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VOLARE

Fabio Ferrari, il «maestro» del parapendio

24 marzo 2019, 05:00

Fabio Ferrari, il «maestro» del parapendio

BEATRICE MINOZZI

Se la ricorda ancora, Fabio Ferrari, la prima volta che ha visto volare un parapendio. Era sulle Dolomiti, aveva circa 27 anni. «Coraggio» è stata la prima parola che gli è venuta in mente. Sono passati 30 anni, ma il ricordo di quel primo incontro con una «vela» è ancora vivo nei suoi occhi. Così come l'emozione del primo volo, lo stupore, l'incredulità di staccare i piedi da terra, superando il più grande limite dell'uomo: volare.

Oggi Fabio Ferrari, 57enne di Parma impiegato alla Froneri, lo rivive negli occhi degli allievi della scuola di volo Try To Fly di Tizzano – rampa di lancio per poi entrare a far parte del Paraclub Monte Caio Delta Club Melloni, il club che ha sede a Tizzano e che ha recentemente avviato una collaborazione con i Parchi del Ducato per la gestione dell'area di decollo sul Monte Caio - di cui è istruttore dal 2003.

«Il parapendio non è uno sport immediato – spiega Ferrari, che nella sua carriera di istruttore ha redatto anche un libro, «Uomini volanti» – all'inizio gli allievi si alzano da terra solamente di un metro. Ma l'emozione di quel metro, lo stupore, l'incredulità del sentire la vela che ti porta non te lo togli più di dosso». E' lì che si scatena il «demone», come lo chiama Ferrari, e chi si immerge in questa passione difficilmente ne esce.

«Quando i miei allievi si alzano da terra la prima volta io sono lì, davanti a loro – racconta Ferrari – e quelle emozioni le vedo nei loro occhi, rivivendole in prima persona. E' questo che mi spinge a continuare ad insegnare, nonostante comporti molte rinunce». Sì, perché insegnare ha due facce: «Devi abbandonare il volo come lo intendevi prima e vederlo con occhi completamente diversi - spiega l'istruttore -. Devi scordarti il volo da solista, che difficilmente hai tempo di coltivare, e devi considerare tutte le variabili che ti può portare una persona che si avvicina al volo per la prima volta».

Prima di tutto quelle psicologiche. «Il senso di responsabilità, quando hai un allievo a mille metri sopra di te, è altissimo - ammette Ferrari -, anche perché non sai mai come può reagire una persona quando vola da sola a quelle altezze per la prima volta».

Ed è per questo che la formazione degli allievi è molto attenta e capillare. E, dopo circa 160 allievi brevettati in 16 anni di insegnamento, Ferrari (che è l'unico istruttore di parapendio a servizio di tre provincie: Parma, Reggio e Piacenza) lo sa bene. Grazie anche al suo primo mentore, Massimo Angius, che sul finire degli anni ‘80 ha aperto a Monte Moro la Pink Fly. «Sono contento di aver iniziato con lui – afferma Ferrari – perché mi ha lasciato un imprinting di severità e impegno che tutt'ora coltivo con i miei allievi».

Sì, perché allora il parapendio era uno sport diverso, ti metteva più a contatto con te stesso e con i tuoi limiti. «Non che oggi non lo faccia – ammette Ferrari – ma si è perso un po' quello spirito romantico che prima era preponderante. Quando ho iniziato io era tutta una scoperta, testavamo tutti i prodotti, le nuove vele. Sul Caio non c'era nulla, solo un nastrino per indicare la direzione del vento».

Niente tecnologia, poca strumentazione. Solo radio, che il più delle volte non funzionavano. «In pochi sapevano cosa fosse il parapendio e quando ci vedevano atterrare nei campi ci guardavano storto – ricorda il pilota, che nella sua carriera ha sorvolato i cieli di tutta Europa ed fatto anche diverse gare – ma lo spirito di “corpo”, l'unione tra di noi era fortissima. Le amicizie nate in quegli anni sono vive ancora oggi».

«Oggi invece la tecnologia ci viene incontro e per andarsi a fare male bisogna impegnarsi davvero, lo dico sempre ai miei allievi - ride Ferrari -. Però è aumentato lo spirito competitivo, la voglia di progredire velocemente, di avere tutto e subito, ma se ti spingi oltre il parapendio è maestro delle grandi paure e fare scuola, contestualmente, diventa più difficile».

L'amore per questo sport lo spinge però ad andare avanti. «Non ho trovato nulla, nel corso dei miei 57 anni, di più emozionante del volo» ammette Ferrari, che nella sua vita ha sempre cercato di spingersi oltre i suoi limiti. «Il mio primo amore è stato il calcio – racconta – poi andando sulle Dolomiti con i Salesiani ho scoperto la montagna e a 14 anni ho scalato la Marmolada».

Negli anni ‘80 è stato il primo a solcare le piste di Schia con lo snowboard ai piedi, ha fatto una traversata Parma-Carrara in fuoristrada con moto da enduro e negli ultimi anni ha scoperto la barca a vela, sport che coltiva parallelamente al parapendio. «Sono due sport che si assomigliano – spiega Ferrari – alla fine la vela sono come due parapendii messi di traverso».

Però dal parapendio è difficile staccarsi. «Consiglio questo sport a tutti quelli che vogliono smettere di stare sui social tutto il giorno - conclude Ferrari -. Oggi è tutto virtuale, mentre le emozioni fisiche che ti da il parapendio sono reali, tangibili e soddisfano uno dei desideri più ancestrali dell'uomo: volare».

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