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OMICIDIO COLPOSO

Morì a 33 anni, chiesto il rinvio a giudizio di due chirurghi

16 aprile 2019, 07:04

Morì a 33 anni, chiesto il rinvio a giudizio di due chirurghi

GEORGIA AZZALI

C'è un perché. E ci sono delle colpe per la morte di Antonio Petrillo, secondo la procura. Se ne andò a 33 anni, alla fine di ottobre del 2017, dopo quasi due mesi di ricovero all'ospedale di Vaio e dieci interventi che avrebbero dovuto fargli dimenticare quell'ulcera duodenale che lo tormentava da anni. Dopo la chiusura delle indagini, lo scorso settembre, il pm Umberto Ausiello ha deciso di andare avanti e ha chiesto il rinvio a giudizio per Stefano Rollo e Piero Lugani, i chirurghi che effettuarono la prima operazione, tutti e due imputati di omicidio colposo. L'udienza preliminare è stata fissata per il 23 maggio.

Un'ulcera tutt'altro che banale: aggressiva e recidivante. Ma in quella prima operazione, secondo il consulente della procura, Lorenzo Marinelli, i due chirurghi optarono per l'asportazione di una parte del duodeno. Un intervento troppo invasivo, che avrebbe scatenato una «pancreatite acuta necrotizzante», poi evoluta in peritonite, fino ad arrivare a un'«insufficienza multi-organo» che ha portato alla morte. La scelta fu quella di una gastroresezione, mentre se l'équipe chirurgica si fosse limitata ad effettuare un'antrectomia, un intervento decisamente meno invasivo, si sarebbe evitata «con un'elevata probabilità prossima alla certezza la manipolazione e infiammazione del pancreas, manifestatasi nel post-operatorio all'intervento del 15 settembre 2017», sottolinea Marinelli nella consulenza -

Ma è proprio sulla relazione medico-legale che si concentrerà la battaglia della difesa, ammesso che la scelta sia quella di andare a dibattimento. «Al momento è quella la strada che intendiamo percorrere», si limita a dire Mario Bonati, l'avvocato che assiste i due medici. Nel frattempo, infatti, eventuali accordi tra l'Ausl e le parti civili sul risarcimento potrebbero portare alla scelta di riti alternativi.

Solo ipotesi, per ora. Per i familiari di Petrillo, che se ne andò lasciando una bimba di pochi mesi, i ricordi sono ancora un distillato di dolore. Di voglia di verità e giustizia. I pensieri vanno a quei due mesi tra speranza e angoscia passati accanto ad Antonio. Lui che, poco dopo la prima operazione, comincia a sentire dolore alla spalla sinistra e alla schiena. Ma le preoccupazioni diventano veri e propri segnali d'allarme quando, la sera del 22 settembre, comincia a vomitare sangue. Così si decide di riportarlo immediatamente in sala operatoria.

Ma è un percorso ancora in salita. Petrillo continua ad avvertire quella fitta alla schiena e comincia a tossire con insistenza. Gli esami rivelano un edema polmonare. Gli viene applicato un drenaggio, poi si susseguono esami e accertamenti. Dopo 17 giorni viene portato all'ospedale di Piacenza per l'inserimento di un drenaggio trans-epatico.

Antonio non si riprende. Entra ed esce dalla sala operatoria, viene sottoposto a continui esami, ma le sue condizioni peggiorano. La moglie Ylenia, dopo aver chiesto più volte una consulenza esterna, scrive un a mail a Roberto Salvia, lo specialista di Verona di cui il primario di Chirurgia, Vincenzo Violi, le aveva fatto il nome.

Salvia arriva all'ospedale di Vaio una settimana dopo. Prospetta la possibilità di un nuovo intervento, anche a Verona, nel caso Petrillo si fosse stabilizzato. Ma non c'è più tempo. Antonio muore quattro giorni dopo.

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