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I film del weekend

14 Ottobre 2016,11:19

NERUDA

Filiberto Molossi

Questa è la storia di un fantastico inseguimento. Fantastico, innanzitutto, perché è sì accaduto, ma non in questi termini. Ma anche perché surreale, grottesco, denso, ardito, metaletterario, epico. Un film a due voci (una lirica, la seconda interiore) che si creano l'una con l'altra fino a fondersi per diventare la stessa storia. In un mondo che forse è solo il frutto dell'immaginazione di un poeta. O di chi gli dà la caccia.

Contro-biopic kitsch e felliniano dove più dell'uomo viene raccontato, anzi trasfigurato, il mito, «Neruda» è il canto generale di sovraesposto e pirandelliano realismo del miglior regista della sua generazione, il 40enne cileno Pablo Larrain: che gioca con la falsificazione, rifiuta l'agiografia e abiura il didascalismo per girare un film sovrabbondante e «grasso» in cui mettere in scena (e a nudo) il corpo dell'artista, la sua smisurata, e a volte sgradevole, grandezza.

Nel '48, Pablo Neruda (Luis Gnecco), poeta carismatico e senatore comunista, viene messo al bando dal suo Paese: accusato ingiustamente di tradimento, deve nascondersi e fuggire. Ma è inseguito da un giovane prefetto (Gael Garcia Bernal), che lo vuole consegnare alla giustizia a tutti i costi...

I continui movimenti circolari, il grandangolo, gli stacchi, quei lenti carrelli a uscire: stilisticamente ricchissimo e complesso, anche a livello di fotografia, nel modo di dosare (e usare, nonché osare) la luce, il film di Larrain (di cui a febbraio uscirà un altro biopic non convenzionale, il bellissimo «Jackie») sorprende per visione e per scrittura, abbandonandosi a un abbraccio decadente, beffardo e malinconico al protagonista e al poliziotto creato a sua somiglianza, fragile e impotente guardiano di una frontiera immaginaria che segue l'aquila senza saper volare, comparsa solitaria (di un romanzo dove è di passaggio) in cerca di ruolo e di memoria. Figura tragica e senza identità, che si affanna a inseguire ciò che non può raggiungere: in un duello quasi metafisico tra invisibili condannati a sfiorarsi, come nel potente e magnifico finale nella neve dove tutto, anche la morte, diventa poesia. Segno, firma ed espressione politica del film profondamente nerudiano e molto ma molto intelligente di un autore che nel ritratto in controluce di una leggenda coglie, senza temere omissioni («per scrivere bene bisogna sapere cancellare»), il soffio di una narrazione che sfugge a catene e costrizioni, parte, prima che di una storia, di un sentimento. E di un'ossessione.

Giudizio: 4 stelle

QUANDO HAI 17 ANNI

Giulia Ciccone

I 17 anni sono come una poesia di Rimbaud, ti prendono l’anima e ti portano lontano, molto lontano, in una convulsa corsa a precipizio giù dall’innocenza fino all’età della ragione.

André Téchiné, cantore dell’adolescenza, racconta quella zona grigia della vita quando si può ancora non sapere chi si è, la compone come una melodia, dove una nota è nulla senza la precedente e la successiva.

Dall’inverno alla primavera (del cuore, della mente), è un film diviso in trimestri come l’ultimo anno del liceo, che inizia con il ghiaccio e finisce con il fuoco di una vita che si affaccia al futuro. È l’educazione sentimentale di due giovani uomini, costretti a coprirsi il corpo di lividi per liberarsi dalle paure, per accettare un sentimento complesso come l’amore. Damien e Tom frequentano la stessa scuola, in un villaggio montuoso della Francia sud-occidentale. Profondamente diversi tra loro, i due ragazzi si detestano, ma si trovano a dover convivere sotto lo stesso tetto quando la madre di Tom viene ricoverata in ospedale. È una pellicola che dipana gomitoli di grandi temi, affronta la costruzione dell’identità, l’accettazione dell’altro, la distinzione tra desiderio e bisogno, l’equilibrio tra tensione e abbandono, in un crescendo travolgente come una valanga di neve. Nei lunghi silenzi, nelle difficoltà a verbalizzare i nuovi movimenti dell’anima, tutto è reso comprensibile. È anche una grande lezione, l’affresco di un luogo aspro popolato da persone giuste, sensate. Forse utopisticamente, prende forma piano piano un mondo civile, dove si rispetta il prossimo, qualunque provenienza ed estrazione sociale abbia, qualunque sentimento provi, chiunque esso sia.

Giudizio: 4 stelle

INFERNO

Lisa Oppici

Comincia con un taglio quasi horror, apocalittico, questo «capitolo tre» della saga tratta dai romanzi «dalle uova d’oro» di Dan Brown. Comincia nella mente del professor Langdon, che a Firenze è braccato da non si sa chi e si trova ferito e senza memoria, in preda alle allucinazioni, incapace di ricordarsi perché sia lì e cosa sia successo nelle ultime ore. Costretto a fuggire per salvare la pelle e riuscire a risolvere un enigma dei suoi (la chiave è Dante), stavolta per scongiurare una nuova peste (un’epidemia batteriologica) che sterminerebbe oltre metà dell’umanità, Langdon è affiancato dalla solita giovane donna che l’aiuta nella fuga e nelle indagini (per la solita serie «due contro tutti»), e con lei (che però cela un segreto...) cerca di districarsi fra intrighi e misteri, pallottole che volano e bombe pronte a esplodere.

Gli ingredienti sono più o meno gli stessi di sempre, marchio di fabbrica ormai ben rodato, eppure questo «numero tre» funziona meglio dei precedenti, pur restando comunque condizionato dalla trama arzigogolata di Dan Brown. E funziona soprattutto perché fin dall’inizio il film prende una piega action e thriller molto accentuata, e la suspense è assai ben resa: è con vera trepidazione che si segue Langdon nella sua avventura, tra dipinti da decifrare e chiavi di lettura da scovare. Poi, certo, resta sempre una certa inverosimiglianza di fondo (perché Langdon trova sempre le porte aperte? È così facile rubare a Palazzo Vecchio? Mah…), ma stavolta il meccanismo regge bene ed è meno barocco e più asciutto del solito. Meravigliose le ambientazioni (Firenze in primis), che costituiscono un «plus» non indifferente per la riuscita complessiva.

Giudizio: 3 stelle

QUALCOSA DI NUOVO

Michele Ossani

È forse la commedia sofisticata il genere più congeniale a Cristina Comencini, che stavolta adatta per il grande schermo «La scena», una sua pièce teatrale che era stata portata al successo da Angela Finocchiaro e Maria Amelia Monti. A interpretare al cinema due quarantenni, amiche da una vita e caratterialmente molto diverse, sono Paola Cortellesi e Micaela Ramazzotti. La prima è una cantante jazz un po’ rigida e controllata, che ha chiuso con gli uomini; la seconda, vivace e confusa, è una divorziata con due figli, che passa da un’avventura sentimentale all’altra. Sarà il diciannovenne Luca, affascinante e sensibile, con cui entrambe incominciano una relazione, l’una all’insaputa dell’altra, ad aiutarle a vedere la vita in maniera diversa.

Cristina Comencini è davvero a suo agio con questa commedia degli equivoci in cui risalta l’inedita coppia comica al femminile formata dalle ottime Paola Cortellesi e Micaela Ramazzotti, e in cui anche il giovane Eduardo Valdarnini dà prova di una certa personalità espressiva. La pellicola è piuttosto coinvolgente e con varie scene esilaranti. Seppur in parte prevedibile e non esente da cliché, il film ha però una sua grazia e non risente più di tanto della sua origine teatrale, perché non manca certo di ritmo e dinamismo.

Giudizio: 3 stelle

© Riproduzione riservata

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