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Parmigiani a Parigi: «Una notte da incubo»

15 Novembre 2015,13:48

Mara Varoli

«Dovevo smontare di guardia alle 20,30 ma poi sono dovuto rimanere in ospedale insieme agli altri medici per aspettare i feriti. Così, come è accaduto per l'attentato a Charlie Hebdo».

Il chirurgo parmigiano Nicola de' Angelis, da 12 anni all'estero, da tre vive a Parigi con la moglie Clotilde Carra, dentista, è praticien hospitalier-Universitaire, pour le Service de Chirurgie Digestive et Transplantation Hépatique all'ospedale Henri Mondor, AP-HP (Université Paris Est, UPEC, Créteil). Che in realtà è lontano dalla zona degli attentati, ma venerdì sera quando Parigi è stata colpita nel «cuore» da esplosioni e raffiche di fucilate non lo era abbastanza, essendo una chirurgia generale d'urgenza.

«Lo chiamano il Piano Bianco - continua de' Angelis -, per cui in casi come quello dell'altra sera tutti gli effettivi devono rimanere in ospedale per essere a disposizione delle urgenze. Parigi ha diversi ospedali e i feriti sono stati distribuiti nelle varie strutture: nella nostra ne sono arrivati 30 e quindi sono tornato a casa alla mattina alle 8,30. Gli interventi erano molti, ma uno solo per rimuovere un proiettile dall'addome. La nostra ormai è una chirurgia di guerra, alla quale purtroppo ci siamo dovuti abituare».

E' così. La calma con cui Nicola de' Angelis racconta la notte del terrore è emblematica: per medici come lui intervenire su pazienti feriti da armi da fuoco non è straordinario di questi tempi.

«Non solo per attentati come quello di venerdì o come quello di Charlie Hebdo abbiamo dovuto operare su pazienti colpiti da armi da fuoco - continua de' Angelis -. Per l'attentato a Charlie Hebdo ho anche operato un agente della Gendarmerie, ferito da un proiettile. Ma dicevo, non solo per vittime di attentati, ma anche per altre situazioni. Perché ultimamente nelle periferie di Parigi le armi da fuoco vengono usate spesso per regolamenti di conti tra clan. Anche le rapine a mano armata sono aumentate e la nostra èquipe è ormai abituata a tutto: ogni mese abbiamo a che fare con pazienti feriti da arma da fuoco. Ma è bene sottolineare che spesso gli attentatori sono figli di immigrati, prime generazioni di francesi. Il problema, però, è che non si sentono francesi e non sono integrati nella società e questo è un segnale molto preoccupante, al di là dell'Isis».

Nicola e Clotilde abitano nel quinto e quindi in una zona distante dal decimo e dall'undicesimo arrondissement, dove ci sono stati gli attentati: «Sì - prosegue de' Angelis - la nostra è una zona residenziale molto tranquilla e al sabato mattina nonostante il coprifuoco la gente ha cominciato a uscire per prendere il caffè, così come accade normalmente. Si respira un'aria strana. La zona in cui invece è situato l'ospedale in cui lavoro è più a rischio, perché è presente una componente musulmana magrebina importante e una presenza numerosissima di ebrei».

La moglie, Clotilde Carra, fortunatamente era a casa venerdì sera. L'altra volta, per l'attentato a Charlie Hebdo, invece, era al lavoro: ricercatrice all'Università o meglio assistant hospitalo-universitaire (assistant professor) all’Università Paris Diderot e l’Ospedale Rothschild, che si trova al dodicesimo di Parigi. E cioè nella zona degli attentati.

La stessa di Charlie Hebdo, «e io sono molto preoccupata - confessa Clotilde Carra -. Venerdì ero a casa, sul divano, a riposarmi. Poi ho iniziato a ricevere messaggi e ho capito che era successo qualcosa di terribile. E subito il mio pensiero si è rivolto a Nicola, che era in ospedale. Quando invece è accaduto l'attentato a Charlie Hebdo ero a lavorare e siamo stati chiusi tutti dentro all'ospedale: nessuno poteva entrare e nessuno poteva uscire. E la gente era nel panico: il pericolo era proprio vicino».

E continua con un po' di batticuore: «Certo, ora sono a casa, ma lunedì per andare a lavorare dovrò prendere la metro e non sono molto tranquilla: sono eventi inaspettati e quindi non gestibili e oggi sentirsi sicuri in questa città è difficile, malgrado gli efficienti protocolli del governo francese. Perché, alla fine, tutta Parigi è a rischio».

Del Rio: Avevo deciso di andare al Bataclan

I parmigiani a Parigi? Davvero numerosi in questi giorni, più di quanto si possa immaginare. Tanti hanno deciso di trascorrere questo weekend nella Ville Lumière per non mancare all'appuntamento con Paris Photo, la grande fiera internazionale della fotografia. Come, Mauro Del Rio, fondatore di Buongiorno, a Parigi con la moglie Lucia Bonanni.

«Ieri sera (venerdì ndr), durante la drammatica sequenza di attentati eravamo all'auditorium Philharmonie de Paris nel Parc de la Villette ad assistere a un concerto - spiega Del Rio - in realtà avevo deciso, in un primo tempo, di andare al Bataclan per ascoltare dal vivo la musica alternativa degli Eagles of Death Metal. Alla fine è stata mia moglie a convincermi di rinunciare, perché non è appassionata del genere musicale proposto dalla banda statunitense. Così, per accontentarla, ho rinunciato, ma dopo quello che è successo il cambio di programma, avvenuto all'ultimo momento, fa venire i brividi. All'inizio non ci siamo accorti della gravità della situazione, abbiamo preso la metropolitana che passava sotto la zona degli attentati e infatti per tre fermate consecutive era stata chiusa. Giunti a casa abbiamo visto alla televisione cosa stava accadendo». Del Rio e la moglie alloggiano in un appartamento a Saint Germain des Pres.

«Oggi (ieri ndr) regna un silenzio surreale - conclude Del Rio - i negozi sono chiusi, le strade restano deserte e presidiate».

A Parigi per lavoro Pertusi, Bozzini, Sebaste e Giulia Manghi

Michele Pertusi è appena atterrato a Linate. E' salito sul primo volo disponibile, l'indomani della tragedia. Spiega al telefono che è stato un sms dall'Italia a dargli la tragica notizia della strage. «Ero a cena con un collega a circa un chilometro di distanza dalla zona degli attentati - racconta - quando mi hanno scritto per chiedermi se stavo bene. Abbiamo iniziato a sentire le sirene della polizia e delle ambulanze e poi alla televisione sono apparse le prime drammatiche immagini». Il grande basso parmigiano era nella capitale francese per esibirsi in un concerto al teatro degli Champs-Élysées. «Questa sera (ieri ndr) era in programma la Zelmira di Gioacchino Rossini - e naturalmente l'evento è stato annullato -. Alcuni colleghi sono rimasti io ho preferito tornare subito in Italia». Aria pesante in aeroporto. «Sono scattati controlli imponenti - spiega Pertusi - decaduta l'area Schenghen siamo confluiti in una zona specifica, altamente sorvegliata».

Lo scrittore Beppe Sebaste, che si divide tra Roma e Parigi non ha dubbi: «Siamo in guerra - dice -, ma nessuno vuole ammetterlo. In questo momento sto camminando e respiro con orgoglio: la forza e la fierezza di questa città mi hanno contagiato. Ci sono eventi che ritagliano un prima e un dopo. Prima della strage era una giornata normalissima, ora dobbiamo fare i conti con la realtà».

A Parigi si trova anche critico d'arte, Didi Bozzini, impegnato nella promozione del nuovo libro su Roger Ballen. «Oggi (ieri ndr) dovevo essere al Paris Photo - inizia a raccontare - mentre nel giorno degli attentati ho presentato il volume alla Yvon Lambert Gallery, a circa 500 metri dal luogo degli attentati. Abbiamo sentito le sirene, i telefoni hanno iniziato a squillare. Le prime notizie parlavano di scontri tra i tifosi presenti allo stadio per la partita Francia-Germania. Poi ci hanno detto che al Bataclan si stavano sparando. La situazione è apparsa chiara in tutta la sua drammaticità solo a tarda notte. Ora ci troviamo di fronte a una città fantasma, invasa da militari. I negozi, i grandi magazzini e anche i musei sono chiusi: una specie di 11 settembre. Questo attacco dimostra che in ogni luogo, dallo stadio, al bar, alla pizzeria, possono colpire in qualsiasi momento. Del resto la Francia è un Paese molto tollerante; ospita oltre 6 milioni di musulmani. Credo debba rivedere alcune misure, al momento Parigi è una città sprofondata nel lutto».

Al Four Season, a due passi dagli Champs-Élysées, lavora come pasticcera una giovane parmigiana, Giulia Manghi. «Sono a Parigi da quattro mesi - racconta - e al momento degli attentati ero come sempre in servizio. Le notizie si sono diffuse in maniera convulsa, soprattutto attraverso i cellulari. Le persone che stavano cenando sono pian piano andate via, incredule e scosse per quel che stava accadendo. Noi siamo stati invitati a rimanere, per precauzione, all'interno dell'hotel. Nel frattempo sentivamo le ambulanze e cresceva la tensione. Solo alle due di notte siamo usciti e là fuori la città era davvero spettrale». P.Gin.

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