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Quando Noceto era una piccola Rio de Janeiro

Quando Noceto era una piccola Rio de Janeiro

31 Gennaio 2016,12:31

Mariagrazia Manghi

Due pagliacci stralunati e straccioni, romantici e sognatori, un carretto tirato da una bicicletta e una vasca da bagno in piena campagna. Era il 1957, e la fotografia l’ha tirata fuori dal cassetto Beppe Camorali che nel ritratto sta a mollo nel bigoncio. Fedeli alla parte, i due (l’altro è Tiziano Darecchio) recitano davanti all’obiettivo come attori consumati. Giocano e si divertono alla grande. È Carnevale.

«Un lavoro da adulti, una vera festa, che organizzavamo con tutta la nostra fantasia, spedizioni avventurose e gioiose» racconta con un po’ di nostalgia Camorali, Premio San Martino, un’infanzia trascorsa al Tettoio, cantante nel complesso «I ragazzi di Gulliver», musicista, contrabbassista nella band di Orietta Band e poi una lunga carriera in banca, «quando ho deciso di iniziare una vita tranquilla».

C’era una volta Noceto e il Carnevale. Erano tempi in cui si fischiava e si cantava per strada, e i travestimenti e le maschere servivano più per allontanare il pensiero della miseria che gli spiriti maligni. I nocetani erano famosi in tutto il territorio per questa capacità di organizzare feste e divertimenti.

«Eravamo dei vulcani. Venivamo inseguiti dagli organizzatori delle sfilate e dei veglioni, ci aspettavano, perché portavamo allegria e qualcosa in più di creatività – ricorda Camorali e si confronta con Fabrizio Furlotti, altra “memoria” nocetana – eravamo protagonisti di vere spedizioni a Busseto e in tutta la provincia. A volte anche più lontano. Abbiamo ereditato uno spirito che apparteneva ai nostri avi».

Una vitalità, un’anima goliardica che fa da filo conduttore nella storia di Noceto, che ha unito le generazioni. Così è stato per il Carnevale, di cui si ricordano straordinarie edizioni fin da prima della Guerra e poi negli anni ‘50 documentate nei volumi di Gualtiero Rossetti e Tiziano Marcheselli. Mascherate di gruppo che sono diventate leggenda: i tirolesi, gli ergastolani o i romani. Feste che hanno attraversato generazioni ed epoche.

«Non andava bene, c’era tanta miseria, ma non ci dimenticavamo delle feste – dice Camorali che aggiunge qualche aneddoto –. Vivevamo alla giornata, ma aspettavamo queste occasioni di divertimento e spensieratezza. La volta degli “zingari” è stata una vera avventura fin da quando siamo andati a recuperare il grande carro a Felegara. Con il carrozzone stracolmo di gente abbiamo fatto il giro delle Ghiaie. Ogni sosta era una bevuta e a sera eravamo tutti ubriachi, compreso il cavallo. Un anno, travestiti da zampognari ci siamo esibiti in piazza Garibaldi a Parma con tanto di gabbia di canarini e biglietti della fortuna».

Una tradizione, quella del Carnevale nocetano che si è trasformata, ma ha mantenuto una grande spettacolarità fino alla fine degli anni ‘60, tempi più ricchi e sfarzosi. «L’iniziativa era del Club dei Tori – viene in soccorso Furlotti – la generazione portata per mano da Gian Paolo Milli. Abbiamo le fotografie di feste con scene e costumi arrivati da Cinecittà e gran veglioni al Tiche Tic Baren. Qualcuno ricorda addirittura un’entrata in scena con due leopardi. Maschere, danze, musica e gran buffet». Nocetanità vuol poi dire anche questo. Una radice. «Poi le cose finiscono, ed è come se fosse volato via il senso della comunità e si fosse eroso quel cemento – Camorali si tiene ben strette le sue fotografie – chissà forse non siamo stati capaci di portare avanti quel che i nostri vecchi ci avevano lasciato».

© Riproduzione riservata

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