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MEMORIA

23 aprile '44: la guerra arriva dal cielo

21 aprile 2019, 07:03

23 aprile '44: la guerra arriva dal cielo

CARLO MIGLIAVACCA

In una tiepida notte di primavera, limpida e senza nuvole, Parma si risvegliò bruscamente dal sogno di poter attraversare la seconda guerra mondiale senza danni. Infatti dal quel 10 giugno 1940, data dell’entrata in guerra dell’Italia, la nostra città aveva vissuto un periodo di relativa tranquillità, salvo la violenta parentesi legata ai fatti seguiti all’armistizio dell’8 settembre ‘43. Le notizie dei combattimenti arrivavano solo dalle lettere, censurate dal regime, che provenivano dai parmigiani al fronte, oppure dalle immagini dei Cinegiornali Luce proiettate nei cinema. Nel 1944 la vita in città, nonostante la ferrea e spietata occupazione tedesca, il razionamento alimentare e le battaglie partigiane in montagna, continuava alla meno peggio fra tornei amatoriali di calcio e la stagione lirica che non si era mai interrotta. I cittadini cercavano con fatica e sacrificio di mantenere una qualità di vita quasi normale. Fino ad allora Parma era stata protetta dagli attacchi aerei dalla catena delle Alpi e dalla distanza che la divideva dalle basi aeree alleate.

LA GUERRA ARRIVA NEL '44

Purtroppo le cose erano cambiate con lo sbarco in Sicilia da parte degli Alleati: la nostra città era ormai raggiungibile dagli aeroplani. Infatti quella notte, era il 23 aprile 1944, esattamente 75 anni fa, la guerra, quella vera, arrivò dal cielo. Era domenica sera e molti parmigiani erano alle finestre o sui balconi, a godersi la tiepida brezza primaverile. Il buio era totale, infatti vigeva il decreto che obbligava all’oscuramento, proprio per evitare di offrire un facile bersaglio al nemico. I parmigiani erano tranquilli, convinti che il loro illustre concittadino, il maestro Arturo Toscanini emigrato negli Stati Uniti per motivi politici, aveva sicuramente speso una buona parola presso le autorità americane per evitare i bombardamenti alla “sua” Parma. Inoltre era opinione comune che: «Parma rossa non si tocca!». La città faceva affidamento al suo noto spirito antifascista, convinta che questo bastasse ad evitare gli attacchi degli angloamericani. Queste ingenue illusioni vennero spazzate via proprio quella notte. Improvvisamente alle 22,40, senza che gli allarmi suonassero, il cielo si schiarì a giorno di una luce bianca, spettrale. I bengala erano stati lanciati dagli aeroplani per illuminare Parma. In quel momento le sirene d’allarme della torre di San Paolo e della torre dell’Università cominciarono simultaneamente a suonare. Un suono prima debole, poi sempre più forte, lugubre, spaventoso. La gente corse a perdifiato lungo le scale, giù dai palazzi con il cuore in gola per rifugiarsi nelle cantine. I più fortunati, quelli che abitavano nei palazzi di più recente costruzione, poterono nascondersi nei rifugi sottostanti. Infatti una legge approvata dal regime alcuni anni prima prevedeva che tutti i palazzi di nuova costruzione fossero provvisti di rifugi antiaerei. La rapida fuga non era ancora terminata che già le prime esplosioni fecero tremare la città. La guerra era arrivata anche per i parmigiani. Ed era arrivata nel modo peggiore. Con bombe che scendevano dal cielo, dalle quali non ci si poteva difende.

LE PRIME DISTRUZIONI

Gli aeroplani venuti da lontano per sbranare la nostra città erano pochi, solo 9 bombardieri Handley Page “Halifax” della Raf, la Royal Air Force inglese. Quadrimotori da bombardamento strategico che puntarono allo scalo merci della ferrovia, sganciando circa 50 bombe ad alto potenziale. Il bombardamento risultò molto impreciso. Solo poche bombe caddero sul bersaglio, le altre si distribuirono fra il Parco Ducale e il suo storico Palazzo, il Ponte Dux, ora ponte di Mezzo, via delle Fonderie, via Palermo. Quindici furono le vittime, tutti militari di stanza nel Palazzo Ducale, e numerosi i feriti, oltre a gravissimi danni al patrimonio artistico della nostra città. All’alba del giorno dopo, quando ancora le colonne di fumo si levavano dalle macerie, numerosi parmigiani su biciclette, carretti improvvisati e tutto quanto poteva servire a trasportare le loro povere cose, prendevano la via della campagna per trovare un luogo sicuro dove rifugiarsi. L’illusione della città di poter sfuggire ai bombardamenti era definitivamente tramontata.

ALTRE BOMBE IN ARRIVO

I timori di nuovi attacchi trovarono tragica conferma a distanza di sole 36 ore. Dalla postazione di avvistamento avanzata, posizionata sul monte Prinzera a sud della città, arrivò la telefonata di allarme. Uno stormo di bombardieri americani provenienti dalla Cisa stava avanzando verso la città inerme. Erano decollati all’alba dalla loro base persa nella fertile, ed ormai libera dai tedeschi, pianura pugliese. La rotta per raggiungere Parma sarebbe stata fin troppo facile, piena di precisi punti di riferimento com’era. I velivoli avevano attraversato l’Italia da est a ovest fino al Tirreno. Quindi rotta verso nord seguendo la costa fino a raggiungere il profilo inconfondibile delle Alpi Apuane. Al termine della catena di montagne bianche deviazione della rotta verso est per superare gli Appennini. Sorvolati i nostri monti, il nastro d’argento rappresentato dal fiume Taro avrebbe guidato come un'autostrada i bombardieri fin quasi sopra la nostra città. Alle 12,10 in punto cominciarono a suonare gli allarmi quando già si poteva sentire il rombo cupo di decine di potenti motori in avvicinamento. Stavolta erano molti di più della notte precedente. Si trattava di 15 bombardieri pesanti Consolidated Vultee B-24 “Liberator” dell’Usaf, United States Air Force. Il quadrimotore americano noto per essere stato il velivolo statunitense più prodotto nella storia, costruito nel numero record di oltre 18.000 esemplari. Gli aeroplani sganciarono sulla città circa 150 bombe ad alto potenziale, gli obbiettivi erano ancora lo scalo e il ponte ferroviario, mancati completamente. In compenso tutto il centro della città venne colpito, in particolare la zona di via Cavour, con decine di abitazioni danneggiate oltre a diversi palazzi completamente distrutti. Anche la chiesa di Santa Maria della Steccata venne pesantemente danneggiata.

TRA LE VITTIME ANCHE BAMBINI

Il rifugio posto sotto all’asilo Guadagnini, nella zona di borgo Rodolfo Tanzi, venne colpito in pieno causando diversi morti, purtroppo anche fra i bambini ospitati. Le vittime furono 133, centinaia i feriti. Parma era in ginocchio, ma eravamo solo all’inizio. Dopo alcuni giorni in cui la città cercava faticosamente di rialzarsi arrivò puntuale il terzo attacco. Ormai era chiaro: Parma era diventata un bersaglio da distruggere. Quasi alla stessa ora del giorno precedente, 29 B-24 arrivarono sul cielo della città sganciando 232 ordigni da 250 e 500 kg nella zona della stazione ferroviaria e dello scalo merci. Erano le 12,30 di martedì 2 maggio 1944. Non si era ancora spenta l’eco delle esplosioni quando arrivò implacabile un altra ondata di bombardieri per dare il colpo di grazia. Altri 10 “Liberator” sganciarono 60 bombe sugli stessi obiettivi sempre con grande precisione. Per fortuna stavolta le bombe caddero quasi tutte sui bersagli e non in centro città, causando comunque 154 morti ed oltre 200 feriti. Infatti, nonostante la precisione di quell’attacco, una sola, maledetta bomba, causerà una delle più grandi tragedie della storia recente di Parma.

IL MIRINO SUL CORNOCCHIO

In località Cornocchio, nella prima campagna a nord-ovest di Parma, non lontana dalla strada ferrata, gli abitanti avevano scavato nei campi una sorta di trincea, ricoprendola poi con assi da cantiere. Doveva servire come rifugio per gli abitanti della piccola frazione. Anche quel giorno, al suono dell’allarme, gli abitanti vi si erano precipitati. L’ordigno, indirizzato ai binari della ferrovia, prese una strada diversa e con una precisione assurda, spiegabile solo con il fato, il destino, la sfortuna, lo colpirà in pieno. Dopo l’esplosione cadde un silenzio irreale: non un grido, un lamento. Dalla strada carraia che portava al Cornocchio, in quel momento ancora immersa in una nube di polvere, dopo pochi minuti dall’attacco sbucò un taxi, dal quale scese un vecchio frate dell’Annunciata. Il quale cominciò subito a prodigarsi per salvare i pochi superstiti gravemente feriti. Era il “frè d’il bombi” il frate dei bombardamenti, com’era stato soprannominato, diventato famoso per essere sempre il primo ad accorrere sui luoghi dei disastri. Si trattava di un frate Cappuccino, padre Teodosio Manfredini. Nel corso di tutta la guerra con il suo impegno di soccorritore si distinguerà quale esempio di umanità e virtù cristiane.

IL RUOLO DEI FRATI

Le comunità dei Benedettini e dei Cappuccini della città si adoperarono allo spasimo per portare il loro aiuto ai feriti e a quelli rimasti senza casa. Ma sopratutto si prodigarono per salvare e mettere al sicuro opere d’arte, libri antichi, documenti e manoscritti dal valore storico inestimabile, che alla fine della guerra potranno essere recuperati. Per il loro encomiabile impegno saranno decorati di medaglia d’oro al Valor Civile. Al Cornocchio quel giorno quasi tutte le persone rifugiate nella trincea di fortuna moriranno in seguito alla terribile esplosione. Intere famiglie distrutte: Romanini, Raffaini, Bernardi, Paini, Finetti, Marena questi alcuni nomi di gruppi famigliari che piansero più vittime. Alla fine 154 morti, tra cui 61 abitanti della frazione. Le altre vittime furono persone di passaggio, tra cui una coppia di sfortunati giovani sposi, scappate da un treno che si era fermato tra i campi. La città era attonita, terrorizzata, inebetita. Chi ancora non l’aveva fatto fuggì nella campagne, trasformando Parma in una specie di città fantasma. Passarono alcuni giorni di relativa tranquillità, ma era solo la calma prima della tempesta.

A UN PASSO DALL'APOCALISSE

L’attacco più devastante per la città si stava preparando. L’apocalisse stava per arrivare. Gli Alleati erano decisi a distruggere tutte le infrastrutture che potevano servire ai tedeschi per far arrivare i rinforzi alle loro truppe impegnate ad arginare l’avanzata angloamericana. Per questo motivo organizzarono una grande missione di bombardamento denominata “Operazione Diadem”. Il 13 maggio 1944 decollarono dalle loro basi dislocate in Puglia e Molise circa 750 bombardieri scortati da oltre 250 caccia. Destinazione: Emilia Romagna. Quel giorno la nostra terra fu messa a ferro e fuoco, nessuna città emiliana risparmiata. Quel giorno è ricordato come il “giorno nero” della nostra storia recente. Alle 14,40 di quella calda giornata una nuvola di bombardieri oscurò letteralmente il cielo della città. Circa 70 “Liberator” sganciarono un'autentica tempesta di fuoco. Oltre 140 tonnellate di acciaio esplosivo caddero a tappeto su Parma. Una scia di devastazione: via Affò, via Borghesi, viale Bottego, viale Fratti, viale Mentana, barriera Garibaldi, borgo Tommasini, via XX settembre, il palazzo della Pilotta, lo storico teatro Farnese, il teatro Reinach, la storica Biblioteca Palatina, che vedrà inceneriti volumi e documenti dal valore inestimabile, Piazza Garibaldi, via Mazzini. Anche la periferia, oltre la stazione ferroviaria con via Trento, via San Leonardo, via Palermo, subì gravissimi danni. Alla fine del bombardamento, come dopo un gigantesco terremoto, solo macerie, macerie dappertutto. Solo l’Oltretorrente stavolta era uscito indenne dalla catastrofe. Anche un'ala del carcere di San Francesco venne colpita e distrutta, provocando la morte di diversi prigionieri. Oltre 100 detenuti, fra comuni e politici, riuscirono ad evadere attraverso i varchi aperti dalle esplosioni nelle mura di cinta. Fra loro anche Giacomo di Crollalanza, ufficiale dell’Esercito, tenente dei Granatieri, catturato a seguito dei fatti dell’8 settembre ‘43. Scappato in montagna diventerà il comandante di tutti i partigiani nel parmense con il nome di battaglia di “Pablo”. Questo giovane ufficiale venuto dalla Sicilia troverà la morte durante uno scontro con i nazifascisti a Bosco di Corniglio solo pochi mesi dopo. Per puro miracolo i monumenti storici della città, il Duomo, il Battistero, la chiesa di San Giovanni, il Teatro Regio furono risparmiati dalla distruzione. Il centro storico di Parma fu ridotto ad un cumulo di macerie. Le scene che si presentarono ai militi accorsi dell’Unione nazionale protezione antiaerea incaricati dei soccorsi, furono strazianti. Arrampicati sulle macerie ancora fumanti i superstiti disperati chiamavano a gran voce i loro congiunti sepolti dai rottami delle case crollate, cercando a mani nude di tirarli fuori. Intorno cadaveri e membra umane sparse dappertutto. I militi, armati solo di un elmetto della Prima guerra mondiale, picconi, badili e un paio di vecchi motocarri, fecero del loro meglio per salvare più persone possibili, ma persino raggiungere l’ospedale si rivelò un'impresa impossibile a causa delle strade ingombre. A seguito dei danni subiti in questo attacco Parma verrà ribattezzata “la Cassino del Nord”.

Nell’ultimo bombardamento a tappeto che Parma ebbe la sventura di subire, i suoi cittadini conobbero quello che è stato l’aeroplano più famoso del secondo conflitto mondiale: il Boeing B-17 “Flying Fortress” la mitica “Fortezza Volante”. Il 22 giugno 1944, 54 Fortezze Volanti, in 2 ondate successive, arrivarono sulla città, era mezzogiorno in punto. Il sole alto si rifletteva sulla tipica livrea color alluminio dei velivoli. Vennero sganciati circa 1000 ordigni di diversa pezzatura. Obiettivi ancora lo scalo ferroviario ed il centro smistamento merci. Probabilmente questo fu l’attacco più preciso fra tutti quelli avvenuti e le bombe caddero tutte nella zona prescelta. L’aerea fra la stazione ferroviaria e lo scalo merci venne definitivamente devastata con danni gravissimi. Vista l’estrema precisione dell’attacco, le vittime stavolta saranno 5. I parmigiani ancora non lo sapevano, ma questo fu l’ultimo attacco portato con grandi formazioni di bombardieri strategici. Ma per Parma non era ancora finita. Cominciò un stillicidio giornaliero di attacchi portati da piccoli gruppi di cacciabombardieri. Si trattava di missioni chiamate in gergo “strafing”, che consistevano nel mitragliamento a bassa quota, con sgancio anche di piccole bombe, su tutto quello che i piloti consideravano un bersaglio “pagante”. Molto spesso, i bersagli non erano altro che innocui cortei funebri, carri della spazzatura, ciclisti, dall’alto scambiati per obbiettivi militari. Nemmeno di notte i cittadini di Parma poterono stare tranquilli. Come calavano le ombre della sera a tenere svegli tutti ci pensò “Pippo”. Questo il nomignolo con cui i parmigiani avevano battezzato un piccolo aeroplano, probabilmente un cacciabombardiere Alleato, operante solo di notte che si divertiva a sparare e sganciare bombe su tutte le fonti di luce che riusciva ad individuare. La paura di “Pippo” funzionò meglio di qualunque obbligo di legge garantendo l’oscuramento più totale.

UNO STILLICIDIO INCESSANTE

Dal luglio ‘44 fino all’aprile del ‘45 questi attacchi si ripeterono quasi ogni giorno terrorizzando i parmigiani e facendo numerose vittime. E’ opinione comune che in quel periodo la nostra città fosse completamente indifesa, in balia dei bombardieri angloamericani. Ad onor del vero non fu proprio così. In effetti i reparti da caccia tedeschi erano stati praticamente tutti fatti rientrare in Germania, chiamati a difendere la propria nazione dai massicci attacchi aerei Alleati. Il nord Italia era difeso solo dai caccia italiani dell’Aeronautica nazionale repubblicana, l’aviazione della Repubblica sociale. In particolare la zona di Parma, e più in generale tutta l’Emilia Romagna, erano difese dal 1° Gruppo Caccia “Asso di Bastoni” che aveva la propria base sull’aeroporto di Reggio Emilia. Non più di una dozzina di validi caccia Macchi Mc-205 “Veltro” dovevano difendere un territorio molto esteso. Troppo per le loro esigue forze. Ma non per questo si tirarono indietro. Pochi, coraggiosi, piloti in quel periodo decollavano giornalmente, 10 contro 100, per cercare di difendere le nostre città. Anche su Parma intervennero più volte, con scarsi risultati. Uno di loro, il ten. pil. Vittorio Satta, fu abbattuto e ucciso precipitando a San Prospero, alle porte di Parma. La maggior parte di quegli aviatori cadrà in combattimento. A distanza di 75 anni è giusto ricordare anche loro, piloti che pur schierati dalla parte sbagliata, non si riconobbero mai nella guerra civile, a cui non presero mai parte. Al termine di una guerra sbagliata, in cui ci aveva trascinato il regime, Parma si trovò a contare più di 800 vittime con migliaia di feriti ed invalidi causati dai bombardamenti aerei, oltre a danni incalcolabili al patrimonio architettonico, artistico e culturale.

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