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Giuseppe Moruzzi, dalle colline di Noceto alle vette della ricerca

15 marzo 2019, 06:00

Giuseppe Moruzzi, dalle colline di Noceto alle vette della ricerca

LUCIA GALLI

«Sedeva sotto quel cedro per lavorare alle sue teorie; per leggermi, invece, l'Orlando furioso – quello con le illustrazioni di Gustave Dorè – ci mettevamo sotto al tiglio». Splende un sole caldo su questo giardino, fra le prime colline di Noceto, e gli occhi azzurri di Paolo Moruzzi brillano. Non c'è età in cui sia facile raccontare di un padre. Paolo, cardiologo di fama, prima a Milano, poi a Fidenza, ad uno scienziato in famiglia si è abituato presto e domani, al convegno alla Casa della musica, proverà a ricordare chi fosse Giuseppe, quel papà «sempre presente, nonostante gli impegni». Grande spirito di osservazione: «Amava indagare la natura, dal formicaio agli alveari, dal vento alle piante». Da quei meccanismi, in fondo, è poi passato all'indagine sulle emozioni umane. Oggi il mondo lo ricorda come padre delle neuroscienze, soprattutto dal 1949 quando, a Chicago con Horace Magoun, Moruzzi decifrò il sistema di «reticular activation» del cervello che sta alla base della fisiologia del sonno. Poi sarebbero arrivate le scoperte sui neuroni specchio di Giacomo Rizzolatti, uno degli allievi più brillanti di Moruzzi.

«Dopo il liceo al Romagnosi, voleva studiare lettere, la storia: adorava i classici e aveva una grande ammirazione per Cavour», ricorda Moruzzi junior. La guerra, quei «carmina» che non danno né pane né companatico e la scelta di iscriversi a Medicina, «senza mai abbandonare i suoi interessi per gli studi umanistici», spiega Paolo. A Virgilio e Platone si sostituiscono tomi di istologia e fisiologia: allievo di Antonio Pensa, seguì Mario Camis a Bologna. Fu così che il giovane e brillante Giuseppe s'avviò a divenire Moruzzi: Bruxelles, Cambridge, poi l'America.

In mezzo però c'era stata la guerra: il giorno dell'invasione di Danzica conobbe, impressionandola con le sue teorie, Rita Levi Montalcini che al suo maestro Giuseppe Levi confidò quanto fosse promettente quel giovane parmigiano «che aveva la visione ampia dei veri ricercatori». Levi le chiese se ne fosse invaghita. Poi lo conobbe di persona e diede ragione alla Montalcini, che ribaltò la domanda: «Ne sei forse invaghito tu?». I sodalizi della scienza sono spesso umanissimi. Intanto Moruzzi si sposta a Pisa: chiamato dall'università, donerà all'istituto di fisiologia un profilo interazionale. Da Parma si porta l'amore, immenso, per Maria Vittoria Venturini e due bimbi: «Vivevamo in istituto – ricorda Paolo – senza privacy e senza tv fino alla maturità».

Gli allievi andavano e venivano ad ogni ora. «A dare serenità a mio padre ha sempre pensato mia madre: ha permesso a tutti noi di fare la nostra strada, restando un passo indietro». Paolo si infilava nella buca del proiettore per ascoltare le lezioni del padre, che non gliel'avrebbe mai permesso. «Mio fratello scelse lo scientifico – diventerà un fisico – e mio padre, per tutta risposta, gli fece trovare un vocabolario di greco sulla scrivania», ricorda Paolo. Quando si incontravamo nei corridoi dell'università, l'imperativo era fingere di non conoscersi: «Voleva che seguissi il mio percorso senza interferire: alla mia laurea non venne, mi attese in studio per stringermi la mano».

Era schivo e riservato: «S'infuriò quando la Gazzetta di Parma titolò che, con le sue scoperte, era vicino al Nobel». Pisa era una piccola città, ma un grande centro universitario e i «paparazzi della scienza» potevano non dare tregua anche in quegli anni. Il legame con Parma è sempre rimasto forte e portava sempre a Noceto, a quella casa nel verde dove si conserva anche quel giornale: ordinato con pazienza, sta accanto a oltre 20mila volumi che compongono la biblioteca Moruzzi, che anche Paolo, negli anni, continua, ad arricchire. Medicina al primo piano, poi si sale: i classici, alcuni incunaboli, la prima edizione de «I promessi sposi», l'Iliade stampata da Bodoni. Una studentessa sta catalogando tutto e si lavora anche a una nuova sezione per l'emeroteca.

«Credo che lo spessore umano di mio padre sia sempre stato compreso e apprezzato dalla comunità scientifica». Questo è il suo grande lascito: «Sono felice che Parma oggi abbia deciso di ricordare l'uomo, oltre che lo scienziato». Il tempo non ritorna, ma Paolo ha una certezza. «Lo sento vivo, è intorno a me, nei libri che abbiamo letto anche insieme, in tutte le passeggiate che abbiamo fatto in giardino. Lui è qui dove è sempre stato felice e sereno». Giuseppe, padre e scienziato, arrivato dalle colline alle vette della scienza.

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