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Il «Re Leone»: nello sport non contiamo più nulla

Il «Re Leone»: nello sport non contiamo più nulla

17 Novembre 2017,11:37

Vittorio Rotolo

Quarantadue vittorie di tappa al Giro d’Italia, superando una leggenda di nome Alfredo Binda, ma anche dodici al Tour de France e tre alla Vuelta; una grande classica come la Milano-Sanremo e la ciliegina sulla torta rappresentata da un Mondiale. Per Mario Cipollini, e per tutti gli appassionati di ciclismo, questa è semplicemente storia. Eppure, il «Re Leone» non ha ancora smesso di ruggire: magari non lo fa più su un rettilineo finale, in volata, ma nella sua nuova vita di imprenditore ed attento osservatore dello sport italiano, certamente sì. Premiato dai Veterani di Parma con il riconoscimento «Una Vita per lo Sport», Cipollini non le manda a dire.

«C’è una classe politica che non sta minimamente rispettando la componente sportiva e che non fa nulla per valorizzare i giovani talenti, che hanno pure hanno entusiasmo e voglia di emergere» attacca l’ex ciclista azzurro. «Lo sport – rincara la dose – è ormai diventato lo specchio fedele della situazione politica ed economica del nostro Paese: è doloroso ammetterlo, ma non contiamo più nulla».

Il futuro nebuloso che lei intravede non riguarda solo il ciclismo, quindi.

«Assolutamente no. Pensiamo al calcio, con l’Italia costretta a giocarsi lo spareggio (poi peraltro perso, ndr) contro la Svezia, per qualificarsi ai mondiali. E poi le Olimpiadi, dove in termini di medaglie raccogliamo sempre meno. Infine il ciclismo, con Vincenzo Nibali e Fabio Aru costretti ad emigrare all’estero, per competere ad altissimi livelli. Qualcosa vorrà pur dire...».

La sua disciplina, se non altro, può consolarsi con le imprese firmate da giovanissime promesse come Elena Pirrone e Letizia Paternoster, protagoniste ai recenti Mondiali Under 23 di Bergen.

«Verissimo. Ma, alla fine, torniamo sempre al punto di partenza: se il sistema non si dimostra capace di realizzare investimenti in grado di supportare queste ragazze, e tutti gli altri talenti, nel loro percorso di crescita, il salto di qualità non lo faremo mai».

Che cos’è, per lei, il ciclismo?

«Semplicemente la mia vita. Quando ho iniziato, sognavo di diventare un campione. Ma sono quei sogni che fanno tutti i bambini. Io ho avuto la fortuna di poterli coronare e, per questo, mi sento un privilegiato. Per certi versi, sono rimasto in questo ambiente: disegno e costruisco biciclette, che portano il mio nome».

In diciassette anni di vita professionistica, qual è stato il suo rapporto con gli altri grandi campioni?

«Io appartengo ad una generazione di ciclisti che faceva del rispetto un valore preminente. Non voglio dire che oggi non sia così, per carità, ma ai miei tempi era diverso».

E chi è invece quello che le è rimasto nel cuore?

«Ce n’è più di uno, in realtà. Con la Nazionale dilettanti ricordo di aver fatto un trittico in Veneto: c’era anche Francesco Moser, il mio idolo, che smise di correre proprio nell’anno in cui diventai professionista. E poi Miguel Indurain, che ho apprezzato pure per la sua serietà: lo spagnolo è stato un po’ il simbolo del passaggio dal ciclismo classico a quello moderno».

La vita di un ciclista è fatta di gioie e dolori, di fatiche e anche di rinascite. Per lei, la consacrazione definitiva è arrivata a 35 anni, nel 2002, con la Milano-Sanremo ed il Mondiale vinto in Belgio.

«Volevo fare di testa mia e decisi così di sposare il progetto di una piccola squadra, il team Acqua&Sapone, portandomi dietro due amici e compagni affidabili: Lombardi e Scirea. Vinco la Milano-Sanremo e punto dritto al Campionato del mondo».

A Zolder, cosa fece la differenza?

«Il gruppo. In passato, la Nazionale aveva sempre espresso individualità importanti, ma mancava la coesione. Quel giorno i ragazzi, da Bortolami a Petacchi, da Bettini a Lombardi, passando per Scirea, fecero invece un lavoro straordinario: con gregari di una simile caratura, non avrei mai potuto fallire. La corsa si adattava perfettamente alle mie caratteristiche. C’era solo un tratto difficoltoso, la rampa finale: quasi 400 metri con una pendenza dell’8%. La affrontai con coraggio. E rivedendo le immagini, scoprii persino che Lombardi aveva alzato le braccia al cielo già a cento metri dall’arrivo: aveva capito che ero imprendibile».

Non fu quella, l’ultima gara di Cipollini: continuò infatti per altri tre anni, fino alla soglia dei 40.

«Pur avendo grande voglia, ad un certo punto ti accorgi che le gambe non ti accompagnano più. Ed allora capisci che è arrivato il momento di dire basta. Continuo ad andare in bicicletta, però: lo scatto non sarà più quello di una volta, ma le assicuro che mi difendo ancora bene...».

© Riproduzione riservata

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