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Gli 80 intensi anni di Adorni

Gli 80 intensi anni di Adorni

12 Novembre 2017,12:33

Alberto Dallatana

E' una vita da romanzo, quella di Vittorio Adorni. Che martedì taglierà il traguardo (intermedio, ovviamente) degli ottant’anni. Una storia finalmente pronta a diventare un libro: «L’ho messo in cantiere – rivela -. Ci sono sportivi che scrivono biografie a vent’anni, io credo invece che questo sia il momento giusto per farlo». Adorni in bicicletta è stato un campione (il Giro d’Italia vinto nel '65 e il Mondiale di Imola del '68 sono a testimoniarlo), ma ci sono stati ciclisti più forti di lui nella storia di questo sport. Nessuno però ha saputo raccogliere tanti successi nella vita giù dalla bici: presentatore televisivo, assicuratore, dirigente sportivo di altissimo livello e ampie vedute, maestro di pubbliche relazioni che ancora oggi ha amici ed estimatori in ogni angolo del globo. Siano essi membri di case reali, attori famosi o semplici appassionati. Merito di qualità che lo avevano già fatto grande quando correva: intuito, umiltà, dedizione e quella grande signorilità che tutti gli hanno sempre riconosciuto.

Ottant’anni pienissimi, come li festeggerà?

«Innanzitutto un bel pranzo con Vitaliana, mia moglie, solo io e lei. Poi troveremo un momento per riunire tutta la famiglia (i due figli, Vanni e Viviana, e quattro nipoti tra cui il sedicenne Luca, promessa del rugby, ndr), ma non è mica facile: ho dato loro tre date, così possono scegliere». Cambierebbe qualcosa di questi ottant’anni?

«Nulla. Credo che ogni persona abbia un suo destino. Io ho fatto il ciclista, è vero, ma mi piace dire che è stato il ciclismo a fare di me quel che sono, a formarmi come uomo e a regalarmi, ancora oggi, esperienze splendide».

Da ragazzo che cosa sognava?

«Non ero uno che aveva particolari desideri. Ho fatto la quinta elementare e poi iniziai subito a lavorare. Prima garzone di un orologiaio, poi commesso in un negozio di ferramenta, quindi meccanico alla Barilla. A sedici anni presi la bici da città di mio padre e andai fino al Passo della Cisa, con due amici. Una fatica indescrivibile, ma m’innamorai di questo sport».

Chi era il suo idolo?

«Fausto Coppi. La passione per questo sport nacque ascoltando alla radio le sue imprese. Nel gennaio del ‘60 me lo avrebbero presentato. Avevo già un appuntamento con lui, ma il 2, purtroppo, l’«Airone» chiuse le ali…».

Se Adorni non avesse fatto il ciclista?

«Ci ho pensato spesso: avrei continuato a lavorare come meccanico per la Barilla. Il mestiere tutto sommato mi piaceva».

Qual è stata la svolta?

«Da dilettante mi svegliavo alle quattro e mezza per allenarmi, poi andavo in fabbrica. Una mattina entrai in ritardo, vestito da ciclista. Mi vide Pietro Barilla: gli spiegai come stavano le cose e lui mi concesse di entrare un paio d’ore dopo. Fu determinante, perché allenandomi meglio iniziai ad ottenere bei risultati. Di tutte le persone che ho conosciuto, Pietro Barilla ha un posto speciale nel mio cuore».

Di questi 80 anni scelga una giornata.

«Facile: 1 settembre 1968, Mondiale di Imola. Al terzo giro scatta Van Looy e lo seguo. Ci troviamo davanti in sette. Guardo in faccia Rik e gli dico: “Mancano 235 chilometri, qui andiamo a morire…”. “Hai paura?”, mi fa lui. “No”, gli rispondo, “andiamo!”. Pian piano li stacco tutti e a 90 dall’arrivo rimango solo al comando. Sembrava una pazzia, invece sono diventato campione del mondo».

Una tappa?

«Ne dico due: la mitica crono di Baganzola nel '66, battendo Anquetil, e poi la Saas Fee – Madesimo, un’impresa che mise il sigillo sul Giro del '65. Mentre salivo sullo Spluga mi si accostò Bruno Raschi in macchina e mi chiese a cosa stessi pensando. Gli dissi che, da solo e con la maglia rosa, tra due pareti di neve, mi sentivo come Coppi».

Una delusione?

«Le Olimpiadi del '60. Feci la riserva del quartetto, che vinse l’oro, e mi incazzai da morire. Al ct Costa dissi basta, tornai a casa e mi dedicai alla strada. Probabilmente però fu la mia fortuna, perché vinsi tantissimo e passai professionista grazie a Learco Guerra, il mio primo maestro».

Un rimpianto?

«Il Giro del '62: ero in fuga con Meco nella tappa del Rolle, ma Fiorenzo Magni, all’epoca mio direttore sportivo, mi fermò per aspettare Astrua, il nostro capitano. Alla fine accorciarono la tappa per maltempo, la vinse Meco. Io, senza quell’ordine di scuderia, a conti fatti avrei vinto il Giro. Magni, trent’anni dopo, mi ha chiesto pubblicamente scusa».

Una sconfitta?

«La più bruciante alla Milano-Sanremo del '65. Fu colpa di Balmamion. Eravamo in fuga io, lui e l’olandese Den Hartog, che non conoscevo, ma mi avevano detto che era veloce. Dissi a Franco di alternarci nel provare a staccarlo e mi rispose di andare. Attaccai, ma quando mi girai vidi che era lui a tirare per riprendermi… Alla fine fummo secondo e terzo».

In una ipotetica classifica dei ciclisti italiani del dopo-Coppi, Adorni dove si colloca?

«Non sta a me dirlo. Sicuramente c’è stato qualcuno più forte di me, ma io sono fiero di essere stato un innovatore. Zavoli mi voleva sempre al «Processo alla tappa», interloquivo con personaggi del calibro di Pasolini, Montanelli, Biagi. E sono poi stato il primo ex atleta a diventare opinionista fisso. Prima non usava».

Ha avuto un modello?

«Anquetil. Lui accarezzava i pedali. Iniziai a studiarlo, cosa che poi ho sempre fatto anche con gli altri campioni. L’attenzione ai dettagli è stata una delle mie doti migliori. E con Jacques diventammo grandi amici».

Un compagno?

«Eddy Merckx nel 1968 alla Faema, compagni di camera. Era campione del mondo, ma al primo incontro lo provocai con una battuta: “Tu non sei nessuno. Hai vinto un mondiale allo sprint, ma non una grande corsa a tappe”. Gli dissi che, se mi avesse ascoltato, lo avrei aiutato a farlo. In gara gli dettavo i tempi e quell’anno vinse il Giro. Da allora mi chiama “professore”. Ha spesso ripetuto che, senza di me, la sua carriera non sarebbe stata la stessa».

Un gregario?

«Non uno, ma tutto il nostro gruppo di emiliani e romagnoli. Ci capivamo con uno sguardo e, se occorreva, si parlava in dialetto per non farci capire. Nessuno ha avuto un’intesa come la nostra. Non sono mai stato un despota: ho anche aiutato a vincere i miei gregari e questo mi dava grande gioia».

Una squadra?

«La più forte fu la Faema del ‘68, ma la Salvarani è stata qualcosa di speciale, era la “nostra” squadra».

Si sente il più importante sportivo della storia parmense?

«Non sta a me dirlo. Ce ne sono stati altri importanti, come Umberto Masetti nel motociclismo, che era veramente un grande. Io di certo posso dire di aver portato con orgoglio il nome di Parma in tutto il mondo».

Come dirigente del ciclismo qual è stata la sua maggior soddisfazione?

«La creazione del «Pro Tour» (ora «World Tour», sistema che regola diritti e doveri di squadre e organizzatori, ndr), perché ha proiettato il ciclismo, agli inizi del Duemila, in una dimensione moderna».

In senso assoluto invece, di cosa va più orgoglioso?

«Della mia bella famiglia, formata con una moglie eccezionale. Sono uno che sente la necessità di viaggiare, conoscere gente, fare mille cose. I miei famigliari lo hanno capito e mi hanno assecondato in questo».

Cosa c’è nel suo futuro?

«Sto avviando una collaborazione con la Uec (l’Unione Europea del Ciclismo, ndr), una realtà con ambizioni stimolanti. Mi hanno chiesto una mano e mi sono messo a disposizione. E poi c’è il Giro, che è casa mia. Lo seguirò anche l’anno prossimo».

Qual è il suo consiglio ai giovani ciclisti che sognano di diventare campioni?

«Di imparare attraverso le proprie esperienze e i propri sbagli, ma soprattutto di mantenere sempre una grande umiltà».

Cosa direbbe, se potesse viaggiare nel tempo, l’Adorni di oggi al sedicenne Vittorio che salì fino al Passo della Cisa con la bici del padre?

«Nulla. Quel ragazzo ha vissuto una vita meravigliosa, perché rovinargli la sorpresa?».

© Riproduzione riservata

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