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Tragico tiro al bersaglio con il pastore

Tragico tiro al bersaglio con il pastore

05 Novembre 2014,12:04

LECCE

Nessun movente, solo un gioco pericoloso e crudele finito male. Sarebbe morto così, ucciso dal suo datore di lavoro che amava fare il tiro al bersaglio nella sua masseria, il giovane pastore albanese Qamil Hyraj, di 23 anni, freddato da un colpo di pistola alla testa lo scorso 6 aprile nelle campagne dove stava accudendo il gregge a Torre Lapillo, una frazione di Porto Cesareo.

Il proprietario della masseria in cui lavorava la vittima, Giuseppe Roi, di 31 anni, è stato arrestato ieri dai carabinieri in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Lecce Simona Panzera su richiesta del sostituto procuratore Giuseppe Capoccia. E’ accusato di omicidio volontario nella forma del dolo eventuale. Secondo l’accusa, infatti, avrebbe sparato con una pistola calibro 22 mirando a un frigorifero che era stato messo in campagna, pur essendo consapevole che il giovane, che era anche suo amico, si trovava lungo la traiettoria dei proiettili.

Secondo le testimonianze raccolte, Roi, amante delle armi, usava fare il tiro al bersaglio con gli oggetti più vari. Quel giorno aveva scelto un frigorifero che era stato appositamente portato all’aperto, nel terreno attorno alla masseria. Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori, il primo colpo sparato da Roi si è andato a conficcare nel frigorifero. Hyraj, che si trovava vicino a un muretto e stava accudendo il gregge e si trovava lungo la linea di tiro, sentendo il rumore si sarebbe girato di botto collocandosi così proprio sulla traiettoria del secondo colpo che lo ha raggiunto al centro della fronte, uccidendolo. A quel punto Roi, resosi conto dell’accaduto ha avvertito il 118 cercando di confondere le acque. Suo padre, infatti, Angelo Roi, di 68 anni, che è stato denunciato per simulazione di reato, avrebbe tentato di depistare le indagini denunciando di avere subito un furto di pecore. La denuncia, poi rivelatasi falsa, era volta a fare ipotizzare che il giovane fosse stato ucciso perché aveva sorpreso i ladri oppure per un regolamento di conti tra allevatori rivali. Le indagini portarono subito ad escludere un movente legato alla criminalità: Qamil Hyraj era un ragazzo perbene, dedito al lavoro, che non aveva alcun contatto con la malavita. In sette mesi, grazie anche alle testimonianze di altre persone che lavoravano nella masseria, gli investigatori sono arrivati ad individuare in Roi il responsabile: avrebbe giocato al tiro al bersaglio accettando il rischio di colpire, come poi è avvenuto, il pastore. Certo, ha riconosciuto lo stesso procuratore di Lecce, Cataldo Motta, le accuse si basano su un quadro indiziario, che però, nel suo insieme, secondo gli inquirenti, consente di supportare la tesi dell’accusa.

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