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Maioli: «Sistema bancario solido»

Maioli: «Sistema bancario solido»

27 Febbraio 2016,11:39

Aldo Tagliaferro

La scrivania è a Parma, ma le finestre del suo ufficio si affacciano sul mondo. Giampiero Maioli è responsabile in Italia di Crédit Agricole, una delle più grandi banche europee. Da amministratore delegato di Cariparma (capofila della banque verte nel nostro Paese) ha all'attivo dal 2007 solo trimestri in utile: sono due miliardi di profitti, peraltro in un contesto che definire difficile è un eufemismo. Per questo ogni volta che si parla di banchieri e poltrone, in Italia si fa sempre il suo nome. Ma l'orizzonte di Giampiero Maioli resta quello del Crédit Agricole. Anzi: è già focalizzato sul prossimo piano industriale che sarà svelato a breve. La visione d'insieme che si apre a quelle finestre (ce n'è pure una con vista sul comitato di presidenza dell'Abi) è il punto di partenza ideale per capire cosa sta accadendo nel sistema bancario italiano e per analizzare meglio i dati di bilancio 2015 snocciolati da Cariparma pochi giorni fa.

Partiamo da lontano. In questo scorcio di 2016 le turbolenze sui mercati finanziari sono state violente. In particolare i fulmini si sono abbattuti sui titoli bancari. Cosa sta succedendo?

Le cause sono diverse. Alcune di carattere macroeconomico: la preoccupazione di un rallentamento dell'economia globale trainato dalla frenata cinese, il contesto geopolitico difficile in Medio Oriente, le sanzioni alla Russia, il calo - conseguente - della domanda di materie prime con il crollo dei prezzi delle commodities. Tutto questo ha toccato anche le economie più mature e i Paesi esportatori come il nostro. Le istituzioni europee e il nostro governo si stanno impegnando per favorire la crescita, a volte la strada appare ancora in salita ma le famiglie e le imprese ricominciano ad avere maggior fiducia e questo si riflette anche nella ripresa di domanda interna.

Da New York a Tokyo non si è salvato nessuno, ma in Italia i timori sembrano maggiori...

In un contesto difficile è importante che tutti gli attori (istituzioni, politica, giornalismo, banche) facciano la propria parte per assicurare maggiore informazione e trasparenza. Il mio messaggio è molto semplice: continuare ad aver fiducia nell’Italia, nel nostro tessuto produttivo e imprenditoriale, nel sistema bancario.

Eppure le nostre banche hanno retto meglio di altri se pensiamo che in Europa sono stati spesi 860 mld di risorse pubbliche per salvare molti istituti...

C'è una percezione negativa che non aiuta i risparmiatori, ma le cose non stanno così. Il sistema bancario nonostante alcuni casi di difficoltà continua a essere solido e a produrre utili, quasi 7 miliardi se consideriamo i primi dieci istituti. Prendiamo il caso specifico dell’intervento del Fondo Interbancario che ha permesso il salvataggio delle 4 banche in difficoltà: su circa un milione di clienti sono poco più di mille quelli colpiti pesantemente. Come sempre, fa più rumore un albero che cade di un bosco che cresce. Sono stati salvati i depositi e i risparmi di 999mila clienti ma si è parlato solo degli altri. Noi abbiamo dato un contributo importante alla stabilità del sistema bancario: 42 mln di euro che hanno pesato sul bilancio 2015.

Il governo ha varato un decreto per risarcire i detentori dei bond subordinati. Come giudica gli interventi?

Sono molto positivi. E' stata una scelta sensata risarcire i clienti nel caso siano stati danneggiati da comportamenti non corretti.

C'è un altro termine inglese con cui dal primo gennaio dobbiamo fare i conti, il bail-in, la direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie. Da Bankitalia all'Abi si chiede di rivedere le norme. E' d'accordo?

Non mi sento oggi di dire se il bail-in vada rivisto o no. Certamente l'impatto sulle banche italiane - istituti commerciali che detengono obbligazioni e depositi a medio termine in misura più consistente dei competitors europei - è stato maggiore. Adesso il governo, il governatore Visco e il presidente Patuelli hanno avanzato proposte per un’applicazione graduale del bail-in. Servirà da parte dell’Italia uno sforzo comune molto forte per raggiungere un buon risultato.

Altro capitolo che spaventa: le «sofferenze» (i crediti verso soggetti insolventi). Anche a leggere il solo dato netto, come ha suggerito di fare l'Abi, sono pur sempre 88,9 miliardi...

E' l'effetto della più profonda recessione dal dopoguerra, non dimentichiamo che l'Italia ha perso 9 punti di Pil. Se pensiamo che il sistema bancario da solo ha retto l'urto e sta provvedendo con aumenti di capitale e accantonamenti, questa è una prova di solidità. Il presidente della Bce Mario Draghi di recente ha sottolineato che i cicli di grande recessione che creano crediti deteriorati vanno smaltiti nel tempo. Non certo in uno o due anni: sarebbe utopico. Comunque valuto positivamente anche i provvedimenti sulle garanzie per le «sofferenze». Quanto a Cariparma Crédit Agricole, abbiamo un buon tasso di copertura, il 57,6%, e un basso impatto delle sofferenze nette sugli impieghi, il 3,2%. E infatti non abbiamo mai chiesto un aumento di capitale ai nostri azionisti, se non per operazioni mirate di acquisizione, come nel caso delle 300 filiali di Intesa Sanpaolo o della Cassa di Risparmio della Spezia.

Cariparma, appunto. In anni decisamente difficili avete totalizzato 2 miliardi di utili e l'ultimo bilancio vede i profitti salire del 38% a 221 milioni. Come è stato possibile?

Di questo siamo orgogliosi. Lo siamo soprattutto perché i nostri utili riflettono un sostegno concreto all’economia reale, alle famiglie, alle imprese e a tutto il tessuto produttivo. Sono risultati che riflettono un modo di fare banca che punta ad ottenere profitti stabili nel lungo periodo.

C'è un «segreto» allora?

Abbiamo ben performato perché abbiamo avuto fin dall'inizio del nostro progetto una dotazione di patrimonio importante e una grande liquidità. Poi abbiamo iniziato per tempo, forse in anticipo sul mercato, una riconversione del modello di servizio puntando su innovazione e automazione. Stiamo rifacendo la rete, sono già più di 200 le nuove filiali denominate AgenziePerTe con un investimento che supera i 100 milioni. Il punto chiave è che grazie anche all'appoggio dei nostri azionisti non abbiamo mai smesso di investire. Anzi, ogni anno abbiamo aumentato e il piano a medio termine che presenteremo fra alcuni giorni a Parigi prevede un ulteriore incremento degli investimenti nei prossimi 4 anni: 550 milioni di euro per il solo Gruppo Cariparma e ulteriori 100 milioni per le altre società del Crédit Agricole in Italia.

Scorrendo il bilancio 2015 è chiara la crescita dei mutui casa (+27%) mentre gli impieghi per le imprese hanno un ritmo più lento, +2%. La ripresa produttiva fa più fatica?

L'osservazione è corretta. In Italia la crescita del credito oggi è trainata dalle famiglie, lo vediamo nei mutui casa ma anche nel credito al consumo. Per quanto riguarda le imprese, si è aperta la «forchetta»: quelle che vanno bene, generano cash flow, investono e innovano, prendono quote di mercato anche all'estero; le aziende fragili, sottocapitalizzate e sottodimensionate soffrono. Se non ci sono sufficienti investimenti, la domanda di credito rischia di essere solo sostitutiva. Ma una vera ripresa degli investimenti non si vede ancora, nonostante gli sforzi governativi.

In questo contesto il dato più rilevante per una banca è diventato quello della solidità. Cariparma è solida?

Moody's ci ha assegnato un rating A3, il migliore in Italia. E facciamo parte di un Gruppo come Crédit Agricole che vanta un rating A2, uno dei migliori del mercato a livello internazionale. I dati 2015 hanno confermato il Common Equity Tier 1 all'11,4%, tre punti sopra i minimi fissati dalla Bce e mi sento di poter dire che i nostri livelli di patrimonio, liquidità, unitamente all’appartenenza a un grande gruppo come CA, ci posizionano ai migliori livelli in assoluto di solidità del sistema bancario.

Il futuro delle banche è digitale. Le filiali stanno cambiando volto: per un Gruppo delle vostre dimensioni (2000 occupati solo a Parma) ci sarà un impatto sulle risorse umane?

Nel futuro gli sportelli diminuiranno e saranno trasformati in hub multicanale in cui i gestori possono interagire sia fisicamente che a distanza. Ed entro l'anno presenteremo anche il prototipo di filiale remota. Ci sarà un turn-over ma con un saldo netto positivo. Nei prossimi quattro anni prevediamo intolre fino a 600 assunzioni.

Lei è responsabile per l'Italia di Crédit Agricole, una realtà che va ben oltre la rete Cariparma. Che dimensione avete raggiunto e come siete strutturati?

Cariparma fa da piattaforma sul lato della liquidità finanziando direttamente le società del Gruppo. Abbiamo raggiunto i 123 miliardi di raccolta complessiva con 61 miliardi di impieghi. Contiamo 3,3 miliardi di ricavi, 3,5 milioni di clienti, oltre 12mila dipendenti. Ci occupiamo di credito al consumo con Agos, di automotive con Fca Bank per l'automotive, di investment banking con Cacib, di gestione del risparmio con Amundi e CA Assurance. Poi leasing, factoring, potrei continuare... Siamo di gran lunga il primo gruppo bancario internazionale in Italia.

L'agroalimentare è uno degli asset strategici di questo Paese. Cariparma è azionista delle Fiere, che portano il nome di Cibus nel mondo. Ripartiamo da qui?

L'agroalimentare è un settore portante dell’economia del Paese, ancora più importante per noi che lo abbiamo nel nostro Dna e nel nostro nome. Le regioni in cui operiamo rappresentano i 2/3 del valore aggiunto agricolo con una dinamica positiva dei finanziamenti al comparto, cresciuti del 3,4% lo scorso anno. E' un peccato che l'Italia per troppo tempo lo abbia trascurato. Le aziende eccellenti in Italia e soprattutto a Parma ci sono, manca semmai la grande distribuzione all'estero su cui il Paese non ha investito. Servono però anche grandi hub di esposizione. E in Italia questo hub si chiama Cibus. Nelle Fiere abbiamo investito molto, più di 11 milioni di capitale e oltre 30 di finanziamenti. Grazie a un rapporto di collaborazione esemplare con gli altri soci, Unione Industriali, Camera di Commercio, Comune e Provincia e alla qualità del management abbiamo ottenuto risultati straordinari, sia in termini di numeri che di qualità. E lo si è visto anche all'Expo.

Già, cosa ci lascia l'Expo?

E' stata una straordinaria vetrina per il Paese. Lascia la consapevolezza di una grande capacità di fare. Purtroppo siamo un po' autolesionisti e non sappiamo valorizzarla. Se l'avessero fatta i tedeschi saremmo andati in pellegrinaggio...

Parliamo della Fondazione Cariparma, vostro socio sul nostro territorio. Come sono i rapporti?

Sono ottimi. Sono molto grato a Paolo Andrei ma non dimentico certo i grandi meriti di Carlo Gabbi e dei suoi predecessori. Se oggi Parma ha una delle prime sette banche del Paese che fa parte di uno dei Gruppi più importanti al mondo, il merito è anche della Fondazione che nel 2007 rinunciò a un piccolo potere locale per essere partecipe di un grande progetto. Il risultato è che hanno incassato quasi 200 milioni di dividendi in questi anni e hanno salvaguardato il patrimonio, facendo ottimi investimenti. La città dovrebbe esserne orgogliosa.

Si sta giocando il Sei Nazioni di rugby. C'è il logo Cariparma sulle maglie azzurre. Credete nelle sponsorizzazioni?

Quella con il rugby è una bella storia di successo, perché in questi dieci anni è cresciuto il movimento rugbistico e parallelamente anche l’immagine di Cariparma. Sul territorio di Parma l’impegno del Gruppo in beneficenza e sponsorizzazioni (culturali, sociali, sportive) è complessivamente superiore a 500 mila euro.

Il governo ha messo mano alla riforma del credito cooperativo. Il modello da seguire - parola di Renzi - è quello del Crédit Agricole. Che ne pensa della riforma?

La riforma del credito cooperativo così come quella delle popolari la trovo sana, saggia e opportuna perché dà trasparenza, apre queste banche al mercato senza nulla togliere ai territori. Il fatto di ispirarsi all'Agricole è interessante. In effetti è un progetto simile, nato alla fine degli anni '50, anche lì per decreto, unendo in una federazione tutte le casse rurali francesi in due grandi network il Crédit Agricole e il Crédit Mutuel creando una holding in parte di governo e in parte di controllo. E' impensabile che una piccola cassa rurale possa sopportare senza meccanismo di coordinamento la complessità dei mercati di oggi.

Dopo le Bcc e le Popolari il mercato sembra scommettere su un nuovo risiko. Voi sarete della partita?

Siamo spettatori attenti di ciò che sta accadendo sui mercati, dell'impatto delle riforme e degli indicatori macroeconomici. Continueremo a investire in Italia, in questo momento la nostra attenzione è maggiormente rivolta al settore delle Sgr e del private banking. Restiamo investitori di lungo periodo. Lo dice la nostra storia: in 30 anni non c'è stato un solo anno senza investimenti.

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