Sei in Archivio bozze

INTERVISTA

Se ne va il direttore del carcere Carlo Berdini

26 febbraio 2019, 06:02

Se ne va il direttore del carcere Carlo Berdini

MICHELE CEPARANO

Da giovedì Carlo Berdini non sarà più il direttore del carcere di Parma. 51 anni, romano, dopo quattro anni al timone dell'istituto penitenziario di via Burla, che da oggi avrà un nome e sarà intitolato a tre agenti di custodia, Berdini, che fino a oltre un anno fa ha retto anche il carcere di Sollicciano, in provincia di Firenze, torna nella Capitale. Alla Direzione generale della formazione si occuperà appunto della formazione della polizia penitenziaria. A Parma il suo posto verrà preso dal direttore aggiunto Lucia Monastero, da tempo all'istituto di via Burla, che assumerà la reggenza. Per Berdini, dunque, è il tempo di fare un bilancio. «Questi quattro anni a Parma - spiega - sono stati intensi e professionalmente soddisfacenti. Penso di essere riuscito, insieme a tutti quelli che hanno collaborato con me, a fare buone cose. Abbiamo cercato di aprire il carcere alla città. Non è una frase fatta. Era, infatti, un'entità troppo a sé stante. Abbiamo perciò dialogato maggiormente con tutta una serie di realtà. Realtà importantissime come il volontariato, il garante, l'Università, il mondo della cultura e del lavoro. Abbiamo dimostrato che le insopprimibili esigenze di sicurezza si possono coniugare con la possibilità di offrire delle opportunità a chi è recluso. Per far sì che la pena non sia inutile. Un impegno gravoso in cui siamo forse riusciti parzialmente. Ma qualcosa di importante è stato fatto».

Questo impegno dove ha dato i frutti maggiori?

«Sotto l'aspetto culturale abbiamo organizzato iniziative significative come, ad esempio, quella con il Teatro Regio, arrivando anche a dare la possibilità a un detenuto di andare a lavorare nel maggior teatro cittadino. Abbiamo aumentato, tramite un accordo con il Comune di Parma, il prestito bibliotecario. Inoltre, il cineforum e alcuni incontri con personaggi conosciuti. Scrittori come Gianrico Carofiglio, politici come Luigi Manconi e uomini di sport come Arrigo Sacchi, che ha parlato di come, nel calcio e nella vita, ci possa sempre essere “una seconda chance”. Inoltre, tanti incontri con l'Università dove abbiamo avuto un interlocutore prezioso nel rettore Paolo Andrei, che è stato fondamentale anche quando era al vertice della Fondazione Cariparma. Importantissima è stata poi l'apertura del polo universitario per detenuti dell'alta sicurezza, un progetto che sta partendo».

Centrale è stato, inoltre, il tema del lavoro.

«A tale proposito sta partendo una lavanderia industriale all'interno del carcere che consentirà l'assunzione di detenuti. Un progetto a cui Fondazione Cariparma ha dato un contributo di 350mila euro, mentre 150mila li hanno dati i privati. Inoltre ci sono stati l'accordo con il Comune per i lavori di pubblica utilità e i tanti corsi professionali organizzati insieme alla Regione».

Il carcere di Parma è una realtà che ospita 600 detenuti. Con l'apertura del nuovo padiglione quanti in più ne arriveranno?

«Saranno duecento in più. L'apertura non è lontana, anche se non c'è ancora una data certa».

In passato il sindaco Pizzarotti e il garante Cavalieri hanno messo l'accento sul fatto che quello di Parma è il carcere dell'Emilia-Romagna più complesso per regimi detentivi e numero di detenuti. Eppure dal 2011 non ha un direttore stabile.

«Io sono stato qui quattro anni. Bisogna comunque ricordare che è in atto una riorganizzazione di tutto il dipartimento. Io, poi, non commento le decisioni. Quando mi hanno dato un incarico, ho cercato di farlo al meglio con l'aiuto di tutti. Ripenso a quando ho retto anche Sollicciano. Se qui a Parma non ci fosse stata la dottoressa Monastero, sarebbe stato impossibile gestire le due realtà».

Dunque, presto arriveranno a Parma più detenuti, in gran parte per reati di mafia e su questo territorio graviteranno perciò persone e famigliari legati a loro.

«Non sta a me entrare in certi discorsi».

Era necessario, però, che il nuovo padiglione fosse destinato a detenuti di questo tipo?

«Non faccio io le scelte su quali detenuti debbano occupare il carcere. Io sono un servitore dello Stato».

Parma sa vedere «oltre» il carcere?

«Io qui mi sono trovato benissimo e vado via con qualche rimpianto. Parma è tollerante, solidale e attenta, anche nei confronti della realtà carceraria. Attenta e responsabile. Il carcere, come ripeto spesso, non è un mondo “a sé stante”. Mi pare che i parmigiani l'abbiano capito».

Il garante è spesso intervenuto lanciando l'allarme sulla tutela della salute dei detenuti, il diritto al lavoro e il prolungamento delle attività e dei corsi oltre le 15.

«Con il garante Cavalieri la collaborazione è stata proficua. Oltre a fare il garante ha fatto di più: ha costruito un ponte tra il carcere e la comunità esterna. I suoi interventi, ma anche quelli del garante regionale e nazionale, li ho sempre interpretati come inviti e suggerimenti per migliorare. Il lavoro del direttore è anche quello di cercare un equilibrio con tutte le realtà che vivono e operano nel carcere. Per quanto riguarda il pomeriggio abbiamo cercato di fare tante attività e, sulla sanità, abbiamo aumentato le visite. Proprio sulla sanità, con tutte le difficoltà del caso che riguardano molti detenuti anziani e malati, qui si fanno miracoli, grazie anche all'Azienda ospedaliero-universitaria e all'Ausl. Ottimo è stato sempre anche il rapporto con la magistratura di sorveglianza. Devo ringraziare, comunque, tante persone tra cui, oltre al professor Andrei e al garante Cavalieri, anche il prefetto Forlani, che ha fatto un'opera decisiva, il vescovo monsignor Solmi e il sindaco Pizzarotti. Sono soddisfatto anche del rapporto con i sindacati di polizia: con loro c'è stata una dialettica sempre corretta».

Tra i nervi scoperti ci sono le condizioni di lavoro della polizia penitenziaria.

«Il trend degli arruolamenti, sia con il passato governo, ma soprattutto con quello attuale, sta aumentando».

In questi quattro anni qual è stato il momento più difficile?

«La malattia e la morte di Totò Riina, anche sul piano mediatico. Tutto però è stato gestito in modo impeccabile dal gruppo operativo mobile del 41 bis».

E la soddisfazione più grande?

«Dopo un pranzo di Natale con i detenuti e i loro parenti una ragazza mi ha ringraziato dicendomi: “È la prima volta che mangio assieme al mio papà”».

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal