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Un busto per Ubaldo Bertoli

Un busto per Ubaldo Bertoli

25 Settembre 2015,08:57

di Bruno Rossi

Una notte di scombiccherata meteorologia (acquazzoni infernali, subito schiarite luminose, poi tempeste esagerate) nacque un bambino, Ubaldo Bertoli, il cui carattere si sarebbe rivelato puntigliosamente simile a quel cielo.

Era il 31 dicembre 1908. Ma al nonno, segretario comunale del paese, Solignano, la data non piacque. E sul registro dell'anagrafe fece scrivere 1 gennaio 1909: gli pareva meglio augurante. Anche sul nome col quale battezzare il bambino le cose non andarono lisce. In casa c'erano in molti, compreso il prete, e ognuno propendeva per una scelta diversa. Il sindaco accettò tutte le proposte, compreso Napoleone e Cicerone. Del resto, quando quella giostra onomastica la si ricordava a Bertoli adulto, lui rispondeva: “Ne volete un altro? Inventatelo”.

Le storie di casa facevano luccicare gli occhi del bambino. C'era stato un nonno che andava sui trampoli per guadare i fiumi. E un altro che si era spinto in Colombia per dare la caccia ai coccodrilli.

Da lì a pochi anni Bertoli aveva un'altra meraviglia su cui stupire. A San Leonardo, poco fuori Parma. Per entrare in città bisognava dichiarare al daziere quel che si portava nella borsa. Baldo guardava con ammirato orgoglio la nonna che aveva nascosto un pollo sotto il cappello.

Altro trasloco, a Brescello. Primo maestro un omone che a mezza mattina si alzava dalla cattedra e ordinava: “Bertoli, dal fornaio, dieci di focaccia”. Lo scolaro eseguiva, ritagliandosi per sé una fettina.

Il paese non gli piaceva. Troppi portici, troppa nebbia e (gli sembrava) troppe facce di furberia virtuosa. Il tempo sfogliava i calendari. Erano arrivati i giorni della guerra. Il bambino era stato mandato da una zia (anche lei di strette finanze) a Volterra. Baldo si era già scoperto un geniaccio da disegnatore. I suoi quaderni si andavano affollando di cavalieri all'assalto e cannoni con la nuvola degli spari. I disegni piacevano molto al compagno di banco, che era figlio di un macellaio. Era nato un mercatino. Baldo ritagliava i soldatini e l'altro ricambiava con qualcosa rubacchiata nella macelleria. Sulla tavola della zia, accanto alle solite patate, appariva di tanto in tanto il miracolo di una bistecca.

A guerra finita, ritorno a Brescello. Un giorno Baldo era andato a prendere il babbo, impiegato in municipio. “Mi ricordo” raccontava “che non mi aveva preso per mano”. Dai portici erano saltati fuori i fascisti. Stivaloni, cinghie. Una randellata al padre. Dalla testa gli pioveva sangue.

Non c'erano soltanto queste schegge insanguinate della storia a ferire il vivere di Baldo. La casa era diventata un inferno: il padre si era impigliato in una storia con un'altra donna.

Nei racconti di Bertoli, quando ci trovavamo a sera, si allargava spesso la macchia di quei ricordi: i pianti di sua madre, tra il continuo tossire.

Era quasi un ragazzo, quando gli era presa la voglia di andare. Mettersi in strada e camminare, senza una meta. Per settimane, a volte. Anche per più d'un mese. Cenare con una ciotola di latte, un pane, una mela, nelle cascine dove sostava.

A un ritorno aveva trovato (era l'autunno del '22) uno strano trambusto nei borghi: abitava a Parma, in Strada D'Azeglio. Lo incantavano i ragazzi poco più grandi di lui, che giravano con il moschetto in spalla e le donne che portavano sulla strada le cose più diverse. Si alzavano barricate. Gli occhi di Baldo si erano incontrati anche con quelli di un giovanotto, che si vedeva che era il capo. Guido Picelli. Ma poi era corso in casa e di altro non ricordava.

Sulle copertine dei giornali illustrati verdeggiavano le oasi africane. I minareti, Tripoli, il deserto. Per camminare su quelle strade Bertoli si corresse la data di nascita. Con un finto anno in più, si procurò i timbri per arruolarsi in Cirenaica. Ma nessuna striatura di avventure militari. Il capitano diceva di aver visto i guerriglieri. Ma era una fantasia per andare tra le dune. Quel che Bertoli prese fu un attacco di malaria. Obbligo di stare in branda. Successiva scoperta dell'imbroglio della data di nascita. E rimpatrio.

Ma non fine del vagabondare. Prima meta, per caso, a Milano. Prima notte su una panchina. Poi la scoperta dell'Albergo dei poveri, l'asilo notturno. Per esservi ammessi occorreva una lira e 25 centesimi. Di prima mattina la campanella avvertiva gli ospiti che avevano dieci minuti per correre ai lavandini e andarsene. A volte la campanella suonava crudele nel mezzo della notte. Era il segnale dell'arrivo della polizia. Tutti in piedi, sull'attenti. Il commissario li guardava con minuzia. Quando sospettava di avere di fronte uno implicato in qualche malaffare, alzava il mento e gli agenti portavano il malcapitato in questura. Una notte era capitato anche a Bertoli. Un lungo inutile interrogatorio, e fuori nel buio della città. Riguardando l'albergo gli sembrò di vedere la prua di una misteriosa nave alla fonda di una desolata eternità, la nave dei sogni perduti

Al ritorno, la sua città aveva una calura benevola. Sul Lungoparma incontrò una donna giovane e bella, con una bambina per mano. Baldo, contro tutte le sue scontrosità, trovò le parole per fermarla. La simpatia era stata immediata. E da lì altri incontri. Anche in una balera. Le frasi che erano scivolate non erano forse caramellose, ma significavano senza dubbi che erano fidanzati. Infatti non occorsero che pochi mesi per poter certificare anche sui documenti che Ubaldo Bertoli era marito di Rina Montani, chiamata Gianna.

La tipografia Mario Fresching stampava un giornale satirico, diretto da Giovanni Guareschi con molti disegni di Bertoli, assieme alle vignette indimenticabili di Gaibazzi. “Bazar”. Quando Guareschi fu chiamato in servizio militare, a Fresching venne la (benedetta) idea di trasferire Bertoli dal tavolo di disegno alla direzione. Idea non gradita poi da Giovannino che prese a chiamare il suo successore “Rubaldo”.

Qualche successo comunque il giornalista Rubaldo doveva averlo avuto se, al rientro di Guareschi, c'era stato un altro giornale pronto a prenderlo per direttore: “Holliwood” (così, con una i al posto della y), una rivista un poco folle, una baraonda, ma con un grafico magistrale, Erberto Carboni. Gli studi non avevano l'ordinato progredire delle scuole, ma il furore anche caotico delle letture e l'ascolto incuriosito alle “Università dei caffè”. I “professori” in cerchio ai tavolini dei bar erano gli intellettuali di Parma (e non solo), da Pietro Bianchi ad Attilio Bertolucci. Che parlavano d'ogni cosa avesse il sapore di cultura, e di attualità anche, per quel che il regime fascista lasciava dire. Permetteva di sicuro di discorrere dell'Africa, dov'era in costruzione l'impero.

L'Africa aveva rimesso in corpo ad Ubaldo la voglia di “andare”. Ed eccolo in Dancalia, nello Scioa, nel Goggiam, in Eritrea. Con i mestieri che capitavano. Anche il cartellonista dei cinematografi: nelle strade di Addis Abeba sorridevano Alida Valli e Amedeo Nazzari. I camionisti erano tra i suoi compagni preferiti. Ma accendeva amicizie anche con gente non certo gradita ai “conquistatori”: perfino (e l'aveva incontrato attratto dal luccicare degli occhi nella faccia buia) un partigiano abissino. La malaria era tornata a molestarlo. Ospedale d'obbligo. Obbligo di rimpatrio. Ai primi di settembre del '39 i giornali hanno grandi foto, carri armati tedeschi, case in fiamme, garrire arrogante della croce uncinata. Un giornale militare ingaggiò Bertoli perché riferisse sulle truppe italiane che si preparavano all'immancabile assalto. Un impegno di pochi mesi. Bertoli era stato anche in Germania col suo pennello e i suoi colori.

Nell'osteria di Campora, sui nostri Appennini, non era stato difficile per il partigiano Ilio convincere Bertoli a “venire con noi”. Da un mese era stata fondata la 47a Garibaldi. Baldo avrebbe dovuto mettere in piedi un giornalino ciclostilato (''Il Piccone''). Già col nome di battaglia, così dimesso, Gino, Baldo, benché presto promosso commissario, fece subito propria con molta umiltà la vita difficile della brigata. Ottocento uomini. “Di testa troppo calda”, dicevano gli osservatori inglesi. Mesi rischiosi, vissuti come una irripetibile giovinezza. Poiché un partigiano era stato catturato e torturato, bisognò un giorno catturare un graduato per ottenere lo scambio. L'impresa fu compiuta sul ponte di Sala Baganza. Tra le mani dei partigiani, un maggiore delle SS. Un grosso colpo. E altri seguirono. A fine aprile del '45 i partigiani di Baldo scesero nella pianura, entrarono nella città. Baldo ricordava che avevano volti più stupiti che contenti, erano vestiti da parere poveracci più che vincitori. Più tardi, su un nuovo settimanale fondato da “Ilio” e da “Gino” (“Vento del nord”) Baldo scriveva sui suoi compagni che sfilavano: “Li voglio salutare tutti, uno ad uno….come quando camminavamo sui sentieri del Fuso, sulle strade bruciacchiate e distrutte di Rusino….Marciavamo ieri stretti e immensamente amici”.

In quel maggio e in giugno erano comparsi i primi articoli di Bertoli sulla “Gazzetta”. La sua assunzione al giornale è di due anni dopo. Tra i primi servizi una lunga serie di articoli legati dall'occhiello, “Il taglio degli alberi. Il loro mercato”. In quei boschi, che l'avevano visto pochi anni prima rischiare la vita nel sogno di un mondo liberato, oltre che dalla violenza, dalle furberie, dalle sopraffazioni di chi ha più soldi o più sfrontatezza, eccolo testimone dell'onnipresente delusione. Un grido sulla sventatezza di chi lacerava la terra: un'analisi che anticipava le tante denunce dei nostri anni.

Direttore Biagio Riguzzi, che per risparmiare si faceva tagliare i capelli da un operaio in tuta in un corridoio della stretta redazione. Primo di una sfilza di direttori. Avvicendati fino all'arrivo di Baldassarre Molossi. Ma Baldo se n'era già andato nella prospettiva della liquidazione. Nei suoi anni da redattore, Bertoli aveva per capocronista Francesco Franceschi, che ancora oggi racconta: “Bertoli era sempre disponibile. Non faceva pesare la sua superiorità nella scrittura. C'erano collaboratori bravi nel trovare notizie, ma poi in difficoltà alla macchina per scrivere. Per esempio Duilio Capitanini. Gli dicevo: racconta tutto a Bertoli, ci pensa lui a scrivere. E così avveniva. Uscivano pezzi bellissimi.

Baldo, a un certo punto, fu preso dalla smania di prendere la liquidazione. Ma succedeva allora (oggi non so) uno strano inghippo. Se uno si comportava bene, non dava fastidi a nessuno, l'amministrazione gli dava la nuda liquidazione. Se combinava guai, il ben servito era più generoso. Baldo progettò uno stratagemma. Cominciò a mandare lettere anonime contro sé stesso: perché tenete quel sovversivo? Nei suoi articoli penosi fa un sacco di sbagli. L'amministrazione cestinava, convinta fossero malignità di invidiosi. Baldo allora andò nell'ufficio del presidente e “confessò” rocambolesche malefatte: “Non mi denuncio perché andrei subito in galera. Però se se ne accorgeranno ci andrà di mezzo la Gazzetta”. Così una soddisfacente liquidazione arrivò.

Pietro Barilla conosceva bene Bertoli. Lo stimava. A quella storia ribalda raccontata alla “Gazzetta” non diede un soffio di credito e strappò subito Baldo da quella voluta disoccupazione. Lo mandò a Roma, in un magazzino che commerciava anche la sua pasta. Il commerciante decise di fargli fare, con un impiegato più esperto, un giro tra i negozi. In motocicletta. Appollaiato nel sedile posteriore. “Mi coglievo riflesso nelle vetrine”, racconterà, “ in una languida forma subacquea”. Baldo era convinto di essere piaciuto al commerciante esclusivamente per il suo cappotto “austero”, confezionato a Parma con i soldi della liquidazione.

Tre mesi di cross per Roma. E la decisione “in un mattino radioso di ametista” di lasciar perdere il commercio. Per essere poco dopo arruolato al “Giorno”, il quotidiano che stava per nascere. Edizione del pomeriggio. Edizione tuttavia che i conti dell'amministrazione comandarono presto di chiudere.

La firma di Bertoli era ad ogni modo entrata nel mercato della stampa e ad accapararsela per primo arrivò la rivista dell' Eni, il Gatto Selvatico, diretto da Attilio Bertolucci, collaboratori come Gadda, Bassani, Ungaretti. Inviato speciale, in molti angoli d'Italia, in Egitto, in Algeria. E la sera, quand'era a Roma, amici nuovi, scrittori, pittori, “fino a che mi prese la dolce mania d'essere anch'io uno di loro”. Enzo Siciliano, quando aveva ascoltato le sue avventure, aveva cominciato a chiamarlo “beduino padano”. Bianchi gli telefonava per avere articoli.

E' stato nei giorni del “Gatto Selvatico” che è nato quello strepitoso libro che è “La Quarantasettesima”. La segretaria della rivista traduceva a macchina la nervosa grafia di Bertoli e lo incitava, con “i suoi occhi meravigliosamente scuri”, a proseguire. Dodici giorni con il cuore in gola, la memoria lassù sull' Appennino. Impossibile stipare in poche parole lo splendore della “Quarantasettesima”. Ritaglio da qualche giudizio. Franco Fortini: “Bellissimo, di una semplicità epica”. Oreste Macrì: “Grandiosa”. Roberto Tassi: “Baldo, hai scritto il libro più bello del dopoguerra”. Attilio Bertolucci: “Fatti realmente accaduti, personaggi realmente esistiti, eppure le pagine di Bertoli hanno la felicità dei libri inventati...Cose d'una verità e d'una poesia che non hanno l'eguale nella letteratura della Resistenza”.

Tutti avevano capito che “Bertoli era Bertoli”. Venne subito l'invito a tornare al “Giorno”. Interviste a scrittori (Gadda), a pittori (Guttuso Morandi), disastri (il terremoto di Agadir, il colera a Napoli), intrighi di mafia, perfino grottesche cronache rosa, come la convulsa storiella d'amore della principessa Titti di Savoia e l'attore Maurizio Arena.

Gli articoli sul “Giorno” si conclusero nel '73, con una corrispondenza di guerra, sul canale di Suez. Erano con lui anche i giornalisti parmigiani Maurizio Chierici e Bernardo Valli. A sera, Baldo tardava. Inspiegabilmente. I compagni si decisero a chiamarlo. Rispose una voce stanca: “E' successa una cosa”. La crudele macchina dell'amministrazione gli aveva telegrafato che era venuto il giorno della pensione.

Negli anni che sono seguiti, è stata la “Gazzetta” ad arricchirsi delle sue cose splendide. Racconti, ricordi. Frammenti di suoi scritti dove ancora sprizza il suo genio (troppo per essere contenuto nella definizione “giornalista”) e parte dei disegni che da anni aveva dissipato, per lo più regalandoli.

I dipinti, l'altra faccia del suo ingegno. Molti hanno le macchie dove si indovina la sua amata e detestata Parma. In alcuni sono ritratti i volti spettinati della sua Quarantasettesima o dove la furia dei colori rifà viva l'incendiata Rusino. Autoritratti in mille (e molto più) versioni, spesso in chiave ironica. Ne ho sott'occhio uno dove in pigiama cerca di sottrarsi da un carabiniere, e una scritta grida: “Marescià, io non c'entro con quelli della “Gazzetta”. Io ho la prostata”. In un altro mi sogguarda e scrive: “Hai mai sentito le voci? Io sì, d'ogni tanto. Brutto segno”. Ne ho visto uno bellissimo dove un Baldo goyesco è sdraiato come una Maya in qualche modo “vestida””.Il più acuto critico parmigiano, Roberto Tassi, ha scritto “Il vero e quasi unico tema di Bertoli è l'autoritratto….un personaggio che è soggetto a ogni sorta di metamorfosi e nascondimenti, ma non muta la sua ironia, la sua modestia, la sua furbizia, il suo orgoglio...Le invenzioni cromatiche di Bertoli sono da vecchio raffinato pittore”. Portava a volte i suoi disegni alla “Gazzetta”, vestito da parere un manovale. In un libro a lui dedicato rileggo: “Il fatto incontestabile di essere bello, nella vecchiaia forse più che nella giovinezza, non gli permetteva di non apparire fondamentalmente elegante”

Insopportabile, a volte, e tuttavia impossibile da non amare. Ha scritto Davide Barilli: “Un uomo difficile, scorbutico, ma capace di dolcezze improvvise e di sfogliare storie come pochi altri. Un vero narratore che ha regalato ore di magia a chi l'ha frequentato”.

Il magnifico Baldo è morto, il 16 settembre del 2000, nella tristezza di una “casa di riposo”. Sulla sua lapide è stata scritta una frase che amava di Bruce Chatwin: “Che ci faccio qui?”.

Baldo, un flâneur lungo le strade della solitudine

di Davide Barilli

I pensieri di «Baldo» vagano nei ricordi di chi l'ha conosciuto, guizzano nei suoi libri, nelle mille avventure vissute, nelle tante pagine scritte (e ancora inedite), nelle macchie sbavate dei suoi quadri. Una semina a volte sghemba in cui cercare il dono di una genialità incoerente, fatta più di dubbi che di certezze. La sua tomba ha una lapide che non ammette repliche: «Che ci faccio qui» è scritto sul marmo. Una frase «rubata» all'amato Bruce Chatwin che Bertoli ha voluto portarsi addosso oltre la fine. Quella frase era un refrain che bofonchiava come una maledizione. E che ora, a quindici anni dalla morte, assume un valore quasi profetico e beffardo. La moglie e i figli avevano scelto una foto bellissima per la sua tomba: «Baldo», avvolto in una vestaglia, il foulard al collo. Nella sinistra stringe una sigaretta, nella destra un vecchio libro dalla copertina rossa: «Le nubi scintillanti» di Konstantin Paustovskij, altro autore che rileggeva di continuo. Quindici anni fa, in un caldo giorno di settembre, Ubaldo ci ha lasciati. Il destino non ha voluto che facesse in tempo a sfogliare il volume di racconti «La Nave dei sogni perduti», uscito poche settimane dopo sua morte. Lungo le strade dell'irrequietezza, Ubaldo Bertoli ha consumato scarpe, frasi e pensieri. Un percorso di cronista, scrittore e pittore che gli ha assegnato il destino. Restano - per farlo conoscere ai più giovani - le parole scritte, sulle pagine ingiallite di giornali e tre libri: il suo capolavoro «La quarantasettesima», «La nave dei sogni perduti», i «Racconti partigiani» e il volume «Ubaldo Bertoli, eroe romantico della ribalderia parmense» che raccoglie gli scritti apparsi sulla Gazzetta dal '47 al 2000. Ma anche i quadri, i disegni, i pastelli. I suoi dipinti hanno il senso storico di una vita irripetibile. Le caricature dell'amico pittore Carlo Mattioli, gli autoritratti sardonici e inquieti, le vedute della Giudecca, i tetti di Parma, ma soprattutto i «richiami», tra le ombre della memoria, di tutti i compagni della «Quarantesettesima», spiati con piglio romantico, quasi fossero «guerriglieri» della Sierra cubana, invecchiati, rugosi e barbuti eroi di un'avventura senza tempo. Se lo abbiamo conosciuto bene, Ubaldo - sentendo queste parole - avrebbe scosso le spalle, si sarebbe acceso una sigaretta e avrebbe cambiato argomento. E si sarebbe incamminato, roso da un tarlo inquieto, verso casa. Il ponte di Mezzo, via D'Azeglio, fino a via Abba. Calpestando, sotto ogni passo, le ubbie e gli umori che, come pozzanghere nere, lo divoravano. Era il suo modo - forse - di cercare l'anima (o forse il battito) di una città che «amavaodiava», lungo le strade della solitudine. Anarchico per istinto, bohemien per vocazione, Bertoli ha solcato il secolo scorso con il passo, beffardo e sarcastico del flâneur. Su «Baldo» scorrono fiumi di leggende e aneddoti che lui stesso rafforzava con indimenticabili racconti. Sono sempre stato tentato, come non mi è mai capitato con nessun altro, di pedinare Bertoli. La città in cui si muoveva da vecchio non gli piaceva, lo disturbava. Cercava fughe impossibili in zone d'ombra, inquieto della sopraffazione dei tanti piccoli padroni che affiorano ogni giorno. Lo vedevo entrare furtivo, con cipiglio umorale, in certe vetuste botteghe dell'oltretorrente dai muri anneriti. Fra biciclette appese ai ganci, barattoli pieni di petrolio, stracci unti, nell'antro di un retrobottega di via d'Azeglio sono ancora appesi suoi schizzetti di mano antica: qualcosa di più di una rapinosa e fiammeggiante luminaria nel buio finale. Tracce, piuttosto, di una natura segretamente volubile, inchiodata in un picaresco bisogno di dissipazione del proprio talento. Lui, che di stupori si nutriva, sapeva bene di racchiudere l'idea di un archetipo anarcoide, con tutti i rischi del caso. Come un prestigiatore vegliardo, Bertoli si guardava intorno, toglieva le ragnatele alle anticaglie che gli smuovevano la memoria. Individui incrociati nelle tipografie, nelle bische o nei salotti, nei borghi più malfamati e nelle larghe notti romane. Favolosi racconti bruciati nell'istante, ipotetici romanzi mai scritti. Giocando con la memoria incrinava il rischio del reducismo, facendo crescere intorno all'aneddoto l'evocazione del carattere labirintico del vivere. Non raccoglieva le fila delle sue storie, ma ci soffiava sopra altre storie, sparpagliandole tutte insieme: convinto che il mondo (la vita), più che il risultato di una sintesi, sia il risultato di una dispersione perenne.

Il mio acerrimo amico Ubaldo

di Giorgio Orlandini

Il rituale era sempre il medesimo: un leggero, quasi impercettibile tocco con le nocche delle dita alla porta, il suo schiudersi lento quasi ad avere certezza, con il capo leggermente ritratto, che la sua entrata nella stanza mi avrebbe trovato solo e, infine, quasi un atto di sottomissione (che Dio solo sa quanto gli costasse) verso di me che sapeva detestare il fumo, lo spegnimento della sigaretta sino a pochi istanti prima ben stretta tra le labbra. Era allora, e mai prima, che Ubaldo si accomodava in silenzio nella poltrona posta davanti a me per iniziare subito dopo la consueta lunga litania di "j'accuse" ed improperi contro la "città", dai politici agli Imprenditori, dal mondo della cultura ai suoi colleghi giornalisti, dagli artisti (quelli del mondo della pittura in particolare) ai professionisti, ai burocrati e managers. Solo il puntuale (e tempestivo) arrivo del caffè proposto intelligentemente dalla segretaria, lo acquietava un poco. Quel poco che bastava per accendere, quasi fosse una sfida, una sigaretta e riprendere con maggior vigore e rabbia le sue feroci critiche contro quelli che lui chiamava i santoni della cultura parmigiana:

artisti, letterati, poeti e professionisti; nessuno sfuggiva alle sue crudeli, spietate e, ahimè, molto spesso fondate critiche, ascoltate sempre da me in silenzio, non essendo immaginabile e da lui accettata anche la più pacata e flebile difesa dei malcapitati oggetto dei suoi strali.

Non c'era che un modo per calmarlo e ricondurlo a maggior pacatezza: invitarlo a cena la sera stessa dal nostro amico Cocchi meglio se alla presenza di Felice Campanello anche lui frequente ed innocente vittima dei suoi sfoghi. Che finivano quasi sempre in una rissa verbale a base di improperi e sdegnati insulti soprattutto quando il malcapitato, per calmarlo, invocava i grandi piemontesi della letteratura contemporanea come i suoi conterranei Pavese e Fenoglio.

Riportava il tutto alla normalità ed alla pacatezza l'immancabile bottiglia di Dolcetto che Corrado puntualmente ci offriva e, subito dopo, il richiamo da parte di Campanello del bellissimo libro di Ubaldo: la Quarantasettesima a suo tempo segnalato ad Einaudi proprio da Fenoglio. L'ora ormai tarda della notte, gli effetti benefici del Dolcetto, un pizzico di nostalgia per una stagione che Ubaldo credo abbia vissuto con grande coraggio e determinazione, suggerivano il ritorno a casa che avveniva sempre in silenzio; un silenzio interrotto da Ubaldo davanti alla sua casa con un "buonanotte" che più di un saluto pareva a noi un ringraziamento ed un invito, quasi una preghiera, a ritrovarci presto, così da toglierlo per qualche ora dalla sua amara e disperata solitudine.

Domani si inaugura il busto alla Villetta

Stefania Provinciali

Un monumento per Ubaldo Bertoli. A quindici anni dalla scomparsa dal giornalista, scrittore, pittore - su iniziativa promossa dal comitato Amici di Ubaldo Bertoli (coordinato da Gianni Cugini e Giorgio Orlandini) - verrà inaugurata domani alle ore 10,30, la statua monumentale in bronzo che lo rappresenta, posta all’ingresso del cimitero della Villetta. Un'opera in terracotta, da cui è derivata la fusione in bronzo, è stata realizzata da Jucci Ugolotti, scultrice parmigiana che da tempo si dedica alla scultura monumentale e che ha al suo attivo numerose commissioni pubbliche, non solo in città.

La terracotta verrà invece collocata nella sede della Gazzetta di Parma, il quotidiano su cui Bertoli aveva mosso i suoi primi passi da cronista nel dopoguerra e su cui negli anni Novanta aveva ripreso periodicamente a scrivere. Si tratta di una scultura di cm 65x50x35 che verrà posata all’interno del cimitero cittadino nell’ingresso principale, su di un basamento di pietra grigia, alto 150 cm così che il volto del giornalista, scrittore, pittore potrà guardare il mondo ed essere guardato ad altezza d’uomo o poco più.

Un volto tanto somigliante quanto incisivo, capace di attirare l’attenzione sui pensieri, belli e brutti, che traspaiono da quegli occhi e che paiono rispondere allo sguardo altrui, da quelle rughe incise sulla pelle, dal sorriso arguto, nascosto sotto i baffi.

La scultrice l’ha fissato con verosimiglianza e molta introspezione: «Ho letto ''La Quarantasettesima'', qualche libro in cui si parlava di lui, ho guardato i suoi disegni, ammirato quel suo segno grafico incisivo da cui sono uscite opere in chiave caricaturale di compagni e conoscenti» dice Jucci Ugolotti raccontando di aver cercato di approfondire la conoscenza della persona prima di pensare al ritratto.

Come sempre avviene la scultura ha poi preso forma, quasi per incanto. Scavare la terracotta, dare alla materia un significato visivo è stato un tutt’uno, durato diversi mesi di lavoro.

La scultrice ha seguito personalmente anche la fusione in bronzo avvenuta in una fonderia lombarda, a Cesate, per ottenere un tono cromatico particolare, oro antico, che fa risaltare i lineamenti.

Ora Ubaldo Bertoli è lì, davanti a tutti memoria di un secolo intenso, vissuto con la penna e la matita, narrato con coraggio e passione.

«Non era facile racchiudere tante esperienze di vita in un volto - racconta Jucci Ugolotti - forse il lavoro più lungo è stato quello di entrare nella personalità di Bertoli, cercar di comprenderla. Solo così si può pensare di ritrattare una persona».

Per la scultrice questa nuova scultura va ad aggiungersi agli altri lavori eseguiti per la città: il restauro di Ercole ed Anteo, il busto del sindaco Lauro Grossi collocato al campo sportivo a lui intitolato, il restauro e la copia del Vaso a testa di ariete, dell’Apollo citaredo e della Venere del Boudard, l’Aquila monumentale voluta dagli Alpini per la loro sede e il Padre Lino.

Un ritorno alla ritrattistica dovuta all’esigenza delle committenze e proseguita poi negli anni fra pubblico e privato pur non disdegnando l’astrazione presente in particolare nelle opere in marmo e nei piccoli bronzi, legati ad una ricerca personale.

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