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CHIARA RUBES

«Io, testimone dell'anima»

18 marzo 2019, 05:00

«Io, testimone dell'anima»

ANNA MARIA FERRARI

Una vita in salita, sempre abbracciata al salvagente di uno straordinario talento da attrice che ne fa una delle protagoniste del mondo teatrale della nostra città. Ma con pudore, cura dell'altro, fino quasi a nascondersi. Voce ironica e fiammante dei palcoscenici parmigiani e non solo, Chiara Rubes comincia a raccontarsi dall'infanzia, lei, figlia del ferroviere, la casa sopra la stazione di Parma, «la mia metafora, luogo stabile da cui si parte e si ritorna». E' stata tra le fondatrici di Teatro Europa, «un luogo di confine tra la città e il deserto», un posto dove tutti possono imparare a stare sul palcoscenico, ma anche nel mondo. E proprio nel «suo» teatro di via Oradour, venerdì 22, sabato 23 e domenica 24 marzo, alle 21,15, metterà in scena, assieme a Caterina Carbone e Alessandro Scorsiroli, i racconti che lei stessa ha scritto, «Antologia dell'anima»: tre spettacoli diversi su un unico tema, «i nodi dell'anima».

Il ricordo dell'infanzia, nella casa sopra la stazione.

Uno soprattutto, che mi fa sorridere ancora. Sotto Natale, una notte, mio padre scende e torna su con tre marcantoni degli Emirati arabi che avevano perso il treno. Non era, allora, tempo di migrazioni, dei musulmani non si sapeva granché, offrimmo pane e salame e la pastasciutta… Era gente molto facoltosa, per 20 anni, a Natale, ci sono arrivate magnifiche confezioni di datteri.

Quando e come ha capito che il teatro era la sua strada?

Ho vissuto un'adolescenza faticosa, al liceo Romagnosi: mi sentivo un po' esclusa, tutto il contrario della mia natura di ragazzina sorridente e solare. Poi, a 18 anni, mi sono iscritta a un corso di teatro, al Cinghio, con la mia amica Isotta. Volevamo fare le intellettuali, invece è partito l'innamoramento. Sono rifiorita, ho trovato amici con cui scambiare l'anima.

La debutto sul palcoscenico.

Con «Giorni felici» di Beckett, all'Edison. Un debutto immortalato dalla Gazzetta di Parma, con un pezzo importante e la mia foto, «abbiamo la nostra Giulia Lazzarini». Avevo 18 anni e mezzo, la protagonista è una donna anziana. Quando la mia mamma è morta, nel suo cassetto ho trovato quel ritaglio della Gazzetta.

E dopo?

Con il regista Claudio Zinelli e Chiara Sarti che ci dirigevano e con altri e altre che sono ancora socie di Europa Teatri, è nata l'idea di fondare una compagnia. Era la fine degli anni '80, ci hanno dato un piccolo spazio in via Oradour. Ma nel frattempo sono andata alla scuola Atelier della Costa ovest, in Toscana, con una borsa di studio per il master per attori professionisti. L'importante era il collegamento con Pontedera Teatro, un'eccellenza. La fatica è stata resistere, è una scuola tosta. Si partiva sempre dall'errore, poi si è pronti ad affrontare tutto. Credo che le scuole per attori debbano essere così: i maestri non ti perdonano nulla, semmai ti aiutano a trovare il tuo punto di forza. Chi esce deve avere qualcosa di stra-ordinario, di unico.

Lei è tra le fondatrici di Teatro Europa. Com'è andata?

Per me quel teatro è come un figlio. Di poche cose vado fiera, di questa sì: anche se dovesse finire domani. Fondare un teatro è una cosa molto speciale. Siamo partiti dal niente, c'era solo una sala dove si facevano riunioni di condominio. Piano piano, abbiamo preso le luci, la scala, il tappeto. Ci siamo fusi con Piccole Stelle, il teatro di Franca Tragni e Carlo Ferrari, nel ‘97. E' nato Teatro Europa, un luogo di grande libertà. Ma una libertà conquistata. Alimenta la mia parte combattente. Ci occupiamo anche di diffusione del teatro, è un luogo di frontiera nel panorama cittadino, un luogo che accoglie tutti, ma in senso colto, una frontiera d'eccellenza, al limite tra il centro e la periferia, anche simbolicamente: ecco, noi siamo lì. E qualcuno ci deve ben stare.

Perché le piace fare l'attrice?

Il nodo è stare sul palcoscenico ed essere testimone dell'animo umano. E' questo che conta per me. Non sono un'attrice di repertorio, mi sono sempre creata quello che desideravo. Ho interpretato personaggi femminili fuori dagli schemi. E' il mio tarlo, la valorizzazione del femminile.

Lei è madre di un ragazzo di quasi 14 anni, cosa rappresenta la maternità?

L'amore più immenso, la scoperta della gioia inaudita. Di mio figlio sono orgogliosissima per mille motivi. Sono una mamma fortunata, Diego mi piace tantissimo come persona, è la creatura più bella e interessante che abbia mai incontrato. Mi ha sempre aiutato e sostenuto nel mio lavoro, mai è stato geloso delle persone che mi erano attorno. Lui mi vede e capisce. Lo amo di un amore totale.

Come si fa a mantenere nel tempo un amore?

Credo che vada rispolverato quell'irrazionale che ci ha fatto innamorare. Far risplendere i baci del primo giorno. Eros è un bimbo capriccioso, ma noi abbiamo bisogno di un futuro saldo e programmabile. A me non interessa far coppia per non stare sola, mi interessa una coppia al cui centro c'è l'amore.

Chiara Rubes è anche una scrittrice.

Ho scritto e rivisto testi teatrali. Per me scrivere vuol dire superare un enorme pudore: sono un'amante dei romanzi classici, mettersi a scrivere voleva dire avere troppo orgoglio. Però, a un certo punto della mia vita, ho avuto bisogno di mettere ordine alle mie emozioni. Allora ho scritto questi racconti, «Antologia dell'anima»: ognuno ha un protagonista che ha un nodo nell'anima, un problema assillante che in un modo o nell'altro deve risolvere. Non arriva il principe azzurro, si tratta di scoprire una porta di sé che ancora non era stata aperta. Ho messo in campo tutto quello che so, psicanalisi, atti magici, amore, amicizie. Il sogno? Mi piacerebbe che diventasse un libro.