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«Le Trouvère» accento francese e spirito texano

«Le Trouvère» accento francese e spirito texano

30 Settembre 2018,11:45

LUCIA BRIGHENTI

Sarà l’accento francese del libretto tradotto o l’orchestrazione ripensata da Verdi per la versione del 1857, ma Le Trouvère, adattamento del Trovatore per l’Opera di Parigi, suona un po’ differente. Il Teatro Farnese ci mette del suo, con il fascino del teatro barocco prestato all’opera. Ha avuto il suo debutto ieri sera il terzo titolo del Festival Verdi davanti a un pubblico internazionale. Sino all’inizio del terzo atto (quando questo articolo va in pagina), il cast piace. Voce limpida e agile quella di Roberta Mantegna (Léonore), più scura e drammatica, come richiede la parte di Azucena, quella di Nino Surguladze, padrona del registro basso come di quello più acuto. Accolto da moltissimi applausi, dopo l’aria «Son regard, son doux sourire», Franco Vassallo (Conte di Luna). Viaggia di meno la voce del tenore Giuseppe Gipali (Manrique), che risente delle difficoltà poste dall’acustica del Farnese e a volte non si sente. Efficace e convincente il parmigiano Marco Spotti nel ruolo di Fernand. Il cast è ben coadiuvato da Roberto Abbado, al suo debutto nelle vesti di direttore musicale del Festival Verdi, che guida l’Orchestra e il Coro del Teatro Comunale di Bologna (il secondo preparato dal maestro Andrea Faidutti) con equilibrio e attenzione per la partitura, nell’edizione critica curata da David Lawton, eseguita ieri in prima assoluta. Divide di più l’allestimento di Robert Wilson: il regista texano ha una sua idea di spettacolo, che applica con coerenza, e si può discettare se questa si adatti o meno a un’opera di Verdi. Il risultato piace o non piace. L’azione è congelata in una staticità cercata, con movenze ispirate al teatro giapponese o alle marionette. Wilson non narra l’azione, non chiede ai cantanti gesti didascalici: al contrario i personaggi in scena spesso dialogano senza guardarsi, lontani, isolati, avvolti in costumi (di Julia Von Leliwa) che sono quasi delle sculture. Le scene (realizzate dal regista in collaborazione con Stephanie Engelin) consistono in uno spazio cubico, una stanza delimitata da pareti di cemento in cui si aprono talora porte o finestre. Le luci (di Solomon Weisberd) usano molto il controluce: il coro si staglia nero contro il fondale chiaro, mentre i solisti hanno solo i volti illuminati da luci bianche che li trasformano in maschere. In due momenti un video (firmato da Tomer Jeziorski) proiettato sul fondale mostra immagini d’epoca o un mare notturno. L’idea dichiarata, in questa dilatazione dei tempi, è quella di mettere in scena un’opera che si possa ascoltare con gli occhi chiusi. Ci sono poi personaggi aggiunti da Wilson: un vegliardo (forse lo stesso Giuseppe Verdi?), donne con carrozzine e bambine in vesti ottocentesche, immagini da cartolina vintage. I balletti del terzo atto vengono realizzati dal regista con un gruppo di boxeur (adulti e bambini) che lottano tra loro o ballano il valzer. Un divertissement che rende omaggio all’esperienza di Wilson nella danza contemporanea, senza cercare nessi con la drammaturgia. Completano il cast Tonia Langella (Inés), Luca Casalin (Ruiz e un messaggero) e Nicolò Donini (Un vieux Bohémien). Lo spettacolo è creato con la collaborazione di Nicola Panzer (co-regia), Manu Halligan (make-up), José Enrique Macían (drammaturgia).

I PARERI DEL FOYER

ILARIA NOTARI

Solo gli applausi per un cast straordinario sono riusciti a rompere la noia di un Trouvère statico e ripetitivo, con i cantanti fissi in proscenio, firmato da Robert Wilson certamente uno dei “maestri” alla regia. Durante gli intervalli per arginare le accuse contro di lui sarebbe necessario un avvocato difensore ma gli estimatori non sono mancati.

Tocca al basso Marco Spotti aprire l’opera come Ferrand «molto bravo, la voce timbrata e appuntita che arriva benissimo al pubblico» dice Laura Frigeri. La quantità di suono non è un problema di questi interpreti «La Mantegna è strepitosa e che massa di voce! La sa poi piegare, smorzare. Sono rimasto senza parole» spiega Cesare Spagnoli.

Oreste Bergamaschi del Club dei 27 «mi lascia perplesso la regia. Poi sembra in forma di concerto. E’ quasi un non voler entrare nella narrazione. Racconta tutto da fuori ed è una narrazione onirica. I migliori la Mantegna e Vassallo, bravo Spotti. Il tenore non si sente. Mi è piaciuta la direzione delicata di Abbado probabilmente un modo per dare una lettura francese dell’opera, più raffinata in contrasto con il Trovatore italiano fatto di attacchi forti e tinte accese».

Di altro avviso Fabrizia Dalcò «Wilson straordinario. Non c’è romanticismo, anche nel duetto non si toccano mai, stupendo. Verdi è già teatro non c’è bisogno di spettacoli imponenti. La Surguladze è una forza della natura vocalmente e scenicamente splendida». Andrea Begani è il Trovatore nel Club dei 27 per lui «ottimi Vassallo e la Mantegna. Gipali più in difficoltà nel passare l’orchestra. Wilson è maniacale e ci sono spunti interessanti. Alcuni discutibili come la mancanza totale di interazione dei personaggi. Lui annulla completamente le azioni e questa algida presenza dei personaggi non crea pathos. Mi è piaciuto il suono dell’orchestra in un luogo dove l’acustica non aiuta».

Secondo il Rettore dell’Università Paolo Andrei «il cast è favoloso. Mi piace l’atmosfera del Farnese, la scenografia è particolare ma ci sta». In un teatro tanto “sordo” alla fine risulta «equilibrata la direzione di Roberto Abbado e compatto il suono dell’Orchestra del Comunale di Bologna- secondo Fiorella Violi - Io però non ho capito l’edizione filologica in francese con Abbado che ci ha infilato gli acuti della tradizione di quella italiana. Un minestrone».

L’ironia parmigiana di Stefano Adorni attacca le coreografie «uno studia tanti anni danza e poi si trova a fare pugilato - scherza riferendosi ai ballerini vestiti da pugili - ammetto non ho capito il senso. In ogni caso hanno fatto rumore sulla musica dei ballabili disturbando l’ascolto di una musica raffinata e che Abbado stava dirigendo magnificamente».

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