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I 500 Gavia di Persegona

I 500 Gavia di Persegona

05 Settembre 2017,12:11

Alberto Dallatana

Chiamatelo «Signor Gavia». Il nocetano Tarcisio Persegona, 79 anni il prossimo 10 novembre, ha appena stabilito un vero e proprio record: scalare cinquecento volte il celebre passo che, a 2652 metri d’altitudine, collega Valcamonica e Valfurva, in Lombardia. Impresa per giunta realizzata nello spazio di un ventennio, da quando Tarcisio ne aveva una sessantina. A questo traguardo, culminato con una grande festa al rifugio Bonetta, lo hanno «scortato» in cento, fra cui assi del pedale come Francesco Moser, Gianni Motta, Gilberto Simoni, Davide Cassani, Michele Dancelli e Imerio Massignan (il primo eroe del Gavia nel Giro del 1960), solo alcuni dei tanti amici che Persegona ha in questo sport, dove è popolarissimo anche come vero e proprio mecenate. Il nome della sua azienda, «Tre Colli», è infatti sulle maglie di diverse squadre: dai professionisti dell’Androni - Sidermec ai dilettanti del Team Beltrami – Argon 18, dagli Juniores del Noceto - Nial fino alle ragazze del Velo Club Fidenza. Ma il suo cuore appartiene a quella mitica e durissima salita che, tra le altre cose, ha fatto la storia del Giro d’Italia.

La prima domanda è d’obbligo: chi o cosa gliel’ha fatto fare?

«A volte me lo domando anche io – sorride Tarcisio -. Tutto è iniziato quando, 42 anni fa, io e mia moglie comprammo casa a Ponte di Legno. Io avevo «ritrovato» la passione per la bici e mi tuffavo in tutte le salite della zona: Mortirolo, Aprica, il Tonale che avrò fatto più di mille volte, ma il Gavia era ghiaiato e spesso chiuso al traffico da una sbarra. Già questo gli dava un fascino particolare. Poi, quando lo hanno asfaltato, è diventato irrinunciabile».

Dei due versanti qual è quello che preferisce?

«Per forza di cose, partendo da Ponte di Legno, in Valcamonica, ho affrontato molte più volte quello. Che è il più breve ma anche il più duro: 18 chilometri con punte del 16%. Da Bormio invece misura 25 chilometri, ma è un po’ più «dolce». Spesso mi capita di farle entrambe: il record giornaliero è di tre scalate. Quest’anno sono a quota 29».

Di queste cinquecento ne ricorda qualcuna in particolare?

«Quasi un centinaio le ho fatte col maltempo, a volte pure la neve, che lassù inizia a cadere già da settembre. Spesso sono partito col sole, ma poi il tempo è cambiato. Può succedere».

Ha tenuto il conto dei chilometri totali che ha percorso in bicicletta?

«Certo, conservo 42 agende sulle quali segno tutti i giri che faccio. Da quando ho ricominciato, quarant’anni fa, sono a quota cinquecentomila».

Ciclisticamente parlando, si considera uno scalatore puro?

«Niente affatto, da cicloamatore ho vinto qualche corsa anche in pianura, benché dessi il mio meglio nelle cronoscalate. Per scalare il Gavia mi sono fatto montare dei rapporti speciali sulla bici: uso spesso il 34x32, ma nei tratti più ripidi addirittura il 36 dietro. Rapporti agilissimi: vado molto piano, ma non mi importa. Diciamo che bado alla quantità e non alla qualità delle scalate, così sono ancora fresco per il giorno successivo. Certo, a volte ci sono tratti talmente ripidi che la difficoltà è stare in equilibrio sulla bici».

Moser, suo compagno di tante pedalate, era anche il suo idolo quando correva?

«Assolutamente sì. Francesco era un grande perché poteva vincere dappertutto. E poi è un personaggio che, nonostante la sua fama, è rimasto di un’umiltà eccezionale. Ma stravedevo anche per i ciclisti di Parma: Adorni, Armani, Casalini, Gualazzini… Quando vincevano era una festa».

Oggi invece per chi fa il tifo?

«Per i nostri scalatori, ovviamente: Nibali e Aru. Quest’ultimo lo vidi in azione da Dilettante sul Gavia, da come arrivò in cima capii subito che aveva stoffa».

Lei è anche un grande collezionista di biciclette.

«Vero, ne ho quasi trecento sparse per i musei del ciclismo in giro per l’Italia. Ne esporremo buona parte in centro a Fidenza, dal 7 al 9 ottobre, per San Donnino. Ci sono pezzi veramente rari e bellissimi».

Tornando al Gavia, qual è il prossimo obiettivo che si pone?

«Ora mi darò una calmata: vorrei arrivare a 500 scalate fatte tutte dai 60 anni di età in poi. Me ne mancano poche: devo controllare quante, ma credo una ventina».

Un gioco da ragazzi.

© Riproduzione riservata

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