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EDITORIALE

Sardegna, flop dei 5Stelle e futuro del governo

di Domenico Cacopardo -

26 febbraio 2019, 14:11

Sardegna,  flop dei 5Stelle e futuro del governo

Dopo l’Abruzzo, la Sardegna accentua la crisi dei 5Stelle, passati dal 42,48% a circa il 10% (a L’Aquila i numeri erano 39,85 e 19,07). Il centro-destra, arricchito dal Partito Sardo d’Azione, vince alla grande, ma la Lega non trova i numeri abruzzesi. Il centro-sinistra sopravvive, però il Pd dell’apertura alle forze più a sinistra rimane al palo, deve continuare a leccarsi le ferite e a cercare una politica che possa interessare l’elettorato liberal-democratico (quello cui punta Calenda).
Non si tratta di numeri di ordinarie elezioni, ma di cambiamenti repentini e inattesi, visto che il vincitore del 4 marzo 2018 subisce veri e propri tracolli di consensi.
In questo contesto interessa di più gli italiani capire cosa accadrà nelle prossime settimane e mesi al governo di questa Repubblica entrata in recessione tecnica e, quindi, bisognosa di idee, di investimenti e di sagge e coraggiose iniziative di governo.
I 5Stelle non potranno non irrigidirsi nella difesa delle posizioni più radicali: per tutti i dossier in discussione, i grillini dovranno pretendere il riconoscimento delle loro idee e delle loro proposte. E non basteranno i successi verbali, ci vorranno i successi veri. Per esempio la Torino-Lione dovrà essere fermata costi quel che costi; la Gronda ligure annullata; l’Alta velocità da Milano a Trieste cancellata; l’autonomia rinforzata di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna archiviata.

Così, secondo i leader (Casaleggio&DiMaio, almeno per ora governativisti, difensori cioè dell’esperienza giallo-verde) la base si ricompatterebbe, il crollo dei consensi di arresterebbe e, anzi, questi tornerebbero a crescere. I governativisti contano sull’appoggio della stragrande maggioranza dei parlamentari: sanno che nuove elezioni (fatali in caso di rottura della coalizione) determinerebbero la loro falcidia e, quindi, si batteranno sino alla morte per evitare il caso. Dall’altro lato, nel movimento grillino, ci sono i protestanti (capo Fico) che pretendono il ritorno al partito duro e puro dei «met-up», della violenta aggressione verbale (non accantonata però), di tutto l’armamentario, insomma, che ha posto la loro organizzazione all’attenzione di tutti gli scontenti del Paese.
Ovviamente, in queste posizioni c’è il terreno su cui maturerà il divorzio Lega-5Stelle che non è un evento eventuale, ma una necessità fisiologica per entrambi. Salvini sa di dover monetizzare il consenso attuale. Altrimenti rischia un riflusso, di cui la Sardegna costituisce una preoccupante avvisaglia. E non può concedere ai grillini ciò che i suoi elettori non possono ammettere. La Padania che è il cuore produttivo e pulsante d’Italia con indici tutti di tipo tedesco (e anche superiori) è percorsa da un duro malcontento dei ceti produttivi verso alcune decisioni del governo, dal decreto dignità al reddito di cittadinanza (un’operazione, quest’ultima, in via di rovinoso deragliamento), sino all’aprirsi di fronti di crisi con i principali partners commerciali. Zaia in particolare è il custode delle aspettative degli imprenditori, dei commercianti, di tutto il tessuto produttivo dell’area e non subirà oltre il tentativo di discesa negli inferi teorizzato dai «senza storia» a 5Stelle. Certo, occorrerà attendere le elezioni europee: però, non c’è nulla in giro che possa suggerire un’inversione della tendenza in corso per i grillini. Ma tutto può accadere, anche se in politica la logica ha una sua forza inoppugnabile. Dopo, però, soprattutto se, come accadrà, il calo 5Stelle e la crescita leghista saranno confermati, si imporrà la svolta: crisi di governo ed elezioni diventeranno inevitabili. Prepariamoci, con quel tanto di saggia serenità che ancora oggi stiamo dimostrando. Se la democrazia è stata in pericolo - e lo è stata -, oggi, dopo la Sardegna, non lo è più.

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