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25 aprile

Zanichelli: le bombe fuori e noi a sobbalzare nel rifugio

25 aprile 2019, 07:01

Zanichelli: le bombe fuori e noi a sobbalzare nel rifugio

CHIARA CACCIANI

«La sirena: ricordo soprattutto la sirena e i suoi sei fischi. Era posizionata nella zona dell'ex stabilimento Barilla e aveva un suono così lugubre e angosciante, un urlo così lacerante che mi ha fatto effetto più dei bombardamenti».

Settantacinque anni esatti dopo, l'ex ragazzino di strada Nuova lo racconta davanti alle raccolte della Gazzetta di Parma anno 1944.

Il '44 in cui lui, Vincenzo Zanichelli, aveva 13 anni e Parma piombò nella stagione dei bombardamenti Alleati: allarmi continui, morte grandinata dal cielo, distruzione, feriti e sfollati.

La tragedia più grande in cinque atti tra aprile e giugno, poi uno stillicidio di repliche minori - ma non meno devastanti - fino alla Liberazione.

Il debutto era stato col buio: furono i bengala a illuminare il cielo del 23 aprile. «Il giardino della nostra palazzina confinava con il Convitto Maria Luigia e nelle sue cantine c'era il rifugio antiaereo. Quella notte - racconta Zanichelli, oggi 87 anni - mio padre mi prese in braccio e mi ci portò che ero ancora addormentato. Poi nei rifugi ti svegli, ti svegli eccome: la calca per entrare, le indicazioni del responsabile, i “Mamma mia!” di chi ha paura...». Anche il silenzio, quando calava, era rumore: di cuori pesanti e in allerta. «Ricordo donne che lavoravano a maglia, e le voci di chi imprecava e di chi pregava. Soprattutto di chi pregava: di rosari ne abbiamo sempre sentiti recitare tanti...». Mentre la luce fioca e fissa faceva perdere il conto delle ore e la perfetta circolarità di albe e tramonti.

Fumavano ancora le macerie, quando il terrore si presentò per la prima volta alla luce del giorno, in quel 25 aprile in cui corsero a salvarsi – madre, padre e figlio - ciascuno con le proprie gambe. «Andavo alla scuola Angelo Mazza ma nel momento in cui suonò la sirena, a fine mattina, ci avevano già mandati a casa. Quella volta rimanemmo nel rifugio stranamente poco. Avevamo sentito la terra tremare sotto i piedi, i sobbalzi, ma non i boati delle esplosioni: là sotto i rumori sono molto attutiti, restano colpi sordi e distanti. Uscimmo senza immaginare cosa era successo attorno». Di piazza Garilbaldi devastata e del palazzo della banca Commerciale che non esisteva più, di case e chiese sbriciolate, lo scoprì il giorno dopo, quando il padre gli permise di accompagnarlo fino a via Cairoli. Volevano vedere cosa era rimasto del palazzo di un conoscente, il pittore Fainardi: nulla. E il proprietario salvo solo perché fuggito in tempo.

«Fino a quel momento eravamo ancora convinti che nel mirino ci fosse solo la ferrovia, che non venissero da noi: era a questa speranza - si commuove quasi - che in quelle ore ci aggrappavamo per farci coraggio l'un l'altro. Anche se, in realtà, la volta in cui ebbi più paura fu la notte del 14 maggio, quando Parma fu illuminata a giorno dal cielo. In seguito ci spiegarono che gli Alleati erano tornati a vedere il risultato dell'incursione devastante delle ore precedenti, a fare foto e riprese video. Ma noi in quei minuti sentivamo il rumore degli aerei, la luce era così violenta da non riuscire nemmeno ad alzare lo sguardo e a me battevano letteralmente i denti».

Racconta dell'incoscienza che accompagnava il loro essere ragazzini in guerra, Vincenzo Zanichelli: i binocoli e gli elmetti rubati ai tedeschi in colonna lungo viale San Michele, le corse a raccogliere «tesori» più o meno pericolosi. «Ne combinavamo di tutti i colori» dice, ma con un plurale che - si vede dallo sguardo - non lo include fino in fondo. Un'incoscienza «vigile» e cauta, la sua, che nel piccolo mondo di strada Nuova aveva a poco a poco raccolto i significati grandi di quel periodo. «Il 10 giugno 1940 ci radunammo alla trattoria Al Cavallino Bianco per ascoltare il discorso di Mussolini alla radio. Quando dichiarò l'entrata in guerra mia madre, che ne aveva già vissuta una, scoppiò in lacrime. A scuola eravamo infarciti di retorica fascista, ma vedere la sua reazione mi colpì profondamente».

E poi quell'8 settembre 1943 che ha ancora il suono degli stivali che calpestavano veloci il terreno. «Una cinquantina di soldati scappava dal Distretto militare di via Collegio dei Nobili: scavalcavano le recinzioni, edificio dopo edificio. Mio padre e gli altri vicini gli diedero abiti civili per cambiarsi ed ebbero la prontezza di farsi lasciare lì le sigarette Milit: sarebbero state una prova quasi inchiodante. Quando se ne andarono, i grandi bruciarono le divise e le sigarette e per il timore di rappresaglie gettarono le armi in un pozzo che fu poi murato. Ma non fu una buona idea: ai partigiani sarebbero servite...».

Un anno esatto dopo i bombardamenti arrivò un altro 25 aprile dal sapore ben diverso («una gran bella giornata»). E poi un altro ancora nel 1967, con la nascita di uno dei tre figli. Nel frattempo, oltre alla famiglia, sono sfilati gli anni di lavoro come commerciale prima per la Galbani e poi per l'ex Mattioli e Bellicchi, si sono rincorsi i traslochi, è arrivata la pensione. «Ma sa una cosa? Io le tragedie in tivù non riesco a guardarle. Quei tempi non sono poi così lontani...».

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