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25 aprile, corteo affollato

25 aprile, corteo affollato

26 Aprile 2016,11:19

Gian Luca Zurlini

L'imponente schieramento di forze dell'ordine, fortunatamente, non è servito.

E così ieri la celebrazione del 25 Aprile è trascorsa nella più assoluta tranquillità, con le temute proteste nei confronti da parte degli esponenti dei centri sociali e dei vari movimenti che si sono limitate a qualche coro durante il corteo e allo srotolamento di un grande striscione al centro di Piazza Garibaldi sul quale era scritto «Chiudere Casa Pound». La bella mattinata di sole, dopo la pioggia della notte, ha poi favorito una partecipazione numerosa, tanto che in pratica quando la testa del corteo era vicina al Ponte di Mezzo, quasi tutta via D'Azeglio era occupata dal «serpentone» dei partecipanti.

Il sindaco: «Parma è antifascista»

Il primo a prendere la parola sul palco di Piazza Garibaldi è stato il sindaco Federico Pizzarotti. Che, dopo avere incassato qualche isolato «buu» all'inizio del discorso è poi però stato applaudito in alcuni passaggi. A partire da quando ha esordito ricordando «di essere orgoglioso di avere fatto tutto il corteo a fianco del partigiano “Annibale”». Subito dopo, altri applausi sono arrivati quando ha detto che «dico forte e chiaro che questa piazza gremita è la risposta più evidente a chi vuol riscrivere la storia della lotta partigiana e ha aperto in modo provocatorio nei giorni scorsi un circolo di matrice fascista. Parma è e rimarrà una città antifascista, e non solo pensando al passato, ma anche al futuro». Pizzarotti ha poi ricordato la figura di una partigiana di Gubbio, Walchiria Terradura, «che tornò in Italia a combattere dopo essere andata negli Usa, esempio delle tante donne che hanno fatto la storia della Resistenza». Citando poi Martin Luther King, Nelson Mandela e Aung San Suu Kyi, il sindaco ne ha parlato come di «persone che in nome di ideali hanno cambiato il mondo pacificamente» e ha esortato tutti «a lottare contro nuove forme di degrado come quelle di chi, dalle istituzioni, invita al non voto, e elevare nuove barricate come quelle del 1922, ma non come con le armi, bensì con l'esempio etico e civile». In chiusura si è rivolto «ai nuovi fascisti per i quali vale ancora la frase scritta su un muro del Lungoparma “Balbo, a té pasè l'Atlantic, mó miga la Pärma».

Di Napoli e le «tre R» dell'Italia

Dopo gli interventi del delegato della Provincia Gianpaolo Serpagli («la Resistenza oggi deve rivivere nell'impegno civile e onesto in politica») e del presidente della Consulta studentesca Tommaso Moroni («la Resistenza è un'eredità che va difesa giorno per giorno anche dai giovani») l'orazione ufficiale è stata tenuta da Mario Di Napoli, presidente dell'Associazione nazionale mazziniana. E le sue parole hanno a più riprese «acceso» la platea dei presenti, che lo ha interrotto con lunghi applausi. Forte, in particolare, il riferimento «alle tre “R” su cui si fonda la nostra libertà di oggi che sono Risorgimento, Resistenza e Repubblica. E' questa la linea ideale su cui si è sviluppata l'Italia democratica in cui viviamo oggi». E ha ricordato che la «Resistenza, così come il Risorgimento, non furono movimenti elitari, ma di massa e con una grande base popolare». Di Napoli ha poi ricordato le parole «di speranza di Giordano Cavestro, che prima di essere giustiziato a soli 18 anni il 4 maggio del 1944 disse di avere la certezza della vittoria della libertà sulla tirannia». E per quanto riguarda Parma «questa città e la sua provincia vennero trafitte dolorosamente dai nazifascisti, ,a testimoniarono con ben 12 mila partigiani la loro volontà di libertà e di democrazia, testimoniata anche dalla breve, ma significativa esperienza della Repubblica della Valtaro». Di Napoli ha poi esortato tutti «a raccogliere oggi questa eredità preziosa per portare avanti il confronto democratico e interclassista che è stato alla base della Resistenza quando il popolo si è fatto Stato, portando poi a quella Costituzione che oggi si vuole cambiare, cercando però di silenziare la voce di chi, come l'Anpi, è contraria a questa riforma». In chiusura, poi, «il ricordo do un partigiano moderno, Giulio Regeni, torturato e ucciso da uno stato non democratico, per il quale va chiesta giustizia».

Il presidente Grasso a Casa Cervi

Francesco Bandini

GATTATICO

«Tutti noi siamo chiamati ogni giorno a scegliere la parte giusta dove stare. E non c'è miglior modo di celebrare il 25 Aprile che cercare di essere all'altezza di chi scelse, con responsabilità e senza indugio, la parte giusta». La famiglia Cervi quella scelta seppe farla, con coraggio e coerenza, fino all'estremo sacrificio. È stato un richiamo all'attualità dell'esempio della famiglia martire della Resistenza quello arrivato ieri dal presidente del Senato Pietro Grasso, intervenuto a Gattatico alla tradizionale e affollatissima festa della Liberazione che si tiene ogni anno a Casa Cervi.

«La vicenda della famiglia Cervi – ha detto Grasso – è un pezzo fondamentale di quel grande mosaico che fu la Resistenza italiana e ci ricorda come la Liberazione fu possibile proprio perché uomini e donne di diversa estrazione scelsero di essere parte di un più ampio progetto di riscatto sociale e morale. Il fondamento della nostra democrazia e della nostra Repubblica è lì, in quel comune sentire, in quella spinta ideale». L'esempio di quei sette fratelli che sposarono la causa della lotta al nazifascismo e che per questo furono trucidati, ma anche l'esempio del padre Alcide che volle con forza portare avanti i valori di quei sette figli che aveva perduto, sono per Grasso un punto di riferimento ancora oggi, «in grado di scuotere le nostre coscienze», perché, come ha osservato la seconda carica dello Stato, «ricordare, commemorare e rievocare il passato è inutile se non abbiamo l’ambizione di proiettare nel futuro quanto possiamo apprendere dai sacrifici, a volte estremi, di chi ha rinunciato a tutto pensando alle generazioni che lo avrebbero seguito». E i Cervi hanno sempre saputo guardare oltre.

Tre le parole che, secondo Grasso, la vicenda di quella famiglia può ancora oggi ispirare alle generazioni attuali: emancipazione, responsabilità, futuro. Emancipazione, per quella loro «intensa curiosità intellettuale, base di qualunque tentativo di migliorarsi, di uscire dalle difficoltà, dagli stereotipi e quindi dalle paure che ci circondano». Responsabilità, perché «un insopprimibile desiderio di libertà, giustizia e uguaglianza li convinse ad agire, lucidamente e coraggiosamente, consapevoli dei rischi che avrebbero corso». E infine futuro, un concetto ben presente nella mente di papà Cervi, che dopo la tragedia ebbe la forza di dire – come ricordato da Grasso – «dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti. Ma il raccolto non viene da sé, bisogna coltivare e faticare».

Il ricordo dei Cervi ha portato Grasso anche a un rischiamo all'attualità di questi giorni, quello dell'esodo di migranti e dei muri che da più parti si stanno alzando per fermarli. I Cervi «diedero ospitalità, cibo e cure a più di ottanta giovani ribelli di ogni nazionalità, che si opponevano all’invasione. Se fossero qui tra noi, oggi, aprirebbero con la stessa generosità e la stessa voglia di giustizia e uguaglianza le loro porte a chi fugge dall’invasione del fondamentalismo islamico, dalle guerre e dalle carestie in molte parti del mondo».

Un pensiero condiviso da Albertina Soliani, presidente dell'Istituto Cervi: «Oggi ci vuole lo stesso coraggio dei resistenti di allora – ha detto – per dire che siamo tutti uguali e per fare come si faceva a Casa Cervi, dove le porte erano aperte per tutti e dove si sapeva una cosa sola: che il mondo dell'oppressione e dell'ingiustizia doveva essere cambiato. La differenza fra civiltà e barbarie di allora è la stessa differenza che noi dobbiamo segnare oggi».

A margine della giornata, il presidente del Senato ha parlato anche del recente scontro fra magistrati e politica: «Credo che si sia creata una dialettica utile per accendere i riflettori sulla giustizia e su alcuni temi importanti come la prescrizione, la corruzione e una maggiore celerità della giustizia. Ho fatto appello a tutte le forze politiche per cercare di accelerare tutti quei disegni di legge già approvati alla Camera e ancora all'esame del Senato: penso che al più presto li potremo portare in aula». E poi la criminalità organizzata, la cui presenza anche in Emilia è stata proprio in questi giorni certificata dalle condanne per 'ndrangheta nel processo Aemilia e dallo scioglimento per mafia del Comune di Brescello: «Nel giorno della Liberazione – ha detto il presidente del Senato – è importante anche la liberazione da questi poteri che sono fatti di prepotenza, intimidazione e violenza. Per questo dobbiamo unirci contro questo male dell'infiltrazione della criminalità organizzata».

Prima di andare a Casa Cervi, intervenendo a Reggio Emilia alla cerimonia per il 25 Aprile, Grasso aveva parlato di un «Paese oggi scosso da un’avvilente caduta etica, dalla corruttela, dall’abuso delle funzioni e delle risorse pubbliche, dal crescere delle diseguaglianze e della marginalità, da un allontanamento dei cittadini dai partiti e dalla politica», invocando poi la necessità di «reagire con la nostra opera, la nostra intelligenza e il nostro cuore».

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