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Casalmaggiore senza ponte: Parma diventa un miraggio

Casalmaggiore senza ponte: Parma diventa un miraggio

30 Novembre 2017,12:19

Divisi dal Po. Così vicini eppure così lontani. E' un legame costruito in decenni di vicinanza quello fra Casalmaggiore e Parma. Eppure da quasi tre mesi, da quando è chiuso il ponte sul Po lungo l'Asolana, sembra di essere tornati indietro di decenni. A prima ancora del ponte di barche che, per lungo tempo, fino a metà degli anni '50, aveva unito le due sponde del Grande fiume. E così quell'estremo lembo di provincia di Cremona che ha sempre trovato ben più naturale gravitare su Parma ora si ritrova costretto a disagi incredibili. Chi sta pagando di più lo scotto della chiusura del ponte sono i pendolari che lavorano nelle aziende di San Polo e di Colorno, le centinaia di studenti universitari che devono frequentare l'ateneo di Parma, ma anche piccole e medie aziende e attività commerciali che si sono ritrovate all'improvviso senza una fetta consistente di clienti affezionati. Dal 20 al 30% di calo del giro di affari stimano le associazioni casalasche dei commercianti. «E il problema è che la soluzione non è dietro l'angolo - dicono alcuni avventori del bar Centrale nella piazza di Casalmaggiore -. Se si va avanti ancora a lungo il danno rischia di diventare permanente». E poi fra una battuta e l'altra in quel dialetto così simile a quello di Colorno e della Bassa snocciolano una serie infinita di disagi e problemi inaspettati nella vita di ogni giorno cambiata all'improvviso dal 7 settembre, quando i tecnici delle Province di Parma e di Cremona hanno deciso di bloccare il traffico sul ponte.

IL SINDACO BONGIOVANNI

Stefano Pileri

«Un disagio enorme per migliaia di persone. Un momento di sofferenza pesante per tutto il territorio, per il tessuto economico e commerciale». Da tre anni Fillippo Bongiovanni siede nell'ufficio da sindaco di Casalmaggiore al primo piano del Municipio. Eletto con una lista civica di centrodestra, leghista, prima di diventare sindaco del suo paese è stato assessore in Provincia. E' giovane ma non è certo alle prime armi come amministratore. Eppure non ha dubbi: questa chiusura del ponte sul Po è sicuramente il momento più difficile della sua esperienza amministrativa. «In questi anni da sindaco ci sono stati tanti momenti complicati, ma erano problemi che sapevamo che potevamo risolvere. Di fronte a un problema come questo, la cui soluzione non dipende da te, sei impotente, in balia delle decisioni di altri».

E le decisioni non stanno arrivando?

«Per ora di misure certe e immediate ne abbiamo viste poche. E quelle poche arrivano lentamente mentre noi avremmo bisogno di procedere in modo più veloce. Il territorio, da una parte e dall'altra del Po, è in grandissima sofferenza. Gli ultimi dati parlano di un calo tra il 20 e il 30 per cento delle attività commerciali: da quelle di abbigliamento alla ristorazione... E poi c'è il problema dei nostri tanti pendolari che ogni giorno devono andare dall'altra parte del Po. Casalmaggiore gravita naturalmente su Parma. E' sempre stato un punto di riferimento per noi. E all'improvviso è venuta a mancare un'infrastruttura che ormai davamo per scontata».

E' stato chiesto lo stato d'emergenza. Arriverà?

«Noi lo abbiamo chiesto per i problemi che sta portando in tutta la zona questa chiusura. Crediamo che sia giusto ma sappiamo che non è facile che venga concesso in un caso del genere».

I collegamenti ferroviari non sono sufficienti. Verranno potenziati?

«La ferrovia non si sta dimostrando un'alternativa valida. Ci sono molti disservizi e soppressioni. Dalla Regione Lombardia ci è stato garantito che con l'entrata in vigore dell'orario invernale, fra una decina di giorni, ci saranno convogli in più tra Piadena e Parma. E' importante ma non è sufficiente».

Vi sentite lasciati soli dalle istituzioni, da Regioni e Province?

«I parlamentari, al di là degli schieramenti, si sono impegnati. La Regione Lombardia si è mossa. Non sta a me dirlo, ma visto da fuori pare che la Regione Emilia Romagna non abbia fatto altrettanto».

Non ha fatto nulla?

«Dico solo che la Lombardia ha messo subito a disposizione tre milioni di euro per intervenire sul ponte. Se l'Emilia Romagna avesse fatto altrettanto ora saremmo già alla gara d'appalto. E invece dovremo aspettare i prossimi giorni il via libera al decreto fiscale che prevede 35 milioni per interventi sui ponti sul Po. Bisognerà poi aspettare un paio di mesi perché siano indicati gli interventi previsti. Poi ci sarà la gara. Si stima che ci vorrà ancora un anno da quando avremo i soldi a disposizione per riaprire il ponte».

Ma sarà una soluzione temporanea. Poi ne andrà realizzato uno nuovo...

«Sì, il ponte va riaperto il prima possibile ma sappiamo che non sarà una soluzione definitiva. Risolverà molti problemi ma poi bisognerà pensare a una nuova infrastruttura. Nei giorni scorsi leggevo che lo Stato ha stanziato tre miliardi per i ponti e i viadotti della Sicilia perché è un'emergenza nazionale. Devono fare la stessa cosa per i ponti sul Po. Anche questa è un'emergenza».

IL COMITATO TRENOPONTETANGENZIALE

«Non c’è giorno in cui qualcuno non si lamenti del calo della propria attività produttiva e delle difficoltà nel raggiungere il posto di lavoro. C’è un grandissimo malessere tra la gente. L’aspetto più preoccupante è che sino ad oggi c’è stata, a nostro avviso, una sottovalutazione del problema da parte delle istituzioni». Parte da questa analisi Paolo Antonini, presidente del comitato TrenoPonteTangenziale, per fare il punto della situazione sui disagi della chiusura del ponte sul Po. «Dal nostro ponte - spiega - passa gran parte del Pil nazionale: solo per questo la vicenda meriterebbe un’attenzione maggiore. Abbiamo salutato con favore la notizia dello stanziamento dei 35 milioni di euro da parte del Parlamento con un provvedimento d’urgenza per affrontare l’emergenza di tutti i ponti sul Po. Ma ad oggi abbiamo certezza solo del passaggio del provvedimento al Senato, senza che nessuno ci abbia fornito indicazioni sui tempi che saranno necessari alla Camera. Per cui i soldi, per ora, ci sono solo sulla carta. E il tempo passa. Ne è già trascorso troppo per chi da quasi tre mesi vive un disagio quotidiano».

Altro tema scottante quello del collegamento ferroviario. «Trenord, Tper e gli altri enti coinvolti ci hanno prospettato per dicembre l’introduzione dell’orario ferroviario invernale con la possibilità di avere una maggiore frequenza di collegamenti, forse addirittura con un treno ogni ora. Ma non ci sono ancora giunte conferme».

Solo parole, e pochi fatti, al momento anche per l’istituzione di un bus navetta dalla stazione di Casalmaggiore per raggiungere l’ospedale Oglio Po a Vicomoscano contraddistinto da un 30% di utenza parmense. «Il sindaco di Bozzolo Giuseppe Torchio, durante il consiglio comunale di Casalmaggiore, aveva annunciato la possibilità di mettere a disposizione il bus appena acquistato per garantire questo servizio, ma dopo quindici giorni non si hanno novità. Noi non abbiamo avuto riscontro di contatti tra i comuni di Bozzolo e Casalmaggiore per mettere in piedi il servizio. E così, ad oggi, chi da Parma arriva in stazione a Casalmaggiore si ritrova nel deserto». Il Comitato non prende posizione in merito alle varie ipotesi di intervento prospettate sino ad oggi: dal ponte provvisorio da costruire a fianco dell’esistente proposto dal consigliere comunale di Casalmaggiore Orlando Ferroni alla sistemazione del viadotto attuale, prospettata dalla Provincia di Parma, in attesa della costruzione di un nuovo ponte definitivo. «Non siamo voluti entrare in questa diatriba - commenta Antonini -. Non siamo tecnici e non abbiamo le conoscenze per giudicare quale sia la soluzione migliore. Il nostro obiettivo è solo uno: garantire nel minore tempo possibile un collegamento stradale tra le due sponde. Il nostro scopo primario è sciogliere quanto prima il comitato perché vorrebbe dire essere usciti dall’emergenza». Infine la preoccupazione sul piano sociale: «La gente è furiosa per questa situazione. Sono preoccupato perché temo che l’assenza di risposte possa far covare nelle persone una rabbia dovuta a questo disagio che difficilmente poi amministratori e politici riusciranno ad arginare. Basta salire su un treno o leggere certi commenti sui social per capire come tante persone siano al limite della sopportazione. C’è una rabbia che non ci pare adeguatamente considerata, ma che allo stesso tempo è ampiamente giustificata da una situazione di profondo malessere. C’è la volontà diffusa di organizzare un’importante manifestazione, coinvolgendo anche le istituzioni, eventualmente in un’area a ridosso del ponte per lanciare l’ennesimo grido d’allarme».

I COMMERCIANTI

Cristian Calestani

Il crollo delle vendite oscilla tra il 20 ed il 30%. È questo il dato che i commercianti di Casalmaggiore ripetono più frequentemente accompagnando le loro parole con tanta rassegnazione rispetto ad una situazione che rischia solo di peggiorare nel prossimo anno e mezzo.

«Su 8.300 clienti del nostro database - spiega Renato Busi dell’Ottica Busi – circa 3.000 sono residenti nel Parmense. Ci sono persone che arrivano dai paesi più vicini come Colorno e Mezzani, ma c’è anche gente che giunge qui da noi da Parma. A chi arriva dal Parmense cerchiamo di venire incontro proponendo sconti maggiori. La situazione è molto preoccupante perché non ci sono prospettive chiare per il futuro del ponte. Oltre alla perdita economica nell’immediato ci preoccupa molto il rischio di non vedere più qui da noi clienti fidelizzati in decenni di attività».

Cerca di fare promozione della propria attività sui social Federica Calzolari, titolare del negozio Babette: «Le vendite ai clienti del Parmense - conferma - rappresentano un 30% del totale. Da quando c’è il ponte chiuso abbiamo puntato molto sulla promozione dei nostri capi sui social. Noi commercianti auspichiamo un intervento concreto da parte delle istituzioni, in primis dello Stato».

Concetti ripresi anche da Vanessa Busi del negozio di abbigliamento Fashion Give: «Ho tanti clienti abituali della zona di Colorno, Mezzani, San Polo e Sissa Trecasali che ora non riescono più a raggiungerci agevolmente».

Chi i potenziali clienti del Parmense non gli ha mai potuti nemmeno conoscere sono Cristina Campanini e Loretta Lanzani che il loro negozio Glamour, abbigliamento e scarpe, l’hanno aperto proprio nei giorni della chiusura improvvisa del ponte. «Per noi - spiegano - non è possibile fare un raffronto con il passato, ma tutti i nostri colleghi commercianti parlano di un calo del 20-30%».

Per Maurizio Visioli della gioielleria Visioli gli effetti del ponte chiuso si sono fatti sentire anche per la fiera di San Carlo, ad inizio novembre. «Al contrario degli altri anni - spiega - non abbiamo visto quasi nessuno dei nostri clienti che arrivano anche da Parma città perché interessati a marchi che solo noi trattiamo in zona. A me, sinceramente, restano tanti dubbi: il ponte è stato chiuso all’improvviso. Sino al 7 settembre sono transitati i mezzi pesanti ed oggi non può più passare nemmeno un pedone. Di sicuro se fosse andato avanti e fosse stato finanziato il progetto della TiBre con il nuovo ponte sul Po molti problemi di viabilità sarebbero risolvibili». Per molti commercianti, come Ernestina Gangemi del negozio La Nuvola, le perdite del negozio si sommano ai disagi in famiglia. «Mio genero - spiega - fa i turni in un’azienda di Collecchio. Il giro infinito dal ponte di Viadana influisce sui costi di carburante, espone a maggiori rischi e si fa sentire anche con un accumulo di stress. Tra ponte e ferrovia sembra di essere nel terzo mondo».

Non va certo meglio agli artigiani. Molti di loro, come Emilio De Padova, proprio pochi giorni prima della chiusura del ponte hanno firmato contratti per attività al di qua del Po. «Stiamo costruendo una villa a Sorbolo - spiega - e poi abbiamo altri lavori nel Parmense. Il chilometraggio, i costi di carburanti e il tempo per raggiungere i vari cantieri si stanno triplicando: tutto questo incide pesantemente sulla nostra attività».

I TIMORI DELL'OSPEDALE

Tra i tanti timori c’è anche quello del rischio della chiusura dell’ospedale Oglio Po di Vicomoscano. Di questa paura dei cittadini si è parlato più volte nei vari incontri pubblici: anche il presidente del comitato TrenoPonteTangenziale Paolo Antonini si è detto molto preoccupato. «Dal Parmense giunge circa il 30% dell’utenza dell’Oglio Po - spiega -. Con l’attuale calo degli accessi all’ospedale dal Parmense temiamo che si possano rafforzare le tesi di chi vorrebbe chiudere l’Oglio Po perché, secondo i calcoli di qualche genio che sta a Milano, il nostro ospedale non risponderebbe a certi standard di frequenza che non considerano però la vastità del nostro territorio. Sul tema Oglio Po rassicurazioni sono giunte dal sindaco Bongiovanni: «Ci sono stati rafforzamenti e potenziamenti negli ultimi anni, sono giunti primari nuovi e sono stati fatti investimenti per una maggiore fruibilità per i cittadini».

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