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Il baseball parmigiano piange Ismaele Fochi

21 marzo 2019, 06:02

Il baseball parmigiano piange Ismaele Fochi

ANDREA PONTICELLI

La vita di Ismaele Fochi, trascorsa interamente nel segno dell'onestà e della disponibilità, è legata con un filo d'acciaio alle vicende sportive del figlio Massimo. Ismaele, scomparso martedì a 87 anni, è stato per anni il titolare di una nota azienda di formaggi e salumi a Vigheffio, ma era forse più conosciuto come il padre di uno dei più celebri giocatori del baseball parmigiano, quel Massimo Fochi entrato nella storia del batti e corri per una carriera fatta di 1015 partite giocate nella massima serie con 1058 valide e 194 fuoricampo.

«E se sono diventato un campione lo devo anche alle sue lezioni di vita che mi trasmetteva ogni giorno: il rispetto per gli altri, la correttezza, il senso del lavoro che vuole dire sacrificio. Sapeva, e voleva fare, tutto da solo. È stato istruttore di guida nell'esercito. Sapeva cambiare una frizione senza andare dal meccanico. Me ne parlava anche quando io ero bambino: forse avevo 6 anni, non mi ricordo bene, quando mi portava con lui nei suoi giri con i clienti che iniziavano alle 6 del mattino. Solo in quell'ora potevamo stare insieme».

Allora Ismaele aveva già legato la sua vita al mondo dei formaggi e dei salumi. Ricordava così le sue origini contadine. «Era originario di Ravadese, dove i suoi genitori, cioè i miei nonni, gestivano un'azienda agricola. Altri tempi: allora bisognava lavorare, anche da bambini. Lo fece anche lui, appena conseguita la licenza elementare. Quel mondo gli è rimasto nel cuore: me ne parlava sempre. Era un'altra filosofia di vita: il lavoro, il lavoro, e poi ancora il lavoro».

Ma i campi non bastavano. Per questo divenne un rappresentante per la vendita di formaggi e salumi. Lui, e il piccolo Max sul furgone per girare insieme in tutta la provincia. Da quel mondo non si è più staccato: si sposò con Fiammetta, scomparsa il 12 giugno del 2017, «e quando io avevo 16 anni siamo andati ad abitare nei Prati Bocchi. E dopo qualche anno ancora a Vigheffio, per essere più vicini all'azienda dove aveva iniziato a lavorare».

Anche in questo caso la storia è d'altri tempi. «L'azienda venne acquistata da una coppia appena tornata dagli Stati Uniti. Mio padre divenne il loro uomo di fiducia, e dopo qualche anno il loro socio. Poi loro si ritirarono, lui acquistò l'azienda e coinvolse tutta la famiglia: io, mia mamma Fiammetta, mia sorella Ombretta».

Quel piccolo stabilimento ora è diventato un'azienda molto più grande in strada al Taglio. Lui non lavorava più da diversi anni, «ma ancora era rimasto nel cuore dei suoi clienti più storici che lo hanno sempre considerato uno di famiglia».

Quel piccolo stabilimento divenne anche un piccolo diamante in miniatura. Quanti giocatori, quanti dirigenti e tecnici andavano lì per parlare di baseball con lui e con Max. E fra un assaggio di salame e di grana c'era sempre il tempo per discutere della partita giocata il giorno prima, o per parlare dello scudetto che stava arrivando.

Impossibile ricordare Ismaele senza ricordare il suo ruolo nel baseball parmigiano. «Avevo cinque anni, abitavo in via Anselmi nella zona di viale Piacenza, e l'Europeo era come una calamita. Giocavamo io, Pugolotti, Aimi, Peracca, in uno spiazzo d'erba. Mio padre era molto amico con Pierino Salati che aveva fondato la Crocetta e aveva bisogno di giocatori, soprattutto bambini come me».

Il passo fu breve. Massimo come giocatore e Ismaele come dirigente entrarono nella Crocetta. Ismaele divenne l'accompagnatore di molte delle prime squadre della Crocetta di allora. Soprattutto quella che nel 1983 si chiamava Errebeef, giocava nella seconda serie, era allenata da Giulio Montanini, Sandro Rizzi era il coach, vi giocavano giovanotti di belle speranze poi diventate realtà: Marco Aimi, Adorni, Danilo Gradali, Luca Giovanelli, Longagnani, Pelosi.

«Eravamo poco più che ragazzi, lui era un nostro punto di riferimento. Ci insegnava cos'era la vita. E non ci stava a perdere, neanche quando giocavamo a briscola in corriera durante le trasferte».

Voleva vincere sempre. Per questo era «l'uomo più felice di questa terra quando io con il Parma ho vinto scudetti e Coppe dei campioni. E quando sono andato alle Olimpiadi a Los Angeles nel 1984. Era fiero di me, io sono fiero che sia stato mio padre».

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