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Perizia

Coppe indaga sulla strage di Bologna. Riesumata una salma

26 marzo 2019, 06:00

Coppe indaga sulla strage di Bologna. Riesumata una salma

ROBERTO LONGONI

È ai morti che si chiede un'ultima verità su Bologna. Fu la «madre» di tutte le stragi, quella che si consumò nella stazione della città delle due torri, il 2 agosto 1980: 85 vite innocenti spezzate in un attimo, nello scoppio di 23 chili di esplosivo. Ma mancano gli ultimi sigilli giudiziarii. A Bologna, è ancora in corso il processo in Corte d'assise d'appello all'ex appartenente ai Nuclei armati rivoluzionari Gilberto Cavallini, accusato di concorso in strage. Intanto, posizioni che sembravano archiviate, tornano all'attenzione dei magistrati: un fotogramma di un super 8 girato il mattino del 2 agosto da un turista tedesco in stazione a Bologna mostrerebbe una persona dalla «spiccata somiglianza» con Paolo Bellini. Sulla base anche di questo documento, la Procura generale di Bologna ha chiesto la revoca del proscioglimento del 1992 per l'ex esponente di Avanguardia nazionale, per riaprire le indagini e procedere a un riconoscimento antropometrico.

Trentanove anni sono trascorsi da quel terribile giorno, e da allora le tecniche di indagine hanno fatto passi da gigante: per questo il presidente della Corte Michele Leoni ha chiesto al perito chimico-esplosivistico parmigiano Danilo Coppe un ulteriore studio sulle tracce della deflagrazione. Ma il tempo, se da un lato ha visto affinare gli strumenti degli investigatori, dall'altro ha giocato anche contro. Inutile, per esempio, effettuare carotaggi in zona stazione: scavi e lavori hanno compromesso l'area. Il reperto più incontaminato possibile, a questo punto non poteva che essere sotto la lapide di un cimitero. Così, Coppe, affiancato dal professor Stefano Buzzi, titolare della cattedra di Medicina legale dell'Università di Parma, ha deciso di compiere le ricerche sui poveri resti di Maria Fresu, 23 anni, una delle 85 vittime della deflagrazione. Ieri mattina, nel cimitero di Montespertoli, vicino a Firenze - alla presenza di Coppe e Buzzi, oltre che dei difensori di Cavallini Alessandro Pellegrini e Mattia Finarelli e dei consulenti delle parti - è avvenuta la riesumazione.

Di Maria Fresu 39 anni fa si ritrovarono solo una parte di viso e poche ossa. Per tre mesi tutto venne tenuto immerso in soluzioni chimiche, per impedire la decomposizione. Non era certo che quei resti appartenessero a Maria Fresu (il cui corpo non è stato mai trovato). Ci si affidò alle analisi di un ematologo: e nonostante l'esito negativo si giunse alla conclusione che proprio della 23enne mamma di origini sarde si trattava, sostenendo che a determinate temperature le caratteristiche del sangue cambiano.

La speranza era che i resti di Maria Fresu (o di chi per essa) fossero ancora nel contenitore chimico che li aveva conservati. Si è invece scoperto che erano sparsi all'interno di una piccola bara. Chi li ha visti ieri mattina, ha definito le loro condizioni piuttosto «ammalorate». Si tratta comunque dell'unica parte di salma conservata in modo diverso dalle altre, l'unica che offra possibilità di ricerca: i resti sono stati prelevati e campionati. Il 10 aprile, nella sede del Racis di Roma, Coppe e Buzzi, insieme con il tenente colonnello Adolfo Gregori, comandante del reparto chimico-esplosivi del Ris (reparto che guidò anche a Parma per una quindicina d'anni), cominceranno le analisi. E oltre ai riscontri sul fronte esplosivistico non è escluso che si tenti di risalire al Dna della vittima. A suo tempo questa ricerca non si poteva ancora fare, e l'esito dell'esame del sangue fu a dir poco controverso. Se poi si aggiunge che tra le piste «alternative» a quella nera, che portò agli attuali esiti processuali, una è basata su un ipotetico trasporto di esplosivo da parte di un corriere (forse una donna) dalla Libia alla Germania, si capisce l'importanza dell'esame. Se si stabilisse che questi resti non appartengono a Maria Fresu, si dovrebbe aggiungere una vittima all'elenco. Ma con quale nome?

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