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AL REGIO

Buffa attraversa la Storia con passo da tigre

17 aprile 2019, 07:00

Buffa attraversa la Storia con passo da tigre

Michele Zanlari

C’è un’ombra che attraversa il palcoscenico. Federico Buffa parla di lei in un’antologia di articoli sportivi che ha scritto tempo fa, addirittura nel 2005, tenendo insieme aneddoti sul basket americano. Si chiama «Black Jesus» e inizia con una sorta di leggenda. «Un’antica credenza asiatica ci tramanda di come, qualora un umano riesca a fare pipì sul dorso di una tigre, quella tigre gli sarà sempre fedele e lo difenderà da tutto e da tutti. Credo sia una magnifica metafora sul coraggio – confessa Buffa – una freccia che non ho mai avuto granché in faretra. Non ho mai voluto approfondire realmente la storia della tigre nel timore che non ci fosse nessun umano vivo in grado di confermarla. Poco coraggio appunto. In fondo, come ci erudiscono, perché rovinare con la verità una bella storia?».

Pensate a quanto del modo di raccontare di Federico Buffa sia ben rappresentato in questo piccolo aneddoto, molto prima di diventare una star bucando la tela del basket NBA, per diventare narratore di sport, vita, Storia e destino. Prima di attraversare con passo sicuro il palcoscenico del Teatro Regio – esaurito - inseguendo l’ombra di quella tigre, senza sapere mai per certo se le abbia già fatto pipì sul dorso o senta ancora la paura di uno spettacolo dal vivo. Va in scena «Il rigore che non c’era». Non una telecronaca di Juventus-Ajax, ma lo spettacolo con cui Buffa si presenta al pubblico del Regio incrociando episodi calcistici, tentazioni filosofiche, suggestioni musicali e scenografie dello spirito, da bravo burattinaio di ombre e miti. Con lui, Marco Caronna in regia, Alessandro Nidi al pianoforte, la cantante Jvonne Giò, qualche fotografia, un pallone a terra e poche linee sullo sfondo.

Un po’ di maniera nel recitato, che si apre con un morettiano «so che lui sa che io so dove tirerà», «Il rigore che non c’era» cerca una direzione differente dalla ritualità sacrale dei racconti portati in televisione. Il pubblico prende con il sorriso quel po’ di enfasi in più del monologo alternato tra Caronna e Buffa. Si gioca con il linguaggio, perché Federico è il narratore atteso sul palco sia dagli attori che dalla platea. Gli si riconosce un ruolo solenne, che lui spazza via con autoironia prima di lanciarsi nelle fiabe reali del millesimo gol di Pelè, la vicenda umana dell’equilibrista Garrincha, il silenzio di Leo Messi o il talento sfacciato di George Best. C’è anche, con una punta d’invadenza, quello che non ti aspetti: un copione di dialoghi serrati, oliato su piccole improvvisazioni, che precede il pezzo di bravura del solista. Qui, con il racconto tra le dita, Buffa torna - per così dire - Buffa. Il pensiero vola, perché restano solo la sua voce e le note di Nidi, ricostruendo quell’empatia esclusiva tra pubblico e incantatore che inseguiamo nello spazio tra platea e sipario: l’esclusività di parole pronunciate per tutti, ma intimamente indirizzate a noi soli. Per ritrovarle bisogna combattere un po’ con la messinscena, con l’idea – imprecisa a livello emotivo – che occorra mettere in forma scenica l’atto stesso di presentarsi al pubblico con una serie di ricordi da comunicare. L’ombra della tigre domata. Ora che ci ha spiegato il senso del gioco sulla fascia lo sappiamo per certo: la freccia del coraggio è al sicuro nella faretra del performer. È qui che sollevi lo sguardo evadendo l’incanto. Con timidezza (e un felino alle calcagna) il sogno ci abbraccerebbe in modo diverso.

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