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EDITORIALE

Elezioni europee: voto di secondo ordine?

di Luca Tentoni -

08 aprile 2019, 15:30

Elezioni   europee: voto di  secondo ordine?

Questa volta le elezioni europee potrebbero essere diverse dalle otto che le hanno precedute. Rispetto a quello politico nazionale, il voto per l'Europarlamento è considerato "di secondo ordine" dagli studiosi, per almeno quattro ragioni: la campagna elettorale e l'offerta politica sono basate su temi nazionali; è un voto "senza impegno", quindi si scelgono più volentieri partiti - anche piccoli - diversi dal proprio, più con il cuore che seguendo le logiche delle politiche; i partiti più grandi sono penalizzati; chi sta al governo - a meno che non sia ancora "in luna di miele" con l'elettorato, essendosi insediato da pochi mesi - di solito perde. Guardando i sondaggi più recenti e leggendo le dichiarazioni degli esponenti politici, sembra di assistere al solito test sulla tenuta del governo e sulle possibilità di ripresa dell'opposizione; inoltre, la "luna di miele" - secondo gli istituti di ricerca - sembra continuare per la Lega di Salvini, ma un po' meno per il M5s, rispetto alle elezioni del marzo 2018. Tutto come sempre, dunque? La lettura non è così semplice. C'è una componente nazionale molto forte, così come è vero che ci sono aspettative riguardo un cambio dei rapporti di forza nella maggioranza giallo-verde, quindi le europee potrebbero essere ancora di "secondo ordine". Però, quanti temi del dibattito nazionale sono comuni a quelli europei? La congiuntura economica, l'immigrazione, lo stesso rapporto (filoeuropeo o euroscettico) nei confronti dell'Unione sono discussi in Italia ma anche altrove. Questa sovrapposizione sembra fare in modo che, se il dibattito italiano non ha molta voglia di andare in Europa, è quello europeo ad essere finito in primo piano nell'agenda nazionale, perché ormai - anche dove esistono confini fisici - i problemi e le idee viaggiano e si diffondono rapidamente.
Dunque, se da un lato consapevolmente il nostro sarà un voto nazionale incidentalmente per l'Europarlamento, in realtà avrà effetti sul futuro dell'Unione. Non sul piano numerico: la delegazione italiana rappresenta il 10% dell'Assemblea, quindi nemmeno se un partito guadagnasse il 25% dei voti rispetto al 2014 potrebbe, con il suo 2,5-3% di seggi guadagnato (sul totale dell'Europarlamento) rovesciare i rapporti di forza a favore o contro le grandi famiglie europee (popolari, socialisti, liberali, verdi). Però i voti contano, e contano di più se sono espressi con la consapevolezza del loro effettivo scopo: in questo caso, per cambiare ciò che non va dell'Europa, non per dirimere le beghe di casa nostra o per buttar giù dalla torre i politici o i partiti avversari che non ci piacciono.