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Muehle: «Nella testa e nel cuore serbo gli insegnamenti di Bergonzi»

Muehle: «Nella testa e nel cuore serbo gli insegnamenti di Bergonzi»

04 Aprile 2019,12:16

GIULIO A. BOCCHI

Protagonista eponimo di «Andrea Chénier», l'opera più nota di Umberto Giordano che debutta stasera alle 20 al Teatro Regio (con replica domenica alle 15.30), sarà il tenore tedesco-brasiliano Martin Muehle.

Muhle, come ha scoperto la lirica?

«Avevo quattordici o quindici anni in Brasile quando ho iniziato a cantare nel coro della scuola. Pian piano, scoprii il piacere di cantare anche se non si trattava ancora di canto lirico. Qualche anno più tardi entrai in un coro professionale dove il preparatore vocale era un baritono che aveva fatto una bella carriera in Francia. Ho cominciato a fare lezioni private con lui, ma dovevo andare fino in Uruguay dove viveva. Ogni mese prendevo un bus e facevo dodici ore di viaggio per raggiungerlo e rimanevo per quattro o cinque giorni. È stato quello il periodo nel quale mi sono innamorato del canto lirico e dell'opera. Avevo diciassette anni, ma ho iniziato molto lentamente anche perché i miei genitori non volevano che facessi il musicista di professione. Qualche anno più tardi, però, ho preso la decisione di farlo e mi sono trasferito in Germania per studiare. È stato un processo abbastanza lungo quello che mi ha portato a scoprire la mia vera voce, ma è cominciato lì ed avevo ventidue anni».

Come è entrato in contatto con Carlo Bergonzi?

«La scuola tedesca non riusciva ad offrirmi quello che avevo avuto con il mio primo maestro in Sud america. Così sono andato all'Accademia Chigiana dove Bergonzi insegnava in un corso estivo. Ero molto giovane e non mi ha preso. Mi ha invitato, però, a venire da lui all'Accademia Verdiana dove sono rimasto tre o quattro mesi a fare lezione con lui. Io ero un suo grande fan. Diciamo che in quel momento non potevo ancora approfittare completamente dei suoi insegnamenti perché la mia formazione aveva ancora bisogno di consolidare le basi e di trovare la mia vera voce perché le voci più grandi hanno bisogno di più tempo per maturare. Quello che mi ha insegnato, comunque, è rimasto sempre nella mia testa e nel mio cuore: il canto sul fiato, morbido, senza forzare... Sono tornato a casa e piano piano sono riuscito a mettere in pratica questi insegnamenti, ma ho dovuto avere molta pazienza perché la mia voce si è sviluppata molto dopo. E' stata anche una fortuna perché adesso posso affrontare con tranquillità ruoli come Andrea Chénier, Radames e Calaf. Se avessi cercato di cantare questi ruoli prima dei trent'anni, probabilmente, mi sarei fatto male, com'è successo a tanti».

Canta spesso Andrea Chénier?

«Adesso sì. È un ruolo che ho debuttato nel 2010 in Brasile. Mi sono buttato: in quel tempo cominciavo ad avvicinarmi a ruoli più “spinti” come Don José in “Carmen”. È andata abbastanza bene, ma per qualche anno l'ho lasciato un po' stare. Due anni fa ho avuto la possibilità di rifarlo a Berlino e mi sono trovato benissimo. È un ruolo fantastico, abbastanza drammatico e difficile da affrontare, visto che canta tutto il tempo, ma credo che i risultati siano molto buoni e io mi trovo molto bene ad interpretarlo».

Cosa le piace di più di questo ruolo?

«Non è un ruolo drammatico dal punto di vista vocale, non è un Otello: è, invece, lirico-spinto e romantico, puoi lasciare andare la libera la voce. La scrittura è bellissima e si adatta bene alla mia voce. Più lo canto e più scopro qualcosa. E' una gioia la possibilità di interpretare questo ruolo soprattutto a Parma. Questa occasione mi rende felice».

© Riproduzione riservata

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