valerio Pucci, romano. L'appello prenderà il via nelle prossime settimane, ma nel frattempo anche chi avrebbe cercato di coprirli è finito davanti al giudice. Tutti e cinque, infatti, erano stati sentiti come testimoni nel 2016 durante il processo, ma - benché incalzati più volte sia dal pubblico ministero che dal presidente del collegio - avevano abbozzato risposte evasive. Silenzi e menzogne, tanto che poi i giudici avevano trasmesso gli atti al pm per valutare l'ipotesi di reato di falsa testimonianza. E la procura è andata avanti, fino alla richiesta di rinvio a giudizio, che ha portato alla condanna di ieri.

Avevano balbettato parole insensate anche sul video della violenza. «Non saprei», «non ne abbiamo parlato», avevano detto davanti ai giudici quando le domande si erano incentrate su quel filmato. Le immagini di quell'aggressione brutale, registrate con il telefonino da uno degli imputati, che avevano cominciato a circolare nel 2015, cinque anni dopo lo stupro, e poi avevano fatto partire le indagini dei carabinieri. Lei che si sarebbe fidata a rimanere in compagnia di quegli amici, poi diventati i suoi aguzzini. Per poi risvegliarsi la mattina successiva sola, nuda e dolorante su un tavolo. Un orrore mai venuto allo scoperto. Finché qualcuno aveva fornito l'imbeccata giusta ai carabinieri su quel filmato. Girato quella sera di settembre del 2010, festa della Barricate. Sara, mantovana, 18 anni compiuti da poco, era venuta a Parma con un'amica in treno, poi era stato Concari a darle un passaggio in auto e sempre lui le avrebbe proposto di passare un attimo dalla sede della Raf, in via Testi. «Quando siamo arrivati gli ho detto che l'avrei aspettato in macchina, ma lui ha insistito perché salissi. Forse aveva già un'idea in testa», aveva raccontato Sara alla «Gazzetta» il giorno dopo la sentenza.

Eppure non aveva trovato la forza di denunciare. «Volevo solo dimenticare. Avevo anche paura di ritorsioni», ha spiegato. E del silenzio che ha nascosto per anni quella viltà.

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