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La storia

Ermanno Cuoghi, lo «scudiero» di Niki Lauda

19 marzo 2019, 05:00

Ermanno Cuoghi, lo «scudiero» di Niki Lauda

ROBERTO LONGONI

Fu come un lutto. E a lutto lui si vestì. Cacciato di squadra con poche, secche parole, dovette rivoltare la giacca con la scritta Ferrari: dal giallo-Agip indossato allora dai meccanici del Cavallino rampante, passò al nero della fodera. «Dovevo pure coprirmi - confessa con un sorriso -. A Watkins Glen c'era freddo». Lui, che per una vita aveva sognato di lavorare per le rosse, era finito fuori in malo modo. Un sì sincero a una domanda a bruciapelo («Vai anche tu con Niki alla Brabham?») e fu come un'uscita di pista. Anzi, a livello emotivo, lo schianto contro un muretto. Senza il biglietto per rientrare in Europa, senza nemmeno un posto al ristorante. La vigilia del gran premio cenò da solo, sbirciando gli altri da lontano. Fu uno dei momenti più deprimenti della sua vita di signore dei box. In realtà, fu un prendere la rincorsa per uno dei giorni più luminosi, perché l'indomani sul circuito americano Niki Lauda si laureò campione del mondo di Formula 1. E proprio a lui dedicò il titolo, a Ermanno Cuoghi, il suo scudiero. Il volo di rientro, poi, fu pagato dalla Parmalat: il grande pilota austriaco aveva appena firmato per la Brabham sponsorizzata da Calisto Tanzi, e lui aveva deciso di seguirlo. Perché Cuoghi, più ancora che delle rosse, questo era: il meccanico di Lauda. Con una marcia in più, quella dell'amicizia.

LA PARTENZA

La velocità è da sempre il pane di Cuoghi, una vita per circuiti, prima di approdare a Sala Baganza. La velocità è anche il suo latte: Ermanno («Asterix» nel mondo dell'automobilismo, per il baffo spiovente) viene al mondo nel 1935 tra i rombi dei motori. «Nacqui a Modena - ricorda - in via Trento-Trieste, quasi sopra Stanguellini; 6-700 metri più in là, si trovava l'assistenza Ferrari; appena oltre, la Maserati». Il destino sembra segnato. Ma il giovane Ermanno seguirà un circuito tortuoso. Presto abbandona gli studi. «O scuola o lavoro» gli fa il padre. E lui va garzone in una drogheria, lava bici e moto e poi le auto a un distributore, prima che gli apra le porte Stanguellini. È in questa officina che conosce Lorenzo Bandini e altri piloti. Tra loro Tony Settember in orbita Ferrari. Un bel giorno, preparate le punterie di una 500, esclama: «Okay, now». Settember gli chiede se sappia l'inglese. «No, volevo dire Okinawa» scherza Cuoghi. Tanto basta perché si ritrovi al fianco dell'italoamericano, nella sfida della Wre Maserati, un'auto con motore della casa del Tridente e cambio Colotti. La base è a Londra, dove in un paio di settimane si assembla la vettura. «Bastavano quattro tubi per fare il telaio: allora era così». Pronti, via: a Posillipo, la Wre straccia tutti, nonostante il sedile si stacchi e Settember debba guidare «navigando» nell'abitacolo. Debutto e canto del cigno sono una cosa sola: mancano i soldi, niente più corse. Ma intanto il via è stato dato, anche se Cuoghi proprio al via rientra: di nuovo da Stanguellini e poi rappresentante di biscotti, cioccolata e formaggi.

IL NUOVO INIZIO

Seguiranno ritorni al distributore, ripartenze con Settember per Londra, dove nascerà la Scirocco. «Ad Hammersmith, a due chilometri da Piccadilly. Per vicino avevamo un giovanissimo Frank Williams». Sono gli anni di Colin Chapman, Graham Hill, Jack Brabham e Ken Tyrrell. La prima Scirocco di Formula 1 viene disegnata «in un ristorante greco. La macchina, il trapezio, le sospensioni: tutto sulla tovaglia». Slancio epico, risultati scarsi: nel 1964, l'avventura si conclude. È di nuovo il turno di Stanguellini, prima di un'esperienza con Ian Burgess e quindi con Carroll Shelby, l'uomo che con le Cobra porta la sfida Ford in Europa. Più che altro, Cuoghi guida il camion della scuderia. Da meccanico, comincia a esser preso sul serio dopo essere stato lasciato a casa in una gara a Nassau. «La prossima volta, vi brucio l'officina» tuona. La minaccia va a segno: presto diventa il capo dei meccanici. Intanto, arrivano i successi con la Ford Gt40. È con questo bolide che nel 1966 gli americani vincono a Le Mans. È cominciata la saga di John Wyer: Cuoghi sarà al suo fianco fino al 1971.

L'EPOCA D'ORO

È in officina, ai box e in strada: è lui a guidare le auto da Chartres a Le Mans, anche per sentire come canta il motore. Mai un colpo di sonno, nonostante le 36 ore da sveglio. Cambiano sigle e nomi: sul circuito della memoria sfrecciano la Mirage M1, guidata da un tale Jacky Ickx, e le Porsche del «periodo Gulf». Aggiungendole una coda d'alluminio, Cuoghi fa guadagnare 2 secondi al giro a Zandvoort alla 917 guidata da un esterrefatto Brian Redman. La chiamata da Maranello arriva nel '71, mentre segue un corso con la Porsche a Zuffenhausen. «Dopo aver bussato decine di volte alla porta del Cavallino... Risposi che ero impegnato fino a novembre. Ho sempre avuto una sola parola». Un cavaliere d'altri tempi, come gli eroi del volante di cui parla. «Burgess, ad esempio: avevo lavorato per lui senza essere pagato, perché non poteva. Appena le cose gli girarono meglio, mi regalò la sua Mini Cooper». Venduta la casa a Londra (con dispiacere della moglie), Cuoghi trasloca a Formigine. Ha coronato il suo sogno. È con il Drake, un mito con l'ufficio accanto all'officina. «Veniva, ti metteva una mano sulla spalla e ti chiedeva “come va?”». È alle Sport prototipo, capo delle squadre di meccanici addette alle 312P di Ickx, Merzario, Schenken, Peterson, Pace e Andretti. «Il '72 e il '73: anni favolosi» sorride. Certo, annunciano il 1974.

CAMPIONE DEL MONDO

Nel 1974, Cuoghi viene messo nella squadra di Formula 1. Anche o forse soprattutto per meriti linguistici: è l'unico meccanico a conoscere l'inglese. E in Ferrari è entrato un semisconosciuto pilota che non parla l'italiano: Niki Lauda. Qualcosa, in realtà, lo sa dire. «Arrivato a Fiorano, si mise le mani nei capelli: “Macchina casino” esclamò». Presto sarebbe migliorata. «C'è bisogno del pilota che ti dica cosa non va. E lui era tenace e preciso (se Forghieri cambiava qualcosa, se ne accorgeva subito): l'ideale per tirare fuori il meglio. Non era molto comunicativo, ma ci si intendeva». Tra i due nasce presto un rapporto di fiducia. Tanto che Lauda avrebbe poi detto: «In Ferrari ci sono meccanici che sono ingegneri». Ovviamente, non tutto è perfetto. Prima di un gran premio del Canada, il pilota deve rientrare ai box per una ruota posteriore montata male. «Non succeda mai più» sibila a Cuoghi. Così sarà. È il 1975, e il salisburghese vince il primo Mondiale. Anche se l'anno dopo, al Nürburgring, gli altoparlanti annunciano: «Lauda è uscito di pista dopo aver perso una ruota». Ma le ruote sono ancora attaccate al relitto della monoposto. Mentre la vita del pilota è appesa a un filo. Per due giorni, il capomeccanico è all'ospedale di Mannheim, in attesa di una parola di speranza.

LO STRAPPO

Il miracolo avviene, e Lauda torna in pista prima della fine della stagione. «Ma le cose non sono andate come in “Rush”. Sembra che durante il nubifragio del Fuji i piloti fossero d'accordo di partire per la questione dei diritti televisivi, per poi ritirarsi. Lauda lo fece, gli altri no». La rivincita, se la prende l'anno dopo, anche se i rapporti con la scuderia non sono più gli stessi: a pesare è soprattutto l'ingresso in squadra di Reutmann. Dopo Watkins Glen, il pilota austriaco se ne va alla Brabham Alfa Romeo con il titolo iridato in tasca e Cuoghi al fianco. «Quando decise, venne a casa mia, per parlarne con me e con mia moglie». Non saranno anni di successi: anzi, più di ritiri che di piazzamenti. «Anche se un titolo, Niki lo vinse - sorride il capomeccanico -. Lo scoprii dopo quattro giorni liberi lasciati da Bernie Ecclestone, un uomo intelligente e generoso, tra il gran premio degli Stati Uniti e quello del Canada. Il patron della Brabham mi consegnò un certa parte del corpo maschile di ceramica da innestare sul mozzo del manubrio della monoposto di Niki. ”A New York lo hanno fatto Mister Zizì” scoppiò a ridere Bernie». Alla fine della seconda stagione, Lauda abbandona la Formula 1, per la propria compagnia aerea. Presto rientrerà, per vincere un altro titolo con la McLaren. «Mi chiese di andare con lui, ma rifiutai per questioni “ambientali”». L'amicizia rimane (ancora oggi), ma le strade del pilota e del suo scudiero si sono divise. Cuoghi andrà all'Alfa con l'ingegner Chiti, in Minardi e a lavorare per categorie inferiori. «In Formula 1 ormai eri uno stringibulloni: e io amo la creatività». Negli anni '90 è direttore tecnico del team Venturini: per questo approda a Sala Baganza, da dove non se ne va più. «Abbiamo vinto un campionato, ci siamo divertiti». Poi a Milano, con Minellono. Quindi in Spagna, con Adrian Campos, suo ex pilota in Minardi, in Formula Nissan con una Dallara preparata da Enzo Coloni. «Vicino a Valencia, ho tirato su un'officina da zero. In scuderia avevamo Marc Gené, Fernando Alonso, Antonio Garcia: con ognuno abbiamo vinto un Europeo. Quando hai dei pilotini giusti, diventi bravino anche tu». Il 2007 sventola la bandiera a scacchi sulla sua carriera. Basta corse, per baffo Asterix (in onore di questo soprannome si è anche fatto un tatuaggio su un braccio) ma gite in moto, alla faccia degli 83 anni. «Dove vado? Dipende da come mi alzo al mattino». Niente più circuiti né calendari. Il colore della giacca ora se lo sceglie da solo.

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