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Intervista

Roberto Tagliavini: «La gioia (e l'ansia) di tornare a Parma»

19 marzo 2019, 05:00

Roberto Tagliavini: «La gioia (e l'ansia) di tornare a Parma»

Mara Pedrabissi

Ha in agenda contratti già firmati fino al 2022/23. Sarà a Madrid, al Teatro Real, nei cast di «Sonnambula», «Cenerentola» e «Nabucco» ma tornerà anche a Chicago dove a dicembre è stato Ferrando nel «Trovatore» diretto da Marco Armiliato. Ci voleva Don Basilio, maestro di musica della bella Rosina, buffo nella sua meschinità («ipocrita», prescrive Rossini nel libretto) a far tornare a casa Roberto Tagliavini, cantante tutto all'opposto del personaggio cantato. Il basso - voce elegante, sguardo trasparente e passo cauto - è in questi giorni a provare al Teatro Regio per «Il barbiere di Siviglia» che debutterà venerdì alle 20 diretto da Alessandro D'Agostini, con la regia di Renato Bonajuto - che riprende l'allestimento di Beppe De Tomasi - e i costumi di Artemio Cabassi.

Tagliavini, manca da una produzione lirica a Parma, da dieci anni: un bel po'...

«Agli esordi, in verità, ho lavorato parecchio in Italia, a Roma, a Firenze, alla Scala. Poi mi sono capitati i contratti all'estero: ho la fortuna di piacere, interessa il mio repertorio. E, poiché all'estero programmano con ampio anticipo, mi trovo ad avere l'agenda impegnata».

A proposito di repertorio, la definiscono cauto nelle scelte.

«E' così. Il mio segno zodiacale è la Vergine e la prudenza è il mio tratto distintivo. E' più spesso il mio agente a spingere perché debutti nuovi ruoli, poi quando lo assecondo devo ammettere che va bene. Di mio, sono molto razionale, mi sforzo per lasciarmi andare all'istinto».

Com'è, dopo tanto tempo, lavorare a Parma?

«Molto bello e ringrazio il Teatro Regio. E' bello fare colazione in famiglia, portare mia figlia a scuola prima di venire alle prove. Sono piccole cose, lo so. Però belle. D'altro canto, il Regio è un teatro importante e so che verranno a sentirmi molte persone che mi conoscono: questo mi crea un po' di ansia. Spero di far bene e lasciare un buon ricordo».

Ecco, veniamo al ruolo: Don Basilio lo ha cantato spesso?

«Non tantissimo, in verità. A Palermo diretto da Mariotti, a Zurigo diretto da Nello Santi e, infine, all'Arena di Verona nell'allestimento del 2015 diretto da Sagripanti».

Don Basilio è un meschinello: suggerisce a Bartolo di rovinare la reputazione del rivale Almaviva calunniandolo («La calunnia è un venticello»). Come si cala nella parte?

«Non mi sono messo nell'ottica di renderlo cattivo. Lo trovo un po' parassita, una persona che vive di espedienti; in definitiva, più pasticcione che altro».

«La calunnia» è un'aria famosissima...

«Il problema è quello: è molto conosciuta e quindi va fatta come si deve. Non è il tipico ruolo rossiniano, qui serve un basso vero, con un centro importante».

A questo punto della carriera, si sente più verdiano o rossiniano?

«Buona domanda! Ho sostenuto diversi ruoli rossiniani e mi sono sempre sentito a mio agio, anzi trovo che le partiture rossiniane siano salutari per la mia voce, me la conservino “a fuoco”. Lo stesso effetto avverto con il repertorio francese, che pratico volentieri: “Les contes d'Hoffmann” di Offenbach, che rifarò a breve a Barcellona, “La damnation de Faust” di Berlioz, la “Manon” di Massenet. Ecco, trovo giovamento nell'alternare questi ruoli a quelli verdiani».

Suo padre, Alberto, scomparso nel 2012, è stato uno dei pilastri di Parma Lirica. Le ha trasmesso lui la passione per il canto?

«In realtà, non ha mai forzato la mano. Papà era un melomane, andava all'opera e, talora mi portava al Regio o all'Arena. Ma la cosa finiva lì. Un giorno, trovai in casa la registrazione di una “Turandot” che avevamo sentito all'Arena e cominciai a cantare tutte le parti, anche quelle femminili di Turandot e Liù. Verso i 25 anni, tramite Paolo Ampollini, storico presidente di Parma Lirica, ottenni un'audizione da Carlo Bergonzi che mi invitò a studiare ma anche a tenermi stretto il lavoro di geometra. E così feci: due volte alle settimana lezioni da Romano Franceschetto, usando i giorni di ferie per andare in palcoscenico. Andò avanti per un po' di anni: poi dovetti fare una scelta. I miei genitori e mia moglie Francesca mi sostennero. Così sono arrivato qui».

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