GEORGIA AZZALI
Quando la disperazione ti taglia il respiro, ti aggrappi a tutto. Anche a chi ti mostra timbri della Nato o della diplomazia statunitense e passaporti della Guinea Bissau, e con la stessa nonchalance ti propone funamboliche operazioni finanziarie. Puoi anche credere (o illuderti), come è accaduto a due imprenditori brianzoli, che un tal Aldo Pietro Ferrari possa farti ottenere un mutuo da 390 milioni di euro. Sì, sempre lui, il Re Mida di Madurera, 74 anni, in azione - secondo la procura - almeno fino al 2016, insieme ad amici fidati sparsi un po' in tutta Italia. In 14, ieri, Ferrari compreso, sono stati rinviati a giudizio dal gup Sara Micucci con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata a una serie impressionante di truffe. Due numeri, e la fotografia della colossale operazione messa in piedi da Ferrari e soci è presto fatta: tra il 2009 e il 2016 il gruppo avrebbe firmato contratti di finanziamento per oltre 3 miliardi di euro incassando dai clienti complessivamente 2.257.484 euro come spese di registrazione dei contratti.
Un fiume di denaro solo promesso, perché nelle tasche dei clienti non è mai entrato nemmeno un rivolo. Imprenditori, commercianti, artigiani: c'è un po' di tutto nella lunghissima lista dei gabbati. Cinquantacinque le parti offese, anche se meno di una decina ha deciso di costituirsi parte civile, tutte unite dal bisogno di ottenere soldi per far sopravvivere l'attività o per tentarne il rilancio investendo in nuovi progetti. Italiani, nella maggior parte dei casi, compreso qualche parmigiano, nonostante la «fama» di Ferrari.
La bella facciata del gruppo era la Iwil (International world investment loans), una società di intermediazione finanziaria del Delaware, in realtà inesistente, secondo gli investigatori, e con gli uffici invece nell'ex Conbipel, lungo l'autostrada. Ciò che contava, invece, per Ferrari e soci era convincere i clienti con proposte fantasmagoriche di finanziamento: milioni di euro garantiti a tassi agevolati, con in più la possibilità di recuperare parte del mutuo grazie a un contratto di investimento. Fittizio, come fittizie erano le rassicurazioni date ai clienti. Che, però, al momento della sottoscrizione del mutuo dovevano sborsare decine di migliaia di euro come spese di istruttoria per la pratica.
Certo, poi le settimane passavano, e del denaro non arrivavano nemmeno le briciole, ma quando i clienti cominciavano a fare pressioni, dall'altra parte le giustificazioni erano pronte. «Ci scusiamo per il ritardo, ma abbiamo avuto dei contrattempi che però sono finiti bene. Ora abbiamo incominciato ad operare e i clienti che erano prima di voi sono già stati onorati. Se avete bisogno di qualche delucidazione non esitate a contattarci»: eccole le rassicurazioni ricevute dai clienti anche qualche giorno prima del blitz della Finanza, l'11 ottobre 2016. Un'operazione in cui, oltre a Ferrari e al suo braccio destro, Cosimo Barbiero, calabrese residente nello Spezzino, furono coinvolti Riccardo Pozzoli, Paolo Carrubba, il fidentino Nicola Bufo e il fornovese Gian Andrea Fornari. Tutti rinviati a giudizio, come altri otto imputati che sono sempre rimasti a piede libero.
C'era il «presidente unico», l'uomo di Madurera. Ma Ferrari poteva contare anche sul suo vice, Barbiero, mentre gli «operatori economici» Carrubba, Bufo, Fornari e Bergamini si sarebbero occupati della gestione dei clienti. Che tutti gli altri della banda si prodigavano a cercare, fornendo anche informazioni sui prodotti finanziari. Mirabolanti. E tarocchi.
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