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Il «povero» di via Mazzini si racconta

Il «povero» di via Mazzini si racconta

07 Ottobre 2017,03:11

Roberto Longoni

A sbucargli per primi dalle tasche sono tre euro e 30 centesimi. Non un resto, bensì quel che rimane. «Ma il problema del panino a pranzo è già stato superato». Sarà, ma l'ora di cena fa presto a venire. In seconda battuta, compaiono accendino e sigarette. «Ammazzeranno chi le fuma, ma aiutano anche ad ammazzare il tempo». Infine, spunta una chiave con il marchio Volkswagen. «Era in strada. Forse di una Golf, forse di una Polo: sono qui in attesa di restituirla a chi l'ha perduta». La scritta sulle transenne di via Mazzini annuncia da giorni il ritrovamento. Ma nessuno si è ancora fatto vivo con il «povero», come lui stesso si firma: «Chissà, forse non vuole contatti con me...» Settimane fa, Stefano ha parcheggiato la sua casa di cartone sotto i portici al civico 1 di via Mazzini, angolo piazza Garibaldi. In tasca la chiave dell'auto che non possiede; negli occhi gli scavi sotto l'area dei taxi: una miniruspa è pronta a entrare in azione. Lui pagherebbe i soldi che non ha per manovrarla. «A 17 anni stavo su un D8, un Caterpillar da 200 quintali: quel Bobcat è un giocattolo». Era il 1983. Stefano ricorda la gioia della sveglia prima dell'alba: con il motore della ruspa si accendeva la vita. Lui è cresciuto nel caos dei cantieri.

Con il rumore dei lavori sull'altro lato della via, ora è come se anche il suo passato parlasse. Stefano ha una ruga a metà fronte, una sola. Profondissima. «Guidavo le ruspe senza occhiali: mi è venuta a furia di stare così al sole». Quella ruga scava un confine non solo nella geografia delle espressioni. Lui a un certo punto della vita ha visto tutto andare in frantumi. E' allora che si è seduto su un cartone sfiorato dal passeggio. Forse in quella posizione ti illudi di non poter cadere più giù. E invece ci si mettono gli altri a scavarti sotto. «Quelli che alle 3 di notte ti cantano una serenata per prenderti in giro. Quelli che ti mettono gli escrementi del cane in una bustina sopra il sacco a pelo o che ti gettano un pacchetto con un panino già morsicato. Quelli che ti lasciano un foglietto con su scritto: “tornatene a casa tua”». Poi, c'è chi ruba il tutto di chi non ha nulla. «Un mese fa, mi hanno portato via il sacchetto dell'Esselunga con patente e cellulare. Ora me ne è stato donato un altro, ma quello più che a telefonare, mi serviva per tenere le foto di mio figlio e di mia mamma. Perse per sempre». Sei alla merce' del prossimo. Che sempre ti ama come tu ameresti lui. Più che altro lo sguardo ad alzo zero di chi siede a terra coglie sfilate d'indifferenza. «Anche se a volte la vedo trasformarsi in umanità, magari con l'offerta di un panino, di un caffè». A furia di sottrarre zavorre alla vita, ti accorgi che sì, i soldi almeno per il panino servono, ma ancora di più hai fame di attenzioni. «Per me, accusato perfino di essere asociale, è più importante il discorso umano. Lo pensavo anche quando ero io il passante e il clochard un altro: bisogna conoscere per aiutare davvero». E capire che il confine tra un ruolo e l'altro è sottilissimo. E allora chi si nasconde dietro la barba di tre giorni di cui Stefano si vergogna («Non sempre riesco a farmela. E' ancora più dura, quando hai una certa educazione»)? Che storia sta sotto i vestiti stropicciati, ma puliti come mai si immaginerebbe osservando da distanza di pregiudizio. Che cosa protegge l'ironia delle scritte sul cartone-giaciglio? Dal «Paravento per letto di nuova generazione italiana» al «Collezione autunno-inverno», al «Giardino», con tanto di piantine disegnate con il pennarello? Nato a Roma 50 anni fa, Stefano si è trasferito dalle nostre parti nel 2004, per raggiungere una donna conosciuta in chat. Un paio d'incontri, e poi è partito con le valigie del trasloco. Lasciare il lavoro fu il prezzo più alto da pagare. «Che squadra: tutti insieme, per chiudere i cantieri nei tempi previsti. Dalla Rai della via Flaminia al centro Alitalia alla Magliana. Stavo bene, anche economicamente». Da guadagnarsi il pane trovò presto anche qui. Un'impresa edile a Fornovo, meccanico in fabbrica a Noceto. «Mi trovavo bene, ma non riuscivo ad adattarmi ai turni: in un anno persi dieci chili. A malincuore mio e dei colleghi ho dovuto mollare». Nel frattempo era nato anche il bimbo. L'assunzione seguente portò Stefano di nuovo sugli scavatori. «Mi affidarono una macchina da 400mila euro». Tutto filò per il meglio. Fino al 2012, quando cominciarono i dissapori al lavoro e in famiglia. «Sai, quando ci si parla non più per capirsi, ma per sovrastarsi? Mi prendo le mie responsabilità: non sono uno che sa sempre comunicare». Intanto, nei cantieri la squadra sembrava sempre meno una squadra. E a lui, forse più idealista di chi indossa corazze, soprattutto questo non andava giù. «A Roma quante volte fui assunto al secondo giorno della settimana di prova...». Qui, invece, dopo anni, l'uomo al quale era stata affidata una ruspa costosissima cominciò a sentirsi messo in discussione. «Avrei dovuto lottare, difendermi, ma non sono il tipo. Sono caduto». Su tutti i fronti nel terribile 2013. Assestandosi da solo il colpo di grazia quando, con la cassa integrazione, il tempo libero crebbe, e stare con il figlio divenne difficile, per i dissidi in famiglia. «Io, che non avevo mai giocato nemmeno a carte, mi misi a sperperare i risparmi alle slot. Vorrei sapere chi ha approvato il software di quelle macchinette». Fino a mille euro al giorno: la bocca delle mangiasoldi inghiottì tutto. «Una corsa verso il basso, per isolarmi dalle menzogne che sentivo attorno a me». A Stefano rimase la solitudine e l'usufrutto di un appartamentino a Medesano. «Ma scappai di casa dopo sette mesi senza luce né gas né acqua, per tornare di tanto in tanto, fino a quando, con il sacchetto mi rubarono anche la chiave: da allora non ci sono più andato». Intanto, era rimasta la strada. Via Farini. «Ho impiegato tre mesi a mettermici: provavo, mi alzavo e me ne andavo». Il primo cartello? «Vorrei tornare utile anche a voi». Poi, un continuo trasloco da una via a un'altra, da una città a un'altra: Bologna, Firenze, Piacenza. Tra un ritorno e l'altro. Quel cartello vale ancora oggi. «Devi sentirti parte di un tutto, io non voglio avere nulla per nulla». Anche i 9 euro di sussidio percepiti dal Comune di Medesano fino a giugno, lui li prendeva malvolentieri. «Essere mantenuto a 50 anni è pesante: io chiedo solo di ripartire. E le istituzioni, dalle quali forse non sempre mi sono fatto capire, devono metterci la faccia e non comportarsi con arroganza: chiedo solo un aiuto per una nuova possibilità. Mi mancano chiavi e cacciaviti. Sono pronto a svolgere qualsiasi lavoro». Augusto Pizzi, titolare del bar San Pietro, conferma: «Stefano mi annaffia i fiori, è sempre a disposizione di chi ha bisogno. Non ama ricevere gratis». Troppo costoso. Un «povero» come lui, ricco di dignità, non può permetterselo.

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