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Ieri e oggi: i maestri gelatai della Valtaro e Valceno

Ieri e oggi: i maestri gelatai della Valtaro e Valceno

19 Luglio 2017,10:37

Monica Rossi

«Il carretto passava/e quell’uomo gridava “gelati!”», cantava Lucio Battisti nel 1972 nel pezzo «I giardini di marzo», ritraendo un’Italia che oggi sembra lontana anni luce, quando le lire erano poche e un cono gelato era, per molti bambini, una meta ambita se non addirittura un sogno proibito. Un’Italia che forse solo le cartoline e le fotografie seppiate di un’epoca lontana possono restituirci, riportandoci ai primi del ‘900 quando nelle contrade e nelle piazze sostavano i carretti sospinti a mano, o agli anni del boom quando ai carretti s’attaccavano le Lambrette, o ancora ai lustri più recenti degli Ape Car e dei furgoncini, che in molti aspettavano in trepidante attesa nella calura delle estati. Decenni di freschi, cremosi ricordi che ci fanno pensare che ne è passata davvero tanta di acqua sotto i ponti. O dovremmo forse dire... di gelato sotto i palati? Gelati che gli italiani hanno esportato in ogni dove, attraversando mari e oceani.

Partendo finanche dalla Valtaro e Valceno, dove intere famiglie hanno scelto di emigrare alla volta dell’Inghilterra e del Galles: i Serpagli, i Minoli, i Bracchi, i Manfredi, i Molinari, i Berni, i Sidoli. A Bedonia, ancora oggi, le memorie storiche (come riportate recentemente anche dal blog Esvaso.it) raccontano, ad esempio, di Agostino Granelli detto «Tarö» e della moglie Margherita Agazzi, detta «Taröra», che vendevano gelati di loro produzione tanto nella loro bottega a metà di via Trieste quanto nel carrettino a pedali per le vie del paese. Un’attività che avevano iniziato emigrando in Inghilterra alla fine dell’Ottocento e che avevano poi continuato una volta rientrati. Correvano gli anni Trenta e Quaranta del ‘900 e i Granelli non erano i soli gelatai di Bedonia: c’era, infatti, anche Peppino Serpagli, conosciuto come «Cilàn». «Ricordo bene “Cilàn” e il suo gelato - racconta Bruno Minoli, che oggi ha 79 anni e una vita dedicata a vendere “ice cream” nel sud del Galles -. I primi a partire per l’Inghilterra furono i Bracchi di Bardi, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Io, invece, sono emigrato nel Galles nel 1967 e lì, insieme a mia moglie che ci è nata e cresciuta, con i miei furgoncini ho venduto il classico gelato italiano per 20 anni». Quando nel 1987, Bruno rientrò con la famiglia a Bedonia, ha continuato l’attività, girando proprio con uno dei mezzi inglesi che ha voluto portare con sé in Italia. «Ho smesso poco dopo però, nel 1991. Oltre a me, in quegli anni, c’era anche Aldo Cacchioli di Albareto, che ha poi ceduto il suo furgoncino a un signore di Porcigatone». Correva, però, una certa differenza fra l’attività ambulante di Bruno e quella di Aldo, tanto oltre Manica quanto in Valtaro: il primo vendeva il gelato spatolato classico, il secondo il cosiddetto «soft», frutto della tecnologia resa nota nel 1946 dai Carpigiani che, con l’«autogelatiera», diedero vita alla grande e forse mai tramontata stagione del gelato italiano del mondo. Il merito fu di quella macchina color crema che, fin dagli albori, stava alle gelaterie come la rossa affettatrice Berkel stava alle salumerie.

La cremeria ambulante di Silvia Giacopazzi

Ci sono voluti quindici anni e lo spirito di una giovane imprenditrice bedoniese perché qualcuno in Valtaro rispolverasse la tradizione tutta italiana del gelato ambulante. Il merito è della 31enne Silvia Giacopazzi, titolare della gelateria «Peccati di Gola» di Bedonia che, ai primi di luglio, ha inaugurato la sua cremeria ambulante: adesso in giro dall'Appennino al mare della vicina Liguria.

«Giro con un Porter della Piaggio allestito a gelateria mobile - racconta Silvia -. All’inizio però, anziché un mezzo nuovo avrei voluto acquistarne uno d’epoca. L’avevo anche trovato. Poi però mi sono accorta che mi sarebbe costato troppo».

L’unica gelataia ambulante di questo angolo di montagna ovest da qualche settimana gira in lungo e in largo per l’Appennino parmense, sconfinando finanche in Riviera.

«Andiamo ovunque ci sia gente, una festa o un evento - spiega -. In spiaggia al Groppo, sul Penna, alle sagre di paese, al mare di Sestri Levante, perfino ai compleanni se mi chiamano». Il Porter lilla e bianco di Silvia Giacopazzi è un omaggio al passato con la giusta dose di modernità: otto gusti e poi frappè, crêpes, bibite e caffè. «Perché sia completo, manca solo la musichetta, o “chime” come la chiama Bruno Minoli che mi ha dato un sacco di consigli, che annuncia l’arrivo del furgoncino come si faceva un tempo: appena avrò tempo, provvederò». M.R.

© Riproduzione riservata

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