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Dieci anni senza Gimmi Ferrari

22 Dicembre 2016,12:57

Mara Pedrabissi

Dieci anni senza «il ragazzo di strada» Gimmi Ferrari. Il 31 dicembre 2006, se ne andava il re dei burattini - le teste di legno nel Dna, patrimonio genetico ereditato dal capostipite Italo (1877-1961) - con quella sua faccia più stropicciata di quanto giustificassero i 66 anni denunciati dalla carta d'identità. «Se la morte mi deve prendere, che mi prenda marcio e non sano», ripeteva, in simbiosi di pensiero con «Bargnòcla», anarchico “cibac” (ciabattino) ligneo, grottesco simulacro del carattere fiero e indipendente dell'Oltretorrente da «Barricate».

Il giorno in cui nacque Italo jr detto Gimmi (perché, cicciottello, ricordava il porcellino della fiaba), fratello minore di Luciano (1934-1978) - entrambi figli di Giordano (1905-1987) - le Muse vollero essere particolarmente munifiche, donando un paniere di talenti, grazie ai quali fu eccelso burattinaio, pittore, disegnatore geniale, ma anche attore, intrattenitore. E musicista. Già la musica: prima I Monelli poi - e sopra tutto - I Corvi, band (ma allora si diceva “complesso”) che segnò un punto di non ritorno nel paesaggio musicale italiano degli anni del boom, quando la ditta parmigiana Davoli amplificava i più importanti eventi dello Stivale.

E gli incontri, con baracca e burattini: dagli spettacoli in Messico con Maria Perego, mitica «mamma» di Topo Gigio (era il 1973), al set di «Novecento» sotto la regia dell'Ultimo Imperatore Bernardo Bertolucci (1974). Ma anche il “giro” degli amici parmigiani: il maestro Enrico Tagliavini, il fisarmonicista Corrado Medioli, il regista Francesco Barilli, Claudio Mendogni factotum della Corale Verdi...

Fu più musicista o burattinaio? «Nel profondo è sempre stato burattinaio - risponde l'unico figlio, Giordano, che con la cugina Daniela porta avanti l'arte di famiglia - Il suo talento era immenso, però ci fu un momento in cui temette il confronto con Italo, sentendosene, senza ragione, schiacciato. Fuggì, fuggì nella musica. Prima a Parigi, suonando l'armonica, di cui sarebbe diventato campione italiano, e facendo la questua. I Monelli furono il suo primo complesso; poi venne l'avventura meravigliosa dei Corvi, con Angelo Ravasini voce e chitarra, Claudio Benassi alla batteria, Fabrizio Levati, chitarra. Alla fine tornò al suo destino, i burattini, che è anche il mio. Certo, non ci si arricchisce...». Però gli anni della musica, «bang bang», furono col botto: lì soldi ne saranno arrivati... «Sì, incassavano anche tre o quattro milioni di lire a serata. Ma c'erano le spese. E poi, quando si è famosi, si fa anche una vita dispendiosa. Loro erano così, anche burloni, eccessivi. Papà poi era un uomo di eccessi, fumava e beveva ma non era alcolizzato. Senz'altro ha dato più di quanto abbia preso. Ha contribuito a portare in giro il nome di Parma, insieme a suo fratello Luciano. Cosa mi manca di lui dopo dieci anni? Tutto. Era un istrione».

Uomo di slanci, si diceva. Pesca nella memoria Fabrizio Marcheselli, giornalista (e figlio di Tiziano, storica penna della Redazione Spettacoli della Gazzetta di Parma): «Quando penso a Gimmi, il cuore e la mente mi si affollano di ricordi, emozioni, slanci, risate e nostalgie. Non riesco a racchiudere in poche parole un artista tanto geniale. Scelgo la sua disordinata, ma rigorosa, generosità nel darsi sempre al prossimo e... quella volta in cui lo invitai a uno spettacolo e lui non solo si esibì gratuitamente, ma comprò anche una cinquantina di rose per donarle alle signore presenti, naturalmente di fronte alla amata e inseparabile moglie Manuela».

Ragiona Gabriele Balestrazzi, pioniere di Tv Parma e direttore fino al 2004: «Musicista e burattinaio furono due diverse vite, forse la seconda più vera. Da cronista, ho incrociato entrambe le vite di Gimmi. Ma, prima ancora, a lui mi lega un lontano ricordo che allora mi imbarazzò a morte e che ora mi regala un sorriso. Abitavo in via Paciaudi, sopra il cinema Verdi, e mi dissero che all'ingresso del cinema c'erano i Corvi. Che per un ragazzino erano i nostri Beatles. Presi al volo il loro ultimo disco e annunciai "Vado a farmelo autografare", senza capire - ahimè... - ciò che mio padre stava dicendo per fermarmi. Il disco era "Datemi un biglietto d'aereo" e, in un periodo di continue discussioni giovani contro "matusa" e beat contro Verdi, papà aveva scritto sotto il titolo "...E non tornate mai più!". Me ne accorsi mentre porgevo a Gimmi il disco e la biro, diventai un fuoco farfugliante non so cosa. Gimmi capì e fu bravissimo a togliermi dall'imbarazzo e a regalarmi autografo e un sorriso. Lo stesso sorriso che condì poi le interviste che realizzai con lui per Tv Parma. Nel 1981, in un programma su John Lennon a un anno dalla morte, mi raccontò di un incontro quasi casuale ma indimenticabile con i Beatles in Inghilterra, e della gentilezza di Lennon e McCartney verso quel piccolo e semisconosciuto (nel Regno Unito) gruppo di provincia. Varie volte venne poi in studio nei panni di Bargnocla, una volta smessi quelli del leader dei Corvi...»

Di quei quattro ragazzi, partiti dal King di Parma e dal Mercury di Felino, intabarrati, il corvo Alfredo appollaiato sulla spalla di Gimmi, osannati all'Ariston, solo uno è rimasto. «Sono l'ultimo», dice Claudio Benassi, a Lecce «per festeggiare 50 anni di matrimonio». Com'era Gimmi? «Una persona adorabile, molto estrosa, con capacità evidenti. Un artista completo, sul palcoscenico si sentiva a casa. Poi era un “personaggio”, proprio quel che cercavano i discografici allora. Tutti e quattro eravamo fuori dalla norma, anticonformisti. Non eravamo studiati a tavolino». Nessun rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato: «Ogni band ha i propri cicli, chi lascia e chi entra. Posso dire che abbiamo segnato la storia della musica italiana, nel momento di “rottura” della forma melodica degli anni '50. Da un punto di vista estetico, abbiamo anche anticipato il punk. Ho appena concluso il tour con il mio gruppo, “Claudio de I Corvi - L'ultimo ragazzo di strada”, e ho riscontrato tanto interesse, anche dai giovani».

Cosa direbbe Gimmi oggi? «Ve l'avevo detto che mi sentivo poco bene», la frase che ha voluto sulla lapide alla Villetta.

Ma chi lo ha detto che «Mangiafuoco» non è più fra noi?

Mara Varoli

Non tutti i parmigiani ricordano un'infanzia legata agli spettacoli di burattini. Ma in molti, chi prima chi dopo, sorridono ancora ripensando alla simpatia e all'ingenuità di Bargnocla. Che tutto era, fuorché un imbranato. Tant'è che d'estate il cortile della Corale Verdi si riempiva di bambini e di adulti per la «prima» dei Ferrari. In quel Festival nato un po' per gioco, ma poi divenuto così popolare da superare i confini nazionali. E questo grazie a Gimmi Ferrari, papà di Bargnocla e di molti altri burattini, che con lui sono diventati parmigiani veri, testimoni di una vita nei borghi dell'Oltretorrente. Che «danzavano» sulla musica della fisarmonica di Pierino Barbieri. Personaggi che continuano a ridere, litigare e ad amare con Giordano, Daniela e tutta la compagnia, anche se Gimmi manca da ben dieci anni. Ma chi lo ha detto che quel burbero dal cuore buono, che sapeva commuoversi come il Mangiafuoco di Pinocchio non c'è più? Questa è la straordinaria forza di quel capo banda che era Gimmi Ferrari: la forza di continuare a vivere, grazie al figlio, alla nipote e a queste teste di legno che ancora si muovono e parlano con la sua anima. Sì, Gimmi è ancora fra noi, inventore di storie, geniale disegnatore, campione di armonica a bocca e straordinario fumatore: una sigaretta dietro l'altra, seduto in quei tavolini della Corale a fine spettacolo. E' così che la magia non si spegneva a sipario chiuso: Bargnocla e gli altri continuavano a raccontare Parma e la sua gente. E con Gimmi si faceva sempre tardi, con o senza torta fritta e salume. Un adorabile maestro dalla barba lunga, «vernacolare e universale», come qualcuno aveva scritto. Inseparabile dalla sua dolce Manuela, che il giorno della sua scomparsa aveva sussurrato: «Ci volevamo molto bene. Gimmi era un artista eclettico: dipingeva, scolpiva, suonava, recitava... E aiutava il prossimo, soprattutto gli anziani e le persone sole. E' stato un grande uomo e un grande artista». E il compagno di pergola Claudio Mendogni, che con lui diede vita a quella fortunata rassegna di burattini alla Corale Verdi, disse: «Una domenica di alcuni anni fa la Corale doveva esibirsi all’Iraia. All’ultimo momento l’appuntamento saltò per un imprevisto ed allora ricorsi all’amico di sempre. Andai a Basilicanova dove abitava, suonai alla porta, ma non mi rispose nessuno. Allora tirai dei sassi contro la finestra della sua stanza da letto perché sapevo che stava dormendo, essendosi esibito le sera prima. Aprì gli scuri, era mezzo addormentato, gli spiegai cos’ era accaduto e lui in un batter d’occhio si vestì e, dopo avere caricato il suo pulmino con gli attrezzi del mestiere, si esibì per i nonnini». Ciao Gimmi, non ti preoccupare: sei ancora uno dei più grandi burattinai al mondo. Imprevedibile e «originale», certo, come si dice con il dialetto in quell'Oltretorrente che tu amavi molto. Ma, soprattutto, magicamente fra noi, su e giù dal palco. Noi che guardiamo lo spettacolo e noi che abbiamo avuto la fortuna di intervistarti.

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