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Parigi-Roubaix

Pinazzi, viaggio nell'Inferno del nord

16 aprile 2019, 07:00

Pinazzi, viaggio nell'Inferno del nord

Alberto Dallatana

Voleva arrivare fino al Velodromo, Mattia Pinazzi. Per vedere l'effetto che fa. Anche se la sua Parigi – Roubaix (quella per la categoria Juniores, che domenica ha anticipato di un paio d'ore l'arrivo dei prò), non aveva più alcun significato ai fini del risultato. In 44 (di cui tre Azzurri) su 120 si erano già ritirati. Lui no. Staccatissimo, a quasi un quarto d'ora dall'olandese Van Veenendal, vincitore davanti al francese Toumire e all'altro tulipano Boven (Garofali, 45°, il primo degli Azzurri), ha voluto varcare in sella alla bici la soglia di quel benedetto Velodromo, il paradiso in fondo all'inferno, l'«Inferno del Nord».

Troppo tardi però: a fine gara ha appreso che la giuria lo aveva dichiarato fuori tempo massimo, lui e altri sei irriducibili compagni delle ultime fatiche. Un dato statistico che, tutto sommato, non ha alcuna importanza (sarebbe arrivato 74esimo). Arrivato alle docce (altro luogo a suo modo mitico della Roubaix), Mattia s'è fatto scattare una foto: le gambe annerite dalla polvere, il volto sconvolto dalla fatica. «Volevo un'immagine per ricordare, in futuro, quanto sia stata dura questa giornata – racconta Mattia, talento colornese classe 2001 -. Il pavè, dal vivo, è tutta un'altra cosa rispetto a come lo si vede in televisione». Ha affrontato la «bellezza» di 17 settori, equivalenti a 29 chilometri su 111 chilometri di gara, compresi quelli di Mons en Pevele e del Carrefour de l'Arbre, da cinque stelle di difficoltà (il massimo). «Complessivamente è stata una bella esperienza, anche perché partecipare ad una gara del genere con la maglia della Nazionale mi ha riempito d'orgoglio, ma è stata veramente durissima. Siamo partiti a tutta, con il contachilometri che toccava stabilmente i 55 orari nei primi 30 chilometri, dopodichè abbiamo raggiunto il primo settore di pavè e il gruppo si è sfaldato. Io sono rimasto indietro e, via via, la difficoltà aumentava. Il pavè è tutto fuorché regolare, le vibrazioni ti scuotono, le mani fanno sempre più male. Arrivare in fondo è stata un'impresa, ma non volevo mollare.

E poi c'era tantissima gente che ci incitava, anche italiani che, vedendo la maglia, mi incoraggiavano». E poi, come un miraggio, il Velodromo: «Quando sono entrato mi sono detto «finalmente». Una liberazione». Ieri Mattia è rientrato in Italia: lo attende una lunga stagione con la sua squadra, l'«Aspiratori Otelli», alla quale ha già regalato una vittoria e due secondi posti. Alla maglia azzurra ha detto arrivederci: punta alla convocazione ad Europei e Mondiali, su strada e su pista. Lì, perlomeno, di pavé non ci sarà nemmeno l'ombra.

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