×
×
☰ MENU

Parma malata di sballo, parla chi lotta contro la droga

Parma malata di sballo, parla chi lotta contro la droga

14 Agosto 2017,10:23

Chiara Pozzati

Niente orologio, niente festivi. Le notti spese a caccia di droga. Pantaloni sdruciti e t-shirt casual. Un aspetto volutamente trasandato, da strada. Raramente lo vedi in azione. La differenza con gli spacciatori sta in quella divisa da carabiniere che non serve indossare. Perché è una seconda pelle.

A raccontarsi è un maresciallo della squadra antidroga del Nucleo investigativo, reparto del Comando provinciale specializzato nelle indagini. Da oltre vent’anni a caccia di pusher, tra marciapiede e intercettazioni. Il suo compito è torchiare pesci piccoli per inchiodare i grossi. Girare negli angoli più squallidi della città per star dietro ai venditori di eroina, cocaina e hashish che s’incontrano in bar, case e motel. Pensare come i balordi, senza perdersi. Agguati, imboscate, arresti. Te la racconta come se fosse la cosa più normale del mondo: «Per carità niente cinema, è solo mestiere». Arriva in bicicletta. Barba incolta, sorriso ironico, occhi che frugano attorno, diffidenti quando si posano sul taccuino del cronista.

Il suo lavoro è fatto di settimane di silenzi e interventi lampo. Si parla di quello che alle conferenze stampa nessuno svela, il retroscena inedito. Perché fare un’irruzione e arrestare qualcuno non è come nelle fiction americane. Significa costruire pezzo per pezzo una trappola complessa, inesorabile, che può frantumarsi in un attimo per il più stupido imprevisto. «Ecco perché è fondamentale la squadra: tutto quel che abbiamo realizzato, l’abbiamo fatto insieme». Come? «Attraverso dispositivi ben precisi. Entri, talvolta con le scuse più banali. E’ essenziale la sicurezza di tutti, dei compagni, ma anche quella dei balordi».

Con l’autorizzazione dei magistrati in tasca, si materializzano all’improvviso: armi in pugno, si sparpagliano in ogni stanza. «Saturano» l’ambiente, in gergo militare. «Ciascuno sa che può contare sugli altri, ogni mossa è già stata pianificata». Poi si passa alle perquisizioni. Gli aneddoti si sprecano. «Come quando ci facemmo aprire con la scusa di consegnare un Ficus Benjamin – sorride –. Quello stratagemma ci valse cinque arresti e un sequestro di coca».

Camuffamenti a parte, non è semplice sgretolare il muro delle organizzazioni di alto livello criminale. «Anche perché i tossicodipendenti a Parma si conoscono tutti, è come se facessero parte di una grande comunità. Per cui è fondamentale il silenzio». Carabiniere dal '92, il maresciallo è passato all’antidroga nel '96. Com’è cambiata la piazza? «Un tempo i pusher erano soprattutto tunisini. Poi sono arrivati gli albanesi, ora i nigeriani». Spicchi di città da spartirsi a seconda delle sostanze vendute e del listino prezzi. Il suo lavoro, «quello della squadra», consiste nel risalire la corrente e scoprire i fornitori. Per arrivare al centro della ragnatela si parte da fili microscopici. Oltre alla tecnologia, rimangono fondamentali i servizi di osservazione controllo pedinamento, ma capita di passare anche ore e ore seduto a fianco dei colleghi ad ascoltare, scrivere carte, incrociare dati. Mesi con il fiato sul collo dei venditori al minuto prima e dei trafficanti poi. «A fine anni ‘90 inizi 2000, gli scambi, e di conseguenza la maggior parte degli arresti, avveniva alla mattina. Perché chi è dipendente da eroina ne sente il bisogno da quando apre gli occhi. Oggi, col fatto che questa droga si fuma, non c’è più una fascia oraria privilegiata». E nemmeno un luogo ben definito: «Una volta il parco Ferrari era una “tappa obbligata” per noi, la maggior parte dei pusher si radunava lì. Ora sono molto più dinamici».

Di tizi da galera ne ha visti tanti, ma cambia il modo di rapportarsi. «Quando ti trovi faccia a faccia il criminale ti “annusa”, ti pesa. E tu fai lo stesso con lui. Come due cani che s’incontrano per la prima volta». Però una regola c’è: «Più è educato e rispettoso, più è elevato il profilo delinquenziale – dice pragmatico -. Per il semplice fatto che ha già provato sulla pelle come funziona la giustizia e ha affinato le tecniche». Il sottufficiale ha incontrato businessman capaci di spostare montagne di droga e in questo gioco delle parti c’è anche chi gli ha fatto i complimenti mentre veniva ammanettato. Come nel 2014, quando l’operazione nel quartiere Spip portò alla scoperta di una vera e propria raffineria. Un’indagine che permise di smantellare una banda-italo albanese, con dieci arresti, ma soprattutto di chiudere laboratori pronti a inondare di eroina la città. Una rampa di scale nel buio opprimente, poi la porta spalancata e le manette ai «chimici». Si materializzarono tredici chili di eroina, quasi uno di cocaina, 100 chili di sostanza da taglio. Tradotto: oltre 100 chili di eroina da piazzare sulle strade di Parma. Un giro d’affari da 20 milioni di euro e non si sa bene quanti clienti.

Ma di attività investigative impresse nella sua memoria ce ne sono tante. Come la trasferta a Ventimiglia, per individuare due suv stracarichi di coca. Dopo cinque giorni in attesa della consegna, i carabinieri bloccarono un Q7. Lo smontarono pezzo per pezzo: la polvere bianca era nel telaio. L’altro fuoristrada venne inseguito fino a Milano: conteneva 23 chili destinati ai «nasi» parmigiani. E ancora: 180 chili di hashish su una Panda «schiacciata» dal peso dei panetti e un camion appena arrivato dalla Spagna con altri 166 chili. Tutta roba per la nostra provincia . Ci sono anche dei rischi, ovviamente. Per un soffio, il maresciallo non è stato travolto in via Spezia da un spacciatore – arrestato e condannato per tentato omicidio – che gli ha recapitato dal carcere una lettera di scuse. Mai avuto paura? «Certo, ce l’hai sempre, ma il mio lavoro è questo. Cosa mi spaventa di più? Quando rientro da mia moglie dopo cinque giorni fuori casa senza averla chiamata» sorride. Poi gli occhi tornano seri: «Con il tempo impari a gestire il timore, a trasformarlo in quella tensione operativa che ti fa stare sempre coi piedi per terra, conscio dei pericoli». Le droghe che ritiene più temibili? «Eroina e cocaina» risponde senza pensarci un attimo. «La prima perché è potentissima, cadi subito in una dipendenza micidiale. La seconda perché è subdola, molti assuntori non si considerano tossicodipendenti e faticano a considerare le conseguenze». Quanti adolescenti ha visto buttarsi via? «Tanti, troppi. Specialmente con l’eroina che si fuma». Si porta ancora dentro le immagini di una parmigiana, appena diciottenne, uccisa da una partita «sbagliata». Bruciata da un’overdose micidiale. «Era la seconda o la terza volta che si bucava. L’ho vista pochi giorni prima, poi l’ho rivista senza vita». Qualcuno è anche riuscito a strapparlo dal giro: «Era un ragazzo che dopo essere stato arrestato mi ha ringraziato perché da allora aveva smesso. Non so se sia ancora pulito». Non è solo uno sbirro: «Ho sempre cercato di andare oltre e capire, perché tanti cadessero nel tunnel della droga. Non è un’analisi semplice, perché i motivi per cui si inizia a farne uso sono i più svariati».

In tutti questi anni di servizio, però, non dimenticherà mai l’omicidio del piccolo Tommy. Non c’erano più squadre o divise, tutti sguinzagliati nella corsa contro il tempo: «Per oltre 30 giorni filati abbiamo fatto turni da 15 ore, due ore a “dormire” in caserma e poi di nuovo in piedi. Fino all’ultimo ci abbiamo creduto». Come si comporta quando vede ragazzini già consumati dalle droghe? «Penso subito ai genitori, forse perché sono padre anch’io ». Il rapporto con la figlia riaffiora con dolcezza di tanto in tanto. «I primi anni le dicevo di non parlare del mio lavoro, di dire che facevo il pasticcere - sorride con un pizzico d’imbarazzo -. Oggi sa che faccio il carabiniere». Un momento in cui ha pensato di gettare la spugna? «Mai, perché se ci arrendiamo noi è finita. Siamo militari, soldati in battaglia. Sappiamo che è dura, ma è il nostro lavoro».

I SEQUESTRI

Abbiamo parlato di vite storte. Della Parma strafatta, di chi lavora nel buio ed è ancora lì quando filtra il sole. Adesso vediamo i numeri della montagna di droga sequestrata dai carabinieri. Sono poco meno di 27 chili, solo da gennaio a luglio. Tre abbondanti al mese, destinati alla piazza. E, badate bene, la statistica dei militari (i dati, ricordiamolo, tengono conto esclusivamente dell’attività dell’Arma) non comprende agosto. Spigolando tra le cifre, balza subito all’occhio che in «testa» spicca l’hashish con 23,7 chili di panetti finiti negli uffici. Seconda, a conferma della percezione degli esperti, esplode l’eroina, con oltre un chilo e mezzo.

Poco meno di un chilo di marijuana (868 grammi per la precisione) e 622 grammi di polvere bianca, cocaina purissima. Nella black-list spicca anche un grammo di Mdma, l’acido che dilaga tra giovani e giovanissimi, spesso ragazzi di buona famiglia che, nel giro di poco tempo, cambiano carattere, diventano aggressivi, volgari, assenti. E rischiano di rovinarsi. Un dato che dice poco in sé, ma che conferma come, nonostante le modalità complesse del mercato, le droghe sintetiche attecchiscano anche in città. Le manette sono già scattate per 60 venditori di morte catturati in diretta, compresi i destinatari di quattordici ordinanze di custodia cautelare per spaccio. Da piazzale della Pace al casello dell’autostrada, da via Torelli alla stazione, e ancora borgo San Giuseppe, piazzale Maestri. Impossibile costruire una mappa partendo dallo scambio intercettato dai militari della Compagnia carabinieri di Parma e del Nucleo investigativo. Un aspetto però balza subito all’occhio. Sono state messe in campo tutte le forze disponibili, per una battaglia che si consuma tra marciapiede e grossi carichi in attesa di far rotta verso la città.

Fra gli arrestati (di cui alcuni ancora in attesa di sentenza), c’è tutto il mondo: italiani beccati a consegnare la roba in casa, nigeriani in bici, marocchini in auto sgangherate, tunisini in carrozza. Già, anche sul treno non rinunciano agli affari.

La stragrande maggioranza arriva comunque dalla Nigeria, sono quelli che trovi soprattutto in San Leonardo, impegnati nel pellegrinaggio sulle due ruote. Quando si tratta di «fumo» spesso e volentieri lo disseminano qua e là per evitare di farsi trovare con le dosi addosso. Ma se parliamo di «palline» di eroina e coca, incellofanate all’inverosimile, le tengono in bocca. Pronti a ingurgitare la prova scomoda alla prima divisa. Dai dati del Sert, il servizio pubblico per le tossicodipendenze affiora una nuova emergenza. Sta prendendo piede lo shaboo, la micidiale droga filippina che si fuma come il crack in pipette di vetro. Una sorta di cocktail di cocaina e metadone allo stato solido, cristalli candidi per uno «sballo» e un’assuefazione rapidissima. Un mercato ancora sottotraccia, ma di cui si teme l’esplosione. Ch.Poz.

LA LOTTA STRADA PER STRADA

Ormai hanno il radar. La pedalata fluida che accelera appena, viso tirato, occhi che roteano all’impazzata: «Questo è un pusher che aspetta». E così fan loro. Nascosti qua e là, o appostati sull'Alfa con la scritta «Carabinieri». Girano per giorni, mesi, con le telecamere nascoste. Ascoltano clienti, parenti e vicini di casa. Fino a metterli all’angolo. Sono i marescialli dell’Aliquota operativa del Nucleo operativo radiomobile, i professionisti contro lo spaccio sui viali, negli appartamenti, a scuola. Ovunque. Spetta agli uomini in divisa, tra le altre cose, arginare lo spaccio al minuto e disperdere le ciurme di venditori che infestano zone della città. Costretti a prendere decisioni fulminee, «come quando una spacciatrice ci ha lanciato contro il suo bimbo di due anni per non essere arrestata. Sono riuscito a prenderlo al volo per un soffio». Poi? «Poi l’abbiamo fermata comunque e abbiamo chiamato l’ambulanza per il piccolo, che oggi sta bene. E’ stato affidato ai servizi sociali». «L’offerta c’è perché la richiesta è tanta ed è prettamente nostrana. Non a caso chi cede questi veleni lo definisce un vero e proprio lavoro». «Vado al lavoro» o ancora «c’è poco lavoro»: ecco la frase che hanno sentito ripetere più volte ai mercanti di sballo. «Fondamentale, specialmente per i giovanissimi, è un messaggio chiaro e netto che deve partire in primis dalle famiglie. Tollerare l’uso delle droghe, sdrammatizzare o non cogliere i sintomi che provocano è pericoloso». Passano giorni e nottate a caccia di eroina, «bamba» e fumo. Di chi li usa e di chi li smercia. Partendo da qualche grammo, che a volte non porta nemmeno a una denuncia. Parlano il linguaggio del marciapiede, delle discoteche, delle università. Com’è successo quando hanno arrestato il pusher degli studenti che arrotondava nelle aule. Tassello dopo tassello, una testimonianza alla volta, sono arrivati al brindisino 25enne che forniva marijuana - e non poca - a clienti fissi. L’hanno inchiodato con 230 cessioni accertate, per un guadagno da 34mila euro. La scorsa settimana hanno preso un fantasma, uno straniero dalle molte identità trovato con un etto e mezzo di brown sugar. Hanno faticato a districarsi tra i nomi falsi inventati negli anni, ma alla fine hanno identificato l’algerino che è stato condannato a 5 anni e 5 mesi di carcere. A nemmeno un giorno di distanza è toccato a un dominicano. Un po’ a sorpresa, aveva messo radici in Oltretorrente e San Leonardo, territorio controllato da altre etnie. La cocaina era la sua specialità. Ha consegnato almeno duecento dosi senza accorgersi che gli uomini dell’Arma spiavano ogni sua mossa. Com’è spartita la piazza oggi? «I nigeriani trattano cocaina, i tunisini eroina. Entrambi hashish e marijuana». Un capitolo a parte sono le droghe sintetiche: «Difficilissime da intercettare perché di rado le trovi sul marciapiede. Lsd, ketamina, anfetamina, Mdma, arrivano dall’Est». Parma si droga in ogni modo. Fumano e tirano il ragazzino, l’operaio, l’ingegnere, il nonno che scende in strada a comprarla tenendo per mano il nipotino di pochi anni. Su un aspetto concordano tutti: i clienti sono sempre più giovani. I carabinieri non nascondono la speranza che il loro intervento possa contribuire a salvarli. Spesso però devono fare i conti con «genitori che sottovalutano il problema» spiegano. Madri e padri che sbuffano al telefono quando vengono avvertiti che il figlio è in caserma dopo essere stato trovato con la droga in tasca. «Alcuni ti ringraziano perché l’hai fermato in tempo, altri ti chiedono un consiglio. Ma c’è anche chi liquida il discorso con un ”Sono al lavoro, ma è proprio necessario che io venga?”». E’ toccato a tutti almeno una volta, ma ancora rimangono spiazzati. Dal veterano del gruppo, dall’esperienza pluridecennale, così come da chi ha meno anni di servizio arriva un messaggio nitido: «Il problema non si risolve solo con manette e denunce». C’è il maresciallo rodato, quello più giovane che si è guadagnato un nome a suon di arresti. Hanno alle spalle la stessa «scuola», si sentono davvero al servizio della gente. Non si stancano a ripetere verità scomode: «I principi attivi e la lavorazione delle sostanze oggi sono molto diverse da quella di anni fa, i nostri ragazzi fumano o sniffano roba molto più potente. Mischiata ad altre sostanze da taglio pericolosissime». C’è poi la voracità che spinge a rubare denaro e oggetti di valore per procurarsi una dose. «Quando i contanti fuori o dentro casa finiscono, si passa al furto di qualunque cosa si possa piazzare sul mercato: dai gioielli al libretto dell'auto. E se questo non basta ancora si “cade” nella simulazione di reato. C’è chi finge davanti ai genitori di essere stato derubato dello smartphone, quando in realtà l’ha venduto per comprarsi qualche dose». La mentalità dello spacciatore è molto diversa da quella del trafficante, che spesso si tiene alla larga dal veleno che importa. Al contrario, chi smercia al minuto è il primo consumatore. Anzi, quasi sempre ha iniziato la «professione» proprio per pagarsi il vizio. Al di là dell’etnia, rimane una costante: «Chiede sempre quello che gli spetta. Possono fare credito, per fidelizzare i clienti, ma prima o dopo rivuole il suo denaro. E guai a chi non salda il debito». Un capitolo a parte poi sono le segnalazioni che arrivano in caserma «e anche se una pattuglia non può intervenire, perché già impegnata, non vanno mai perse. Per questo invitiamo tutti a raccontarci i “giri” sospetti». Come quando uno dei marescialli, parlando con una signora anziana, riuscì ad arrestare un’intera famiglia di pusher nigeriani. Prima il marito e, dopo qualche mese, la moglie che stava portando avanti gli affari. «Gli occhi della gente sono i nostri, è meglio una chiamata in più che si risolve in nulla, che una di meno». Ch.Poz.

© Riproduzione riservata

Commenta la notizia

Comment

Condividi le tue opinioni su Gazzetta di Parma

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI