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Web e solitudine in agguato

21 Settembre 2016,13:11

Patrizia Ginepri

Senza computer, smartphone e Internet oggi ci sentiamo perduti. E non pensiamo quanto le tecnologie informatiche possano nuocere alla salute. Se esternalizziamo qualsiasi tipo di attività mentale le piccole connessioni tra i neuroni del nostro cervello vengono indebolite. Calano memoria, concentrazione, capacità critica: il cervello rischia il tilt.

Nel suo nuovo libro «Solitudine digitale» pubblicato da Corbaccio, Manfred Spitzer, già visiting professor a Harvard e attualmente direttore della Clinica psichiatrica e del Centro per le neuroscienze e l’apprendimento dell’Università di Ulm non fa sconti e picchia duro, lanciando un vero e proprio allarme, frutto delle sue corpose ricerche scientifiche, di statistiche e dati sperimentali, invitando tutti a reagire per non lasciare che le nostre vite siano dominate dalle lobby del settore «che ogni giorno ci bombardano con messaggi su quanto siano importanti e utili i media digitali, su come rendano intelligenti i giochi al computer, sul fatto che pc e connessioni Internet devono essere a disposizione di ogni studente, che le scuole devono essere dotate di wireless e che le tecnologie informatiche ci garantiranno un futuro perfetto». La digitalizzazione della nostra vita quotidiana progredisce a ritmi vertiginosi e non sempre questo costituisce un vantaggio. Se per rispondere a qualunque domanda attingiamo al nostro smartphone, mentre le nostre tracce sono registrate, memorizzate e analizzate nelle banche dati, vuol dire che non riusciamo più a fare a meno delle tecnologie digitali, che ne siamo dipendenti.

Dopo «Demenza digitale» Spitzer torna a parlare di patologie «cibernetiche» e delle conseguenze sulla salute nostra e dei nostri figli, dovute all’uso sempre più intensivo di computer, social e giochi elettronici. Non si tratta di ostilità nei confronti della tecnologia, ma di veri e propri effetti collaterali indesiderati come stress, perdita di empatia, depressione, disturbi del sonno e dell’attenzione, incapacità di concentrarsi.

«Se ci limitiamo a chattare, twittare, postare e navigare su Google finiamo per parcheggiare il nostro cervello, ormai incapace di riflettere e concentrarsi» tuona Spitzer che tuttavia precisa subito: «Non sto dicendo che dovremmo tornare al passato. Ma dobbiamo valutare rischi ed effetti con attenzione. Come per le auto, l’energia nucleare o i raggi X, ogni nuova tecnologia porta rischi che spesso vengono ignorati. Naturalmente, la società moderna si basa sulla tecnologia, ma nessuno consiglierebbe l’auto piuttosto che una palestra per mantenersi in forma. Allo stesso modo, i computer non possono trasformarsi in dispositivi di apprendimento, perché diminuiscono le sforzo mentale, l’equivalente, per il cervello, di quello che lo sforzo fisico è per i muscoli».

I bambini, in particolare quelli che non sanno ancora leggere e scrivere, sono danneggiati nelle loro capacità sensoriali, e bullismo e criminalità informatica completano il quadro di una situazione che ci sta sempre più sfuggendo di mano.

«Più rischi per i bambini - spiega l'autore -. Il loro cervello ha bisogno di input costanti per svilupparsi. Se una madre non parla a suo figlio, questo non imparerà mai la lingua. Schermi e altoparlanti non possono sostituire il contatto diretto. Molte persone sono orgogliose nel vedere i loro bimbi maneggiare un iPad e li ammirano, mentre sfiorano lo schermo per girare le pagine. Pensano che questa sia una grande conquista intellettuale. In realtà non c’è niente di più stupido che far scorrere una mano su una superficie piatta: il tablet non può che danneggiare lo sviluppo mentale».

I dati dell’Ocse rivelano che i quindicenni che hanno un computer in camera da letto sono studenti meno brillanti rispetto a chi non ce l’ha. Siamo d’accordo che l’utilizzo di motori di ricerca è grandioso per ottenere rapidamente le informazioni. Ma per poter sfruttare al meglio Google è necessaria la conoscenza. Più si conosce, meglio si può valutare ciò che i motori di ricerca offrono.

In un articolo pubblicato sulla rivista Science, circa due anni fa, gli scienziati di Harvard e della Columbia University hanno dimostrato in diversi studi che le probabilità di ricordare nuove informazioni sono inferiori, se l’informazione è stata appresa dalla Rete rispetto ai libri, alle riviste e ai giornali. «Se volete che i vostri figli escano da scuola sapendo usare al meglio Google - dice Spitzel - c’è una sola cosa che non devono fare durante i loro studi: usare Google». Non solo. «La parola ha assunto un nuovo significato: un amico è chiunque il cui nome sia apparso sul mio schermo e su cui io abbia cliccato è la sua premessa -. Presto ci ritroveremo con una società di analfabeti sociali, zombie incapaci di provare empatia per nessuno, nemmeno per se stessi. Dove si impara nei social network l’autoregolamentazione, il controllo delle situazioni, la gestione del contatto umano?».

Cosa si può fare per arginare questo tsunami? «Come in medicina, vale la regola d'oro che è la dose a fare il veleno. Facciamo in modo che non siano le leggi del mercato a dominare completamente le vite dei nostri figli - consiglia Spitzer - occupiamoci della loro istruzione e della loro salute sviluppando le loro capacità critiche, la loro autonomia di giudizio e l’amore per la libertà da cui nascono il rispetto di se stessi e degli altri, colonne portanti di una sana società civile.

Solitudine digitale di Manfred Spitzer Corbaccio, pag. 325, 19,90

© Riproduzione riservata

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